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o meglio lo è, perché tutte lo sono, ma al suo reale prestigio corrisponde solo il vanto e non la tutela e questo non può che nuocergli ed ovviamente nuocerci.

Quando ci s’innamora di una notizia e soprattutto quando questa viene recepita da un terreno già fertile, spesso la si accetta acriticamente come la “prova provata” di un pensiero da anni covato e mai apertamente espresso. Un tardivo risveglio identitario, figlio più della crisi economica e conseguenzialmente dei valori unitari, che del reale amore per la propria terra, spesso martoriata dai suoi stessi figli, spinge molti verso un revival neoborbonico o ad esaltare tutto quanto sia preunitario, spesso dimenticando quanto truce e poco democratica fosse la vita durante l’ancien régime.

Un qualcosa di molto simile sta accadendo anche per il Napoletano, da tempo relegato a dialetto, nel senso più spregiativo del termine e che pare stia invece riscuotendo nuovo lustro ma solo tra le pagine di facebook. Purtroppo, anche in questo caso, più che la realtà dei fatti, vince l’emotività se non il nostro provincialismo, succube di decenni di sudditanza culturale nei confronti di un Settentrione a sua volta supino allo stampo anglosassone.

Il Napoletano purtroppo non è una lingua perché, come diceva il mio prof di glottologia all’università, ha perso una guerra, e mi riferisco a quella contro i Savoia. A Napoli, con l’avvento del Regno d’Italia, è stata imposta una nuova lingua, quella cosiddetta Toscana, la lingua scelta dal vincitore e che, col passare del tempo, si è sempre più diffusa influenzando notevolmente il Napoletano. Non ultimi i mezzi di comunicazione di massa, prima con uno stampo romanesco poi sempre più meneghino, hanno vinto là dove la scuola pubblica non era riuscita ad arrivare, annullando definitivamente ciò che di originale potesse avere ancora la lingua di Masaniello.

Il Napoletano non è disgraziatamente lingua perché nessun nativo la sa scrivere in modo unanimemente riconosciuto, né è capace di produrre documenti ufficiali in quest’idioma e, tranne in sporadici casi (ad es. il Monitore Napolitano, 1799), lo stesso accadeva anche in passato quando si prediligeva il latino o talune lingue straniere per gli atti ufficiali. Ovviamente c’è una vasta e importante letteratura che arriva fino ai giorni nostri ma siamo ben lungi da poterla insegnare nelle scuole o nelle università come accade ad esempio col Valencià in Spagna, dialetto del Catalano ma dall’equivalente prestigio locale; questo accade perché non c’è una grammatica condivisa o conosciuta ai più e senz’altro oggi, per strada non si parla il Napoletano del Cortese e del Basile ma purtroppo neanche quello di Eduardo e Totò.

Non è poi vero che l’UNESCO abbia ufficializzato il Napoletano come suo patrimonio ma è forse vero che sia stato inserito in una lista di lingue in pericolo, accomunandolo ad altre lingue meridionali e italiane e senza premiarlo con blasoni di presunta superiorità, in altre parole, come spesso accade nella rete è questa un’altra bufala o mezza verità spacciata per verbo assoluto e gioia per chi lucra con i banner pubblicitari. Sottolineo poi che la differenza tra lingua e dialetto è una distinzione meramente istituzionale e non scientificamente probabile (esistono tentativi non concordi a riguardo come ad esempio la vicinanza geografica al punto di irradiazione della lingua madre latina o l’isolamento linguistico ma la tesi predominante resta quella socio/politica).

Con questo voglio dire che, da napoletano, soffro per la mancanza di una lingua vera e propria da poter utilizzare come mia. Soffro perché nella sua entusiasmante eterogeneità e duttilità risulta talvolta incomprensibile come quando si mettono a confronto un puteolano e un vomerese o chi vive nell’entroterra partenopeo e uno del Vesuviano o della Penisola. Una lingua che ha, e per certi versi continua ad avere, una sua illustre storia ma da qui a definirla tale, alla stregua dell’Italiano o del Catalano o di altre lingue vive romanze universalmente accettate e comprese, mi sembra esagerato per la realtà dei fatti, e ipocrita per l’artificiosità degli intenti, così come pretestuosamente provò a fare la giunta Bassolino nel 2008, cercando di elevare il Napoletano a rango di lingua e per decreto, ma senza riuscirci o spendere un euro per diffonderne lo studio e la corretta diffusione.

Inutile sostenere che le sua flessibilità possa essere la sua ricchezza perché, se è vero che tutte le lingue accettano calchi, prestiti e barbarismi vari e che questo non debba per forza essere un danno ma un esempio di vivacità linguistica, è anche vero che molte di queste hanno basi solide e mura forti per difendersi e per non perdere definitivamente la propria natura e originalità, in pratica, per non diventare un’altra cosa.