PERstradaPERcaso, il miracolo delle mani giuste: dalla paura alla gratitudine

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“San Genna’… pienzace Tu” — e Lui non se lo è fatto ripetere: ha guidato con precisione la mano di ogni operatore che si è preso cura del mio cuore.
Scrivo questa esperienza #PerStradaPerCaso perché sento che non è soltanto una vicenda personale, ma un fatto sociale, motivo di orgoglio napoletano e testimonianza di profondo attaccamento al nostro Santo protettore. È una storia che può restituire fiducia a chi ritiene che la nostra sanità sia ancora di “serie B”.
Il mio percorso era iniziato a ottobre in un ospedale romano, con successiva riabilitazione nella Capitale. Ero convinto di trovarmi ai vertici dell’assistenza ospedaliera, avendo come termini di paragone solo un’esperienza milanese di anni fa e il ricordo della sanità napoletana di trent’anni fa.
Ma forse San Gennaro — che conosce il mio amore viscerale per Napoli e per il suo popolo — ha deciso di prendermi per mano, quasi a volermi dire: «Mo’ te faccio vedé io come si cura un cuore». Mi ha affidato a mani sicure, prima in emergenza e poi nel reparto di UTIC dell’Ospedale del Mare.
Lì ho scoperto un mondo fatto di igiene impeccabile, efficienza organizzativa, altissima professionalità e, soprattutto, profonda e commovente umanità.
Dai primi sintomi dell’infarto in poi, la mia vita è stata salvata da una trama di coincidenze troppo fitte per essere casuali. Persino il tempo trascorso tra il dolore e la chiamata al 118 — che avrebbe potuto essermi fatale — si è trasformato in un tassello di un disegno più grande. Dalla corsa in ospedale fino al ricovero in una stanza dove, inaspettatamente, l’effigie di San Gennaro vegliava sulla testata del mio letto, ogni passo mi è apparso guidato. È bastato chiedere.
Ma il Santo non si è fermato lì. Dopo le dimissioni, ha voluto che ritrovassi sulla mia strada un caro amico, il dottor Salvatore Auzino, già stimato responsabile della riabilitazione cardiaca al C.T.O. prima del pensionamento. Con affetto e determinazione mi ha incoraggiato a proseguire il percorso riabilitativo, indirizzandomi verso una struttura d’eccellenza.
La destinazione non poteva che essere simbolica: nel cuore di Napoli, al rione Sanità, presso l’Ospedale San Gennaro. Non lasciatevi ingannare dai lavori in corso: il centro di riabilitazione cardiologica diretto dal dottor Mario Mallardo si è rivelato una vera bomboniera per efficienza e pulizia.
In questi due mesi mi sono sentito costantemente protetto: dalla premura delle fisioterapiste Elena e Flavia; dalla grande competenza dei cardiologi Regina Sorrentino e Antonio Ruvolo; dalla presenza discreta ma attenta del primario Mario Mallardo.
Un grazie sincero anche a Mariangela e Beniamino per il garbo e la professionalità con cui, quotidianamente, hanno rilevato i miei parametri, accompagnandomi anche durante le attività motorie. Oggi torno a casa con miglioramenti evidenti e con il cuore colmo di gratitudine. Sento che San Gennaro abbia voluto affidarmi a queste persone per mostrarmi il volto più bello della nostra città.
Mi avete curato il cuore e, nello stesso tempo, me lo avete rubato. Siete entrati nel luogo a me più caro, avete toccato i miei sentimenti. Ma sappiate che il mio cuore è una trappola: una volta entrati, vi resterete per sempre.
Con profonda stima,
auguro a tutti voi una carriera luminosa.
…per #Legatialfilo2026
per #Legatialfilo2026 Ciro NOTARO autore #PerStradaPerCaso Il Mediano.it

Il cordoglio dell’amministrazione di Nola alla famiglia del piccolo Domenico

Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Nola

Il Comune di Nola esprime il più profondo cordoglio per la scomparsa del piccolo Domenico, nostro giovane concittadino, la cui prematura morte ha colpito e scosso l’intera comunità nolana e non solo.

L’Amministrazione comunale, interpretando il sentimento unanime della città, si stringe con sincera partecipazione attorno alla famiglia, alla quale è stata discretamente accanto in questi giorni di immenso dolore. Non ultimo questa mattina, quando il Sindaco Andrea Ruggiero, recatosi presso l’Ospedale Monaldi, ha personalmente espresso le proprie condoglianze e quelle dell’intera comunità nolana ai familiari del piccolo Domenico, comprese quelle di Sua Eccellenza il Prefetto Michele di Bari che per il tramite della fascia tricolore ha telefonicamente espresso la sua vicinanza alla famiglia.

