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Catalanesca, dagli esordi del vino del Monte Somma agli sviluppi futuri

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Vent’anni fa iniziava una fase decisiva della grande avventura del vino Catalanesca. Nel 2006 si concluse favorevolmente l’iter per il riconoscimento del vitigno come uva da vino. L’ammissione formale al Registro nazionale delle varietà di vite avvenne poi con decreto del 9 gennaio 2007.

 

 

Secondo la tradizione storica locale, la Catalanesca sarebbe stata introdotta dalla Catalogna nel territorio del Monte Somma nel XV secolo, durante il periodo aragonese. Nei secoli successivi fu apprezzata soprattutto come uva da tavola, anche se molti agricoltori continuarono a vinificarne una parte per il consumo familiare.

L’ingegnere Antonio Raia, conoscitore delle tradizioni popolari, ricorda: «Mio padre mi raccontava che l’uva Catalanesca, molto apprezzata dai napoletani, veniva sistemata in confezioni particolarmente curate e portata nei mercati o direttamente nelle case dei cittadini. Gli acini che restavano nelle ceste venivano poi vinificati».

L’uva Catalanesca fu un vero prodotto di culto per i buongustai napoletani. I suoi acini giallo-dorati, dalla buccia spessa, erano dolci e particolarmente adatti alla conservazione e al trasporto. Questo frutto della nostra terra vulcanica ha fatto per secoli bella mostra di sé sulle tavole natalizie e, secondo la memoria popolare, poteva mantenersi integro anche per buona parte dell’inverno. La maturazione tardiva e la possibilità di conservarlo a lungo costituivano, infatti, alcune delle sue caratteristiche più apprezzate.

Con la progressiva affermazione di nuove varietà di uva da tavola, più produttive e commercialmente convenienti, la Catalanesca perse gradualmente competitività e valore sui mercati. Fu allora che molti contadini e alcuni lungimiranti operatori culturali cominciarono a pensare che il vino ottenuto da quest’uva, fino ad allora prodotto prevalentemente per il consumo domestico, potesse essere migliorato, imbottigliato e immesso sul mercato.

Era però necessario ottenere il riconoscimento della Catalanesca anche come varietà idonea alla vinificazione e avviare tutte le procedure amministrative e tecniche richieste.

Ricordo che circa trent’anni fa, insieme all’Arci di Somma Vesuviana, organizzammo un convegno nella sala Santa Caterina, al quale invitammo Sandro Caracci, all’epoca presidente del Parco dei Castelli Romani, e il compianto Paolo Benvenuti, fondatore e storico direttore generale dell’Associazione nazionale Città del Vino. Quell’iniziativa ci aiutò a comprendere quale percorso fosse necessario intraprendere.

Negli anni successivi, per almeno un lustro, furono promosse iniziative e prove di microvinificazione a Napoli, nelle cantine del Beneventano e a Frascati. In questo lavoro si impegnarono, tra gli altri, Gerardo Iovino, Mimmo Cardamone e il compianto Vincenzo Maiello. Importante fu anche il contributo tecnico e scientifico di esperti come Antonella Monaco e Luigi Moio.

Dopo il riconoscimento del vitigno come uva da vino, occorreva coinvolgere produttori, tecnici ed enti pubblici nella preparazione e nell’approvazione di un disciplinare. L’impresa, che vedeva impegnati numerosi soggetti, operatori e istituzioni, non fu facile.

Finalmente, con decreto del 13 luglio 2011, arrivò il riconoscimento dell’Indicazione geografica tipica “Catalanesca del Monte Somma”, oggi corrispondente alla categoria europea delle Indicazioni geografiche protette. Il disciplinare autorizzò le tipologie bianco e passito, prodotte con almeno l’85 per cento di uve Catalanesca e provenienti da un territorio delimitato comprendente nove comuni dell’area vesuviana.

Per il raggiungimento di questo importante risultato fu determinante anche l’apporto di Franco Mosca, presidente della Pro Loco e produttore, di Antonio Perna e del dottor Antonio Baldinelli. Sicuramente altri produttori, tecnici, amministratori ed esperti contribuirono a un progetto che ha permesso al vino Catalanesca di uscire dalla dimensione familiare e di ottenere un riconoscimento ufficiale.

Oggi occorre individuare le successive tappe di sviluppo, per riposizionare e valorizzare il prodotto sul mercato. Un passaggio significativo è stato compiuto nel 2026, quando il Ministero dell’Agricoltura ha affidato al Consorzio Tutela Vini Vesuvio le funzioni di promozione, valorizzazione, tutela, vigilanza e informazione dei consumatori anche per l’IGP Catalanesca del Monte Somma.

Tra le prospettive future potrà essere valutato anche un eventuale percorso verso la DOC, la Denominazione di origine controllata. Un simile riconoscimento richiederebbe tuttavia una strategia condivisa e un disciplinare più stringente. Non deve quindi essere considerato un semplice traguardo formale, ma una possibile componente di un progetto complessivo di crescita e qualificazione.

In giro, purtroppo, permane ancora molta confusione e la parola d’ordine sembra essere diventata semplicemente “prodotti tipici”. Ma una definizione, da sola, non vale un progetto. Servono ricerca, organizzazione, promozione, tutela del paesaggio, qualità costante e capacità di raccontare il legame tra il vino, il Monte Somma e le comunità che lo producono.

Il passato insegna e non si cancella. Rimettiamoci dunque in cammino, ricordando l’esempio di quelle persone umili e semplici, ma determinate, che con la forza del carattere e con ingegno riuscirono a vincere una scommessa nella quale rischiavano di perdere tutto.

 

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