Nel cuore più freddo dell’inverno, quando la luce sembra arretrare e il tempo rallenta, Somma Vesuviana rinnova uno dei suoi riti più antichi: la Festa di Sant’Antonio Abate. Sabato 17 gennaio il Casamale si raccoglie attorno al santo, maestro della Chiesa e patrono degli animali, per una celebrazione che intreccia fede, tradizione e memoria arcaica.
A custodire e rinnovare questo rito è la parrocchia della Collegiata, che insieme alle associazioni del Borgo continuano a farsi carico di una tradizione sentita e partecipata. Non si tratta di una semplice rievocazione, ma di un gesto collettivo, curato con attenzione e rispetto, in cui ogni dettaglio contribuisce a restituire il senso profondo della festa.
Il pomeriggio si apre alle ore 16.30, quando la solenne processione prende avvio e attraversa le strade del Borgo come un lento respiro collettivo. È il primo segno visibile della festa. Gli animali vengono benedetti, rinnovando un legame antico tra l’uomo, la terra e le sue creature. La celebrazione della Santa Messa, al calare del giorno, riporta il rito alla sua dimensione più intima e sacra, mentre il pane benedetto diventa gesto di condivisione e protezione.
Quando la sera avanza, il tempo sembra farsi più denso. Alle 18.30, figure in abiti d’epoca restituiscono frammenti di vita di Sant’Antonio Abate. Attori, figuranti e musici danno corpo a una storia che appartiene tanto alla leggenda quanto alla devozione popolare. A seguire, alle 19.30, il fuoco prende voce. Il Fucarònë si accende e la notte si apre alla luce.
Sant’Antuòno non è soltanto un santo: è una figura sospesa tra la storia e il mito. Nato in Egitto, padre del monachesimo orientale, visse da eremita in condizioni estreme, affrontando solitudine, tentazioni e silenzi. La tradizione racconta che, nonostante una vita austera, visse fino a 105 anni.
Il viaggio delle sue reliquie – dall’Egitto ad Alessandria, poi a Costantinopoli e infine ad Arles – è anche un viaggio di guarigione. In Francia si diffusero racconti di miracoli, soprattutto legati alle malattie del “fuoco”, come l’herpes zoster e l’ergotismo, che divoravano i corpi. Gli Antoniani, infermieri e frati laici, curavano i malati usando rimedi semplici e antichi, tra cui il grasso di maiale, alimento e medicina insieme.
Fuoco e maiale: due simboli che ritornano, insistenti, nella festa di Sant’Antuòno. Il santo è patrono degli animali e del fuoco, e il falò ne diventa il segno più potente. A Somma Vesuviana il fuoco non è mai soltanto fiamma: è memoria, tradizione, linguaggio, e identità condivisa.
Un tempo questa festa era una necessità per le comunità agricole. Oggi sopravvive grazie all’impegno della Chiesa locale e delle realtà associative del territorio, che continuano a tramandarla alle nuove generazioni, mantenendo vivo un patrimonio che non è solo religioso, ma profondamente umano.
Attorno al Fucarònë la comunità si stringe. Il fuoco diventa centro di luce e di calore, rompe l’immobilità della stagione e restituisce il desiderio di stare insieme. Si mangia, si parla, si ride. Salsicce, costine, nnòglie vengono cotte e conservate sotto la cenere, anch’essa sacra.
Quando le fiamme danzano nella notte, l’inverno sembra meno ostile. Il Fucarònë non scalda solo i corpi, ma rinnova un patto antico tra la comunità, la fede e il tempo.