In segno di rispetto e di condivisione del loro dolore, sarà proclamato il lutto cittadino nel giorno delle esequie, fissate per la prossima settimana. La funzione si terrà presso la Cattedrale di Maria Assunta in Cielo, dove la comunità potrà raccogliersi in preghiera e testimoniare la propria vicinanza alla famiglia.

Inoltre, su invito del legale della famiglia, l’avvocato Petruzzi, l’Amministrazione coglie l’occasione per stigmatizzare con fermezza i tentativi di truffa che stanno circolando nelle ultime ore, legati a presunte raccolte fondi a sostegno della famiglia. Come confermato dall’avvocato, allo stato attuale tali iniziative risultano essere esclusivamente tentativi fraudolenti. Si invita pertanto la cittadinanza alla massima prudenza. Nei prossimi giorni, sarà invece intenzione della famiglia promuovere la costituzione di una Fondazione dedicata ai bambini bisognosi di trapianto, nel nome e nel ricordo di Domenico.

In questo momento di indicibile dolore, l’Amministrazione comunale e l’intera macchina comunale rinnovano la propria vicinanza ai genitori, ai familiari e a tutti coloro che hanno voluto bene al piccolo Domenico, affidando il suo ricordo alla memoria collettiva della nostra comunità.

Premio “Carmine Alboretti”, terza edizione: memoria, territorio e futuro del giornalismo. Premiato Massimo Corcione, già direttore di Sky Sport

La terza edizione del Premio giornalistico nazionale “Carmine Alboretti”, promossa dall’Associazione Giornalisti Vesuviani, ha rinnovato il doveroso omaggio a un protagonista del giornalismo campano e nazionale, saggista e vaticanista autorevole, profondamente legato al territorio vesuviano.

La cerimonia, introdotta e condotta dalla giornalista Gabriella Bellini, si è aperta con i saluti del presidente dell’Associazione Giornalisti Vesuviani Antonio d’Errico, e della presidente onoraria Maria Carotenuto.

Sono intervenute inoltre numerose autorità istituzionali: Mario Casillo, vicepresidente della Giunta regionale; i sindaci di Boscoreale e Boscotrecase Pasquale Di Lauro e Pietro Carotenuto; il presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio Raffaele De Luca; il giudice del tribunale di Torre Annunziata Maria Ausilia Sabatino

Momento centrale della mattinata, la consegna del Premio a Massimo Corcione, già direttore di Sky Sport: un riconoscimento attribuito “per il suo contributo al racconto giornalistico dello sport e dei grandi eventi”. Originario di Torre Annunziata, Corcione incarna lo spirito del premio: un professionista di rilievo nazionale, ma al tempo stesso espressione della tradizione giornalistica vesuviana, capace di affermarsi su scala nazionale senza perdere il legame con le proprie radici culturali e sociali. A consegnare il riconoscimento sono stati Maria Carotenuto, Antonio d’Errico e i componenti del direttivo.

Conferita anche una menzione speciale a Gianfranco Coppola, presidente nazionale USSI e caporedattore della Tgr Campania. La motivazione ne ha sottolineato la presenza costante sul campo, la capacità di analisi e l’attenzione alle comunità locali, elementi centrali nella narrazione dei cambiamenti sociali, economici e culturali.

Corcione e Coppola hanno ricevuto un’opera d’arte in pietra lavica progettata dal maestro Nello Collaro e realizzata dall’artigiano Luigi Biagio De Martino: a loro e all’Isis “Graziani-Cesaro-Vesevus” l’Associazione ha consegnato una targa di ringraziamento per la preziosa collaborazione

Dopo la cerimonia, la giornalista Mary Liguori ha moderato il corso di formazione dedicato al tema “Napoli capitale europea dello sport: comunicare i grandi eventi sportivi”

Il Premio “Carmine Alboretti” si conferma così non solo come riconoscimento alle eccellenze del giornalismo, ma come spazio di memoria attiva e laboratorio di futuro. Un modo concreto per tenere viva l’eredità di Alboretti: un giornalismo radicato nei territori, attento alle comunità, capace di guardare lontano senza dimenticare da dove viene.

