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I nomi “Vigna del Vulcano” e “Forgiato” già indicano le “virtù” dei due vini: è il fonosimbolismo del “naming”.

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Proprio nei giorni in cui i vini di “Villa Dora”, l’azienda di Terzigno, entrano nell’elenco dei 100 vini più importanti del mondo,è interessante notare che, in base ai criteri del “naming”-il settore del marketing che spiega in che modo scegliere i nomi di un prodotto- i nomi “Vigna del Vulcano” e “Forgiato”, già da soli, attraverso il gioco del fonosimbolismo, indicano le notevoli “virtù” dei due vini. E dunque i nomi sono stati scelti con saggezza e con profonda competenza.

Nomen est omen

 

Martedì abbiamo presentato a Pomigliano d’Arco, nella libreria “Feltrinelli”, “Naming”, il prezioso libro che Giovanni Sodano ha dedicato a quel  settore del marketing- il “naming”, appunto -, che spiega in che modo bisogna scegliere i nomi di un prodotto e di un’azienda. Ma poiché il prodotto, oltre che una birra o un liquore, può essere anche un libro, un quadro, una canzone, un’opera teatrale, si capisce l’importanza culturale del “dare il nome alle cose” e si vede chiaramente quanti e quali siano i pregi del libro di Sodano. In questi pregi del libro trova conforto il mio progetto di promuoverne la lettura anche tra i ragazzi, che incominciano a sistemare, con il gioco dei nomi, il mondo circostante: ed è giusto che sappiano fin da ora che “con il cambiare della cultura, cambia anche il modo di dare il nome alle cose”, e cambiano i significati dei nomi. La scienza del “naming” è anche la sintesi delle idee di importanti filosofi del Novecento, Wittgenstein, Benjamin, Bauman, Bodei, e di grandi studiosi del linguaggio come Emile Benveniste, Ernst Cassirer e Umberto Eco. E’ stato definitivamente dimostrato che i popoli scelgono i nomi delle cose non in modo casuale e arbitrario, ma orientati da necessità di carattere linguistico, semantico e fonetico: i Greci e i Latini vedevano nel suono “flu” l’immagine di qualcosa che scorre, di un “flusso”, appunto, e perciò i Latini chiamarono “flumen” il corso d’acqua di vasta portata e i Greci indicarono con il verbo “fluo” il “ribollire”, il “traboccare”, e anche il “parlare a vanvera”, che è un flusso di parole pronunciate a caso, e prive di senso. Fondamentale, nel linguaggio, è dunque il “fonosimbolismo”, il gioco che ci spinge ad abbinare immagini a parole, a sillabe, anche ai singoli suoni vocalici e consonantici. Scrive, infatti, Giovanni Sodano che “ la “i” e la “u” richiamano immagini di leggerezza e di velocità, hanno un colore chiaro, mentre le vocali “a”, “o”, “u” evocano l’idea di lentezza e di pesantezza, forme arrotondate e hanno un colore “scuro”.” “Nomen est omen” dicevano i Latini: il nome dice già tutto, è un indizio profetico.

Quando scrissi la terza edizione del mio libro sui vini del Vesuvio, mi domandai come i produttori scegliessero i nomi delle loro creazioni, e notai che in qualche caso i nomi scelti per i vini suggerivano, a livello fonosimbolico, immagini perfettamente corrispondenti a quelle di cui si servivano i giornalisti “specialisti” nel redigere le schede delle loro valutazioni. “Vigna del Vulcano “ è un “lacryma christi”  bianco di “Villa Dora”, nato dalla falanghina e dalla “coda di volpe”, prodotto lungo una “verticale”  che può definirsi prodigiosa per il numero delle annate e perché anche le possibili variazioni delle “virtù”, da un anno all’altro, seguono la logica della coerenza.  Hanno scritto del “millesimo 2002” che questo “Vigna” è “pieno, scorrevole, vivace nella freschezza e nelle note saline”, mentre il “Vigna” del 2013 è “più snello, veloce al palato, scorrevole, energico nella freschezza a tratti ruvida. Del “Vigna” del 2006 scrissi che “è un vino maestoso, di florida e matura giovinezza, come una donna di Renoir”. Ora, “assaporate” il nome del vino, e liberate il gioco delle immagini “fonosimboliche”: la velocità e la scorrevolezza sono suggerite immediatamente dal bisillabo “vigna”, in cui la “i” accentata diventa ancora più rapida grazie all’incontro con il suono tenero di “gn”, tanto da dare levità anche alla “v” iniziale. Severo è invece il suono della “v” di “Vulcano”, seguita dalla cupa “u”; solenne suona, grazie anche all’accento, la sillaba centrale “ca”, e decisa e senza incertezze è la chiusura in”o” della parola. Nel nome di questo vino ci sono, in un ordine coerente, tutte le vocali, eccetto la “e”, e c’è, ben delineata, l’immagine di una giovinezza giocosa che diventa, poi, composta e regale, pur conservando la freschezza della gioventù e la nobiltà incantevole del vigore.

La parola “Forgiato” evoca, con il suo significato, l’immagine della “forma” che si delinea proprio secondo l’idea di chi la plasma, della materia che si arrende alla volontà dell’uomo e diventa “figura”. “Forgiare” è il verbo di chi pratica l’arte del costruire usando la creatività, l’ingegno, le mani, il fuoco, il martello, il bulino dell’orefice: nella gioia, nella fatica, nel sudore. A livello fonosimbolico “forgiato” suggerisce la scena di un soffio di vento, “for…” che rapido si sprigiona e poi si placa, si posa sull’obiettivo raggiunto “…giato”, e ritorna là da dove era partito, ma diverso e più intenso. Alla fine di un bicchiere di questo vino maestoso i sensi e il pensiero immaginativo risalgono all’indietro lungo il flusso delle suggestioni e le percepiscono in modo nuovo, e in misura più varia e con un avvertire più profondo: come quando, letta la conclusione di un romanzo di livello assai alto, scopriamo i “messaggi” nascosti dall’autore nelle prime pagine e che all’inizio della lettura non eravamo ancora in grado di cogliere. Il “Forgiato” è un romanzo a chiave, come quelli di Scott Fitzgerald e di Kerouac: è un vino ed è l’allegoria del territorio vesuviano. E infatti quello del 2004 Giovanni Ascione lo sentì “cupo e terroso”: un giudizio geniale, perché la terra ha la sostanza del fuoco, e il “cupo” è “illuminato” da “tocchi speziati non invadenti di pepe pungente e di cannella”, così come la notte vesuviana porta in sé la luce della storia e i lumi delle stelle. “Forgiato”: è un  nome che abbinato a questo magico vino diventa magico. A dimostrazione definitiva del fatto che tra certi “prodotti” e i loro nomi può avvenire, talvolta, uno scambio ininterrotto di valori, di malie, di incantamenti.