A Napoli, in questi giorni, si respira fortemente l’atmosfera natalizia e San Gregorio Armeno, strada dei presepi e dei pastori, è più che mai affollata da turisti provenienti da ogni parte del mondo. Ad essere apprezzato è il presepe settecentesco: un antico passatempo dell’aristocrazia napoletana, che esibiva la propria ricchezza attraverso i pomposi ricami degli abiti dei pastori in oro autentico.
Fin dai primordi dell’Era cristiana la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, evento centrale della redenzione del genere umano, fu raffigurata per mezzo di affreschi, bassorilievi, incisioni, su pareti, sarcofagi e formelle inseriti in edifici del culto. Tali testimonianze consentirono nel corso dei secoli, grazie alla loro iconografia, lo sviluppo del presepe. Il termine deriva dal latino praesaepium, che significa greppia, mangiatoia. Papa Liberio (352-355) fece erigere a Roma nella Basilica di Santa Maria ad praesepe, oggi nota come Santa Maria Maggiore, una sorta di presepe embrionale individuato in una tettoia di legno retta da tronchi d’albero.
Secondo un’antica tradizione, però, fu San Francesco d’Assisi (1182-1226) ad ideare il presepio, nella Santa notte di Natale del 1223 a Greccio, nella conca reatina. Via via, poi, il presepe si sviluppò attraverso un insieme di usi, tradizioni, costumi, addobbi, quadri nelle chiese e sacre rappresentazioni. Il primo presepe con personaggi risale al 1283: un’opera poderosa scolpita da Arnolfo di Cambio, su committenza di Papa Onorio IV. Dal Seicento in poi, il presepe, per la prima volta nella sua lunga storia, si diffuse un po’ dappertutto. A partire da questo periodo, la raffigurazione della Natività, infatti, non fu più qualcosa che riguardava solo le chiese e i luoghi di culto, dove fino a quel momento veniva allestita. Si aprì una nuova stagione, nella quale il presepe cominciò ad essere apprezzato non solo dai poveri, ma anche dai ricchi, e mi riferisco soprattutto alla nobiltà napoletana. Nel 1735 Carlo III di Borbone, salito al trono di Napoli, inaugurò il secolo d’oro della città. Napoli, all’epoca, era una capitale fiorente, almeno per quello che riguarda la corte e i nobili che la frequentavano. Era il periodo nel quale fu realizzata la gran parte degli edifici più prestigiosi della zona: le regge di Caserta, di Capodimonte e di Portici, la Casina Vanvitelliana, le ville del Miglio d’Oro a Ercolano. In un clima come questo, anche l’arte del presepe ebbe la sua piena esplosione, perdendo però gran parte del suo ruolo religioso. Il presepe napoletano visse la sua stagione d’oro, uscendo dalle chiese dove era oggetto di devozione religiosa per entrare nelle dimore dell’aristocrazia. Nobili e ricchi borghesi gareggiarono per allestire impianti scenografici sempre più ricercati. Tutto assunse un’aria laica dove poter esibire la propria ricchezza anche attraverso il presepe. Addirittura i ricami degli abiti in seta dei pastori vestiti erano di oro autentico. Così se da una parte il presepe settecentesco divenne pomposo e barocco, quello popolare restò devozionale e sempre legato al rito natalizio. Una vera e propria passione si scatenò tra i nobili locali, che si spinsero a commissionare presepi e a pagare profumatamente gli artisti e gli artigiani più bravi a realizzarli. Giuseppe Sanmartino, forse il più grande scultore napoletano del Settecento, fu abilissimo a plasmare figure in terracotta e diede inizio ad una vera scuola di artisti del presepio. La scena si spostava sempre più al di fuori del gruppo della sacra famiglia e più laicamente s’interessava dei pastori, dei venditori ambulanti, dei re Magi, dell’anatomia degli animali. Benché Luigi Vanvitelli definì l’arte presepiale una ragazzata, tutti i grandi scultori dell’epoca si cimentarono in essa fino all’Ottocento inoltrato. Il pezzo più pregiato e famoso di questo periodo è tuttora conservato nel museo di San Martino: il presepe di Cuciniello. Forse non sono tanti a sapere che questo presepe prese il nome da un napoletano, Michele Cuciniello, vissuto nel XIX secolo. Cuciniello era in realtà anche uno scrittore di opere teatrali, ma adorava i presepi e cominciò a collezionarli. Proprio come sarebbe poi accaduto a Schmederer, dieci anni prima di morire, Cuciniello affidò al Museo di San Martino tutto ciò che aveva raccolto in una vita. Nel Novecento la tradizione presepiale è gradualmente scomparsa, ma oggi grandi presepi vengono regolarmente allestiti in tutte le principali chiese del capoluogo campano e molti napoletani lo allestiscono ancora nelle proprie case.







