Cronaca di una visita al Sacrario delle vittime dell’efferato eccidio nazifascista in un momento storico in cui alcuni governi hanno smarrito la rotta e dimenticato la storia.
Ai primi di luglio scorso, sono ritornato in Versilia per presentare uno dei miei ultimi libri. Una terra accogliente che amo molto e nella quale appena posso mi rifugio per respirare aria buona tra relax ed eventi culturali. Una terra che mi lega a tanti amici, su tutti alla famiglia Bigazzi con a capo la mia cara Gianna. Una terra che mi riporta ogni volta al suo Carnevale, ai Bagni, agli anni d’oro della Bussola e agli esordi di Mia Martini al Piper 2000.
Erano anni che volevo rendere omaggio al Sacrario delle vittime dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, lì in alto, a pochi chilometri dal mare, ai piedi di quello spettacolo naturale che sono le Alpi Apuane che ogni volta Gianna mi indica affascinata dal suo accogliente e assolato terrazzo, rigoglioso di piante e di fiori.
Me ne aveva parlato, a diciott’anni, col cuore carico di passione, il mio amato e stimato prof. di Italiano e Storia, Carlo Borriello, a conclusione di una delle sue indimenticabili e proverbiali lezioni di Storia, di Letteratura e di vita a proposito del 25 aprile e della Liberazione dal nazifascismo.
Questa volta, complice la comunione d’intenti col mio caro amico Paolo Cosimini, decidiamo di salirci in un afoso pomeriggio, quando, dopo un percorso in auto alquanto tortuoso, giungiamo fino al belvedere del Sacrario da un ripido sentiero di montagna.
In questa occasione il colpo al cuore, come il titolo del brano che Bigazzi scrisse per Mina nel ’68, me lo impone un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato a quel tragico 12 agosto di ottantuno anni fa, quando – durante la Seconda Guerra Mondiale – fu teatro di una delle stragi più atroci compiute dai nazisti in Italia con la complicità degli italiani fascisti.
In quella giornata, le truppe tedesche, con il supporto di milizie fasciste italiane, entrarono nel villaggio che da circa duecento abitanti era arrivato ad accogliere più di mille sfollati (le cronache raccontano anche di qualche napoletano tra di loro), che provarono a mettersi al sicuro in queste case non disposte come nei classici paesi ma disseminate qua e là sulla parte finale dell’appennino toscano, sulla Linea Gotica. L’obiettivo era quello di punire la popolazione per il sostegno ai partigiani e alle forze di resistenza. Attenzione, non fu una rappresaglia, come il falso storico del seppur apprezzabile film di Spike Lee “Miracolo a Sant’Anna” del 2008 ci racconta. Fu una punizione! Efferata! Atroce!
Le truppe tedesche, sotto il comando del capitano Walter Reder, compirono un massacro indiscriminato. All’alba del 12 agosto rastrellarono e uccisero 560 civili, soprattutto donne, alcune di loro anche in dolce attesa, bambini e anziani, tra di loro c’erano anche invalidi, senza distinzione (i maschi adulti erano quasi tutti partigiani e militavano lontano da casa). Molti furono barbaramente assassinati con armi da fuoco, altri bruciati vivi o uccisi con metodi crudeli. In nome di una regola non scritta che impediva di uccidere indifesi, i civili di Sant’Anna avrebbero dovuto essere risparmiati e invece su di loro si compì la violazione di qualunque principio umano e militare. La strage durò diverse ore e lasciò il villaggio completamente distrutto e in macerie. Un cimitero a cielo aperto.
Giunti sul posto, nel secondo pomeriggio, siamo stati accolti da un silenzio irreale, carico di immagini che evocano rumori assordanti.
È impossibile rimanere indifferenti di fronte a quella lapide, dove i nomi di donne e bambini innocenti ci ricordano con tanta crudezza la brutalità di un passato che non deve essere dimenticato. Quei numeri indicanti l’età, incisi sul marmo accanto ai nomi, sono un pugno nello stomaco. La lapide scuote, riportando il visitatore alla crudeltà e all’orrore di un eccidio che ha segnato la storia.
Il pensiero è andato a quella mattina di agosto e al contempo ai bambini e alle donne palestinesi in fila per l’acqua, uccisi a Gaza in queste settimane dall’esercito di questo criminale governo israeliano. È un dolore che si ripete, un’eco di sofferenza che attraversa il tempo e la storia, e che fa riflettere su quanto il male possa manifestarsi in forme diverse ma ugualmente terribili. La memoria colpisce nel profondo, suscita un senso di tristezza e di riflessione, ma anche di responsabilità. È un monito potente a non voltarsi dall’altra parte, a custodire con cura la memoria di chi ha sofferto. La loro innocenza spezzata esorta a lottare per un mondo più giusto, più umano. Questo luogo è un appello al cuore, affinché l’umanità impari dai propri errori e si impegni a costruire un futuro di pace e di rispetto per ogni vita.
Nonostante la distanza e il percorso poco agevole, al Sacrario e al villaggio di Sant’Anna di Stazzema andrebbero portati i nostri giovani studenti. Per il momento, grazie al nostro giornale online, possiamo raccontare le forti emozioni provate, documentando la visita anche con una nutrita galleria fotografica di scatti personali.
In questo 12 agosto, nel ricordo delle vittime dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, possano i principi di pace, democrazia, libertà e giustizia, riprendere il posto che meritano in questi tempi così difficili per l’intera umanità.









































