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“Insalata di polpo e di olive nere”, per ricordare la saggia pazienza di Napoli: “’o purpo se coce int’all’acqua soja”…

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Oppure “’a morte d’’o purpo è affucato”. I precetti che la forma e i modi del polpo insegnano alla sapienza e alla pazienza di Napoli, e i limiti della pazienza. Il brodo di polpo, e i  livelli di significato dei “precetti”. La prima e la  seconda “sentenza” trovano una chiara spiegazione in una poesia di Raffaele Viviani, “’O maruzzaro”. Ma chi aspetta “eternamente”, perché sa solo aspettare, rischia di farsi vincere da un “purpo” qualsiasi.

Ingredienti: un polpo già cotto, olive nere, sedano, prezzemolo, limone, pepe nero, olio e sale. In una zuppiera versate i pezzetti di polpo, il prezzemolo tritato in modo “grosso”,le rondelle di sedano,  i frammenti delle olive nere e della scorza grattugiata del limone;  condite con l’olio e con misurate dosi di sale e di pepe. Il piatto va servito freddo. Qualcuno suggerisce che quando il piatto giunge in tavola, conviene profumarlo con poche gocce di “coda di volpe” del Vesuvio, il vino che accompagnerà la degustazione, e che appare indicato per dare movimento e agilità al solido sapore del polpo e alla densità delle olive, e per moderare l’acuta intensità del limone.

I Napoletani, ammiratori voraci di “purpetielli” cotti “int’’o pignatiello” – da Ottaviano andavamo a gustarli in una trattoria alle porte di Cicciano- abbinarono al polpo, “’o purpo”, significati e immagini poco nobili. Lo stesso “brodo di polpo” che, ancora negli anni ’60 del Novecento si vendeva tra il Porto e piazza Garibaldi, era destinato a una clientela di operai, di ambulanti, di vecchie signore che sembravano uscite dai quadri di Migliaro, di Pratella e di Irolli, e che, prima di pagare, cercavano nella tazza di brodo la fresella e il pezzo di “granfa”.  Un anonimo poeta aveva trovato in questo pezzo di polpo bagnato nel brodo un solo pregio: “mmocca fricceca davvero”: punge la lingua e “agita” il gusto. Il polpo era un animale stupido, perché si faceva catturare, lungo gli scogli di via Caracciolo e di via Partenope, ogni sera sempre allo stesso modo: la luce di una fiaccola, riflettendosi su sequenze di gocce d’olio sparse sull’ acqua del mare, rendeva luminosa la scia della barca; la scia attirava il polpo che saliva in superficie e si faceva percuotere dal lungo bastone del barcaiolo. Animale stupido e brutto: “si’ no purpo” detto a una donna era, ed è, un insulto sanguinoso, come dirle “si’ ‘na quaquarchia”, e cioè, spiegava il terribile G. B. Basile, una donna brutta assai, sia di faccia e di corpo che di cuore e di mente. E così la storia del polpo suggerì alla sapienza napoletana due “sentenze”: “’o purpo se coce dint’ all’acqua soja” e “’a morte d’’o purpo è affucato”: due “precetti” antitetici, piazzati all’inizio e alla fine di quella strada lunga, tortuosa, “‘ntruppecosa”- dove non è difficile inciampare – che è la pazienza napoletana.

Il primo “precetto” può essere interpretato in due modi. E’ inutile discutere con lo stupido che è soddisfatto della sua stupidità, e anzi se ne vanta: abbandonalo al suo destino: sarà vinto dalla sua stessa “scemaria”, da quella vanità ridicola, che i napoletani chiamano “scemanfù”, traduzione perfetta del francese “je m’en fous”, “ me ne fotto”: Se lo lasci fare, “ o’ scemo” entrerà da solo in qualche vicolo cieco, da cui non saprà più uscire, e alla fine chiederà che qualcuno lo aiuti. La storia sociale di Napoli, della Campania e del Sud è piena di “guerre” in cui risultò vincitore chi aveva saputo aspettare che l’avversario, da lui giudicato “’no purpo” si cuocesse nella sua stessa acqua. Ma il principio può essere inteso anche in senso generale: le situazioni difficili si devono risolvere da sole, se ci metti la tua mano, corri il rischio che essa venga bloccata dai tentacoli attorcigliati del polpo, dalle insidie nascoste. Il “maruzzaro” di Raffaele Viviani litiga senza requie con la figlia di un guardaporta.  Se la ragazza non sopporta che egli vada in giro a vendere “ammere, cozzeche ‘e Taranto chine’e pepe” e “’o brodo d’’e pupetielle verace”, il “maruzzaro” è pronto anche a cambiare mestiere: ma se lei fa la “tosta” solo per darsi delle arie, allora lui aspetterà che la ragazza si spappoli “nella sua acqua”, “comme se coce’o purpo dint’’a stess’acqua soja”. Ma, come abbiamo detto, la pazienza ha limiti di tempo e di misura. Se la figlia del guardaporta fa la tosta perché la corteggia “nu piezzo ‘e carugnone / ca va sott’’o portone / e cerca d’’a ‘nciucia’” – è superfluo spiegare, di questi tempi, che cos’è l’inciucio -, allora il “maruzzaro” passerà all’azione: quando il “carognone” gli capiterà a tiro, “a taglio”, gli immergerà la testa nella caldaia e lo soffocherà, “cu ‘a capa ‘int’’a pignata/ ‘o voglio fa’ affucà’”.

Il polpo non ha scampo: il tipo di “morte” dipende dai limiti della pazienza e dalla chiara visione strategica dell’avversario. Chi aspetta “eternamente”, perché sa solo aspettare, corre il rischio di farsi vincere anche da un “purpo” qualsiasi. La sapienza napoletana ha previsto che ci possano essere tipi di tal fatta, e li ha inchiodati in  specifiche “sentenze”, di cui parleremo in un’altra “ricetta”.

Nell’articolo non c’è riferimento alcuno a quella ribollente caldaia che è oggi la situazione della politica italiana.

(fonte foto:rete internet)