In piazza San Giovanni, come per incanto, si riannodano i fili della storia di Ottaviano

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Il rito dell’ “offerta” dei frutti della terra a Santa Barbara e l’apertura di “ReStanza”, lo spazio culturale, – rito e apertura “celebrati” domenica 4 dicembre – si collegano idealmente ai valori della storia sociale del quartiere San Giovanni, allo “spirito” del “luogo” che ha svolto un ruolo fondamentale nella storia di Ottaviano. E’ necessaria una riflessione generale sul disastro dell’agricoltura ottavianese.

 

Che ogni luogo abbia una sua anima – lo spirito del luogo – è una verità che, diceva Georges Duby, agli intellettuali è stata svelata dagli “umili”, perché i pastori e i contadini e tutti quelli che faticano e costruiscono con le mani “sentono” prima degli altri le suggestioni dettate dagli oggetti, dalle cose, dalla Natura. E’ giusto che il culto di Santa Barbara abbia sede nella Chiesa di San Giovanni, e sono certo che il parroco, don Salvatore Mungiello, e Vincenzo Caldarelli, e i loro collaboratori faranno diventare tradizione la cerimonia di “offerta” a Santa Barbara dei frutti della terra .

Il quartiere San Giovanni, “cuore” del secondo Centro Storico di Ottaviano, fu residenza, già nel ‘700, di “signori” che dall’agricoltura traevano la loro ricchezza e il loro peso sociale. Il notaio Michele Pisanti possedeva 11 moggia di terra a Santa Croce e appartenevano ai Ranieri 17 moggia di “frutteti e vigneti alla Molignana”. Domenico Fioccola, che era, all’inizio, un umile cocchiere di carri – un “vatigale” – riuscì a diventare padrone di 30 moggia di vigneti e di castagneti ai Mattiuni, all’ Astalonga, allo Scalabrile. E l’elenco dei “fratelli” delle Confraternite era l’immagine concreta e chiara del complesso sistema sociale del quartiere. Il Monastero Napoletano di San Severino e Sossio possedeva lungo la strada che ancora oggi gli Ottavianesi chiamano “San Severino” frutteti e giardini  e dava in affitto le grotte scavate nel tufo ai produttori di vino, anche del Vallo di Lauro.

In piazza San Giovanni abitavano i Saggese detti “Matafone” che già nella prima metà dell’’800 erano tra i più importanti costruttori campani di tini, barili e botti. Cantine vaste si aprono sotto i palazzi lungo la strada del Carmine, e gli atti notarili del ‘700 e dell’’800 ci dicono che i proprietari conservavano con cura mobili e corredi dei tempi in cui non erano ancora diventati “signori”. C’erano, in alcuni di questi palazzi, anche ricche raccolte di libri. Del resto, nella seconda metà del ‘700 abitavano a San Giovanni tre notai, sei sacerdoti – e tra questi due abati – e due medici: un terzo “dottore in medicina”, Giovanni Raniero, che teneva casa “ di sotto San Giovanni”, si vantava di conoscere “la latina lingua”. Abitavano nel palazzo prossimo alla Chiesa i Guastaferro, che tra il ‘600 e il ‘700 svolsero un ruolo importante nella storia di Ottajano. Appartenne alla famiglia Tiberio Guastaferro, frate gerolamino della Congregazione dell’Oratorio Maggiore, sommo predicatore, che nel 1654 donò a Diana Caracciolo, principessa di Ottajano, alcune reliquie di Santi, e tra queste, frammenti di ossa di San Vincenzo. La principessa dispose che le reliquie venissero conservate nella Chiesa del Rosario. Nel 1671 Tiberio donò alla Chiesa di San Michele una statuetta dell’Arcangelo “di pietra propria del Monte Sant’ Angelo” che l’8 maggio di quell’anno fu portata in processione proprio dal principe Giuseppe I Medici. Quando, dopo la parentesi murattiana, i Borbone tornarono a Napoli, i Carmelitani, tornati nel loro convento a Ottajano, incominciarono a insegnare le “prime note dello scrivere e del leggere” ai bambini delle famiglie povere del quartiere e li prepararono a recitare inni e suppliche a San Michele e alla Madonna del Carmine durante le processioni dell’8 maggio e del 16 luglio.

In uno splendido palazzo, proprio là dove la strada del Carmine entra in piazza San Giovanni, è stato aperto domenica “ReStanza”, uno “spazio culturale artigianale”. Leggo nel programma che nei prossimi giorni gli operatori parleranno ai bambini dello “scarabocchio”, e spiegheranno che esso non è solo una “brutta macchia di inchiostro”, ma è un “luogo” in cui la percezione creativa può trovare “un drago, una casa, un racconto, un sogno”. E venerdì 23 dicembre “ReStanza” organizzerà “La favola dei saltimbanchi”, un “laboratorio di teatro” in cui i bambini potranno esprimersi e comunicare “in maniera chiara, precisa ed efficace, dando vita a un mondo onirico e fantastico”. Come si vede, la Storia torna – quasi sempre -, si siede al telaio e continua a tessere la sua trama di idee e di valori. Tra l’altro, nel 1856 funzionavano a San Giovanni  35 “telai semplici” e 14 “telai doppi per la lavorazione della seta”: tutto corrisponde, nella realtà e nel simbolo. Sono certo che l’anno prossimo don Salvatore Mungiello, Vincenzo Caldarelli e i “sangiovannari” di buona volontà organizzeranno, per la festa di Santa Barbara, una mostra – fotografie e documenti- della Ottaviano del tempo che fu – la Ottaviano dei vigneti, dei frutteti e dei castagneti -: perché nessuno finga di ignorare che oggi“le terre” della nostra città sono “terre” abbandonate. Tutti dobbiamo convincerci che questo deserto, da solo, può troncare di netto la trama della nostra storia.