Dopo gli incendi estivi e il grande concerto di polemiche, di proclami, di foto, il Consiglio Direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio ha approvato una delibera in cui si fa un esplicito riferimento alla necessità di sistemare la rete dei sentieri del Parco e di ampliarne il disegno. Gli amministratori di Ottaviano sono chiamati a scelte difficili, ma indispensabili.
Nelle fotografie scattate dai docenti e nelle inquadrature delle telecamere dell’edizione napoletana del TG3 pare che i ragazzi delle scuole di Ottaviano “sentano” sinceramente lo spirito della Festa degli Alberi: ed è una cosa importante, soprattutto in un momento come questo. La cultura dell’ambiente dovrebbe essere una disciplina fondamentale nei programmi delle scuole di un territorio in cui l’ambiente, violato e oltraggiato dall’ignoranza, dai delinquenti, e dalla nostra connivenza, si vendica diventando ostile e pericoloso. Quali siano i confini concettuali della parola “ambiente” quando la colleghiamo al Somma-Vesuvio è questione complicata, che però un giorno dovremo affrontare.
L’ufficio del dott. Agostino Casillo, Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, sta, nel palazzo Medici, proprio in quel lato del piano di corte – l’elegantissima corte “nobile” – dove Giuseppe IV Medici trasferì gli uffici che amministravano i vigneti e le masserie della famiglia e custodivano il prezioso archivio enologico, di cui si ignora il destino. In questi uffici, dopo uno dei rari incendi “di mano criminale”, quello che devastò, nel 1882, decine di ettari di selva alle spalle del Palazzo, alla Piana del Fico e “ai Travi”, i professori dell’Istituto Superiore di Agraria di Portici spiegarono pazientemente agli impetuosi amministratori di Michele de’ Medici che si poteva ripiantare “il bosco divorato dalle fiamme” solo dopo una meticolosa “pulizia” del terreno. Anche dopo l’eruzione del 1906 i tecnici della Commissione Centrale che guidarono la bonifica del Somma tra Ottajano e Pollena organizzarono il loro centro operativo nelle stanze del Palazzo, messe a disposizione dai nuovi padroni, i Lancellotti: qui vennero progettate le briglie a gradinata, le fascinate, gli “spalti “in muratura consolidati con “trecce” di travi di castagno.
Non voglio parlare degli incendi che hanno devastato recentemente il territorio del Parco: prima di tutto, non ho le competenze specifiche, e poi quei roghi sono stati letti, interpretati e commentati, sotto ogni possibile punto di vista, da criminologi, da geologi, da vulcanologi: ignoravo, prima del disastro, che ve ne fossero tanti. Non mi ha meravigliato il numero dei commenti “politici”: la vicenda sollecitava, ovviamente, articolate riflessioni: la mia perversione democristiana mi induce a non escludere che sia stata usato, il dramma degli incendi, anche per regolare qualche conto. Ma di quelle fiammeggianti e fumose vicende estive conservo nel mio piccolo archivio qualche commento, qualche proclama, alcune fotografie: per non dimenticare certi tipi da teatro. Il dott. Agostino Casillo non ha bisogno di difensori, e io sarei il meno adatto a svolgere il ruolo: credo che egli abbia tutta l’onestà intellettuale necessaria per ammettere sue eventuali colpe, ma mi pare che gli siano state addebitate anche colpe che oggettivamente – l’oggettività delle date, dei tempi e degli atti – non possono essere sue: mi riferisco, in particolare, allo stato dei sentieri e al sistema di sorveglianza. A monte di tutto c’è poi la configurazione giuridica del territorio del Parco, in cui “convivono” proprietà pubbliche e private, con il conseguente corredo di conflitti e di controversie in cui certa burocrazia è solita sguazzare e impantanarsi. Sarebbe interessante controllare quali provvedimenti di competenza abbiano adottato le Amministrazioni Comunali dopo gli incendi del 2016 per prepararsi a prevenire e ad affrontare quelli del 2017, e a tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini, e se e come abbiano sollecitato l’Ente Parco a concertare con loro i piani di intervento: ma è meglio non farlo, questo controllo: si accenderebbe un’altra polemica, e io sono, purtroppo, uomo di pace.
Qui parliamo dei sentieri. Prima ricordiamo che nel maggio del 1907 l’ingegnere Fiorentino, citando gli studi del geologo Riccardo Travaglia, esortava i commissari di Ottajano e di San Giuseppe a rimettere in sesto la rete dei sentieri del Vesuvio, e a curarne l’agibilità: era indispensabile che i contadini potessero raggiungere di nuovo selve e poderi per ricevere dalla Montagna il contributo al sostentamento delle famiglie: inoltre, la loro quotidiana presenza lungo “tuori” e “carcave” avrebbe garantito un controllo diretto, meticoloso e saggio dei “luoghi” che costituivano e costituiscono l’”ambiente” del Somma-Vesuvio. Gli amministratori ottajanesi del ventennio fascista misero in ogni bilancio annuale somme destinate a tenere “sgombri” i valloni e i sentieri montani e dopo il 1934 incominciarono a concentrare la loro attenzione anche sul sottobosco: potrei anche discorrere dei quintali di castagne che i produttori vendevano ai grossisti napoletani e delle “cataste” di travi di quercia fornite, tra il 1936 e il 1938, dagli ottajanesi alle imprese impegnate nel restauro di edifici storici di Napoli: non lo faccio perché, la storia del “come eravamo” e del “cosa facevamo” incomincia a darmi fastidio.
Per ora, mi interessa dire che l’11/9/2017 il Consiglio Direttivo dell’Ente Parco ha approvato la delibera n.26 che è un atto di indirizzo per il “Grande Progetto Vesuvio”. L’Ente individua “come obiettivo specifico per il triennio 2018- 2020” la “realizzazione di un sistema integrato degli accessi e dei percorsi di fruizione” e prevede, di conseguenza, la “costruzione di una rete diffusa di piccoli nodi intermodali e di interscambio tra modi di trasporto diversi; la valorizzazione della fruibilità pedonale e creazione di una sentieristica integrata e di itinerari turistico-culturali; lo sviluppo di attività turistiche e produttive eco- compatibili”. E’ un progetto di grande respiro, che apre un capitolo nuovo nella storia delle relazioni tra l’Ente Parco e le Amministrazioni Comunali. Il progetto è delineato e descritto da indirizzi e da parole che sono concreti, ma configurano campi concettuali e semantici vasti e flessibili. Toccherà agli amministratori di Ottaviano il difficile compito di far sì che in quei “campi” trovino spazio e ruolo anche gli interessi della nostra città, il cui destino – mi riferisco in particolare a quello che un tempo si chiamava Centro Abitato – tende a percorrere la strada che sale in Montagna piuttosto che quella che va verso la pianura.