Addio Domenico, il bimbo di Nola é morto

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  La notizia è arrivata come un colpo improvviso: Domenico è morto. Il bambino di poco più di due anni ricoverato al Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito non è riuscito a superare le complicazioni che avevano reso il suo quadro clinico sempre più delicato. Per settimane la sua vicenda è stata al centro dell’attenzione nazionale. Non per morbosa curiosità, ma perché quando a lottare è un bambino così piccolo, ogni madre e ogni padre si sentono coinvolti. Domenico era figlio di una famiglia del Nolano, ma la sua battaglia era diventata quella di tanti. Dopo l’intervento, le sue condizioni erano apparse subito critiche. I medici hanno tentato ogni strada possibile. La famiglia non ha mai lasciato la sua mano. Hanno sperato fino all’ultimo battito. Quando è arrivata la decisione di accompagnarlo con cure palliative, molti avevano già capito che la speranza si stava assottigliando. Ma finché c’è un respiro, c’è attesa. Finché c’è un battito, c’è un miracolo possibile. Quel miracolo non è arrivato. Oggi restano le lacrime di una famiglia distrutta e il silenzio rispettoso di un Paese che si stringe attorno a loro. Resta una domanda che chiede chiarezza e responsabilità, ma prima ancora resta il dolore puro, quello che non ha spiegazioni. Domenico aveva solo due anni. Una vita appena iniziata. La sua storia ha scosso l’Italia perché ci ha ricordato quanto sia fragile la speranza e quanto sia immenso l’amore di chi lotta fino alla fine per un figlio.

Somma Vesuviana, Giuseppe Martone Junior porta su Prime Video “Bologna Brigante”

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Con “Bologna Brigante”, il regista originario di Somma Vesuviana Giuseppe Martone Junior firma un’opera intensa e personale, oggi disponibile su Prime Video, che attraversa geografie e coscienze per raccontare una storia di radici, resistenza e appartenenza.

Scritto e diretto dallo stesso Martone, “Bologna Brigante” nasce dalla visione produttiva di Tiro Production, realtà indipendente fondata dal regista insieme a Michele Maccaferri, in arte Malecherifarei – autore anche delle musiche originali – e a Niccolò Cinti, montatore del film. Il progetto ha potuto contare sul sostegno della Emilia Romagna Film Commission e sul supporto della Calabria Film Commission. 

In questa intervista, Martone Junior racconta la genesi del film e il lavoro collettivo dietro la macchina da presa. Un percorso che parte da Somma Vesuviana e arriva al grande pubblico, dimostrando come anche le produzioni indipendenti possano trovare spazio e voce sulle piattaforme internazionali.

Intervista a Giuseppe Martone Junior

Come nasce l’idea di raccontare la storia di Pietro Marino? L’idea nasce leggendo la storia del brigante Musolino che mi ha intrigato tantissimo: vittima e carnefice allo stesso tempo. Ho immaginato di creare la figura di un suo ipotetico nipote che vivesse ai giorni nostri e ho iniziato a pensare a cosa succederebbe se quella mentalità — l’orgoglio, la vendetta, il sentirsi fuori posto — venisse catapultata nella contemporaneità. Pietro è nato così: non come un eroe criminale, ma come una persona che arriva in un mondo di cui non conosce i codici e prova a interpretarlo con gli strumenti che ha. Perché ha scelto proprio Bologna come luogo centrale della vicenda? Mi sono trasferito a Bologna da Somma Vesuviana subito dopo il diploma ed esclusi quattro anni passati all’estero tra Santo Domingo e Londra ho sempre vissuto qui. Bologna è la città perfetta per innestare la storia e la personalità di Pietro, perché è una città molto aperta, giovane, piena di relazioni spontanee. È un posto in cui le persone si incontrano facilmente, parlano, condividono spazi: all’apparenza ti accoglie subito. Volevo un ambiente vivo, umano, mai ostile ma nemmeno semplice. Pietro arriva in una città che non lo respinge: lo mette alla prova senza dichiararlo. E nel tentativo di starci dentro, lui si rivela. Quanto è importante il contrasto tra Calabria e Bologna nella costruzione del film? È fondamentale, ma non è un contrasto Nord-Sud nel senso classico. È il contrasto tra chi conosce le regole e chi deve impararle osservando. La Calabria nel film è origine e identità, Bologna è interpretazione: Pietro non cambia terra, cambia grammatica sociale. Ed è proprio nel tentativo di tradurre sé stesso che nasce il conflitto. Pietro è un personaggio che cambia davvero o scopre semplicemente una parte di sé? Nel capitolo uno vediamo solo l’impatto dell’arrivo in città di Pietro, non posso fare spoiler per il secondo capitolo. C’è un episodio del film che per lei è il cuore emotivo della storia? La scena di quando Annalicia lascia casa. Ogni volta che una persona cambia casa lascia qualcosa, ma si porta via anche una parte di sé. Le case non sono solo spazi: sono memoria quotidiana, abitudini, identità. Oggi poi quel momento pesa ancora di più. In un periodo in cui l’emergenza abitativa è concreta e diffusa, salutare una casa non è solo un passaggio pratico: diventa una frattura emotiva. Quanto c’è di autobiografico nella rappresentazione della “vita bolognese”? Ho avuto la possibilità di vivere Bologna prima come città di passaggio da studente fuorisede e poi da persona che ha scelto di viverci. Ne ho potuto scrutare e apprezzare quasi tutti gli ambienti da quello più underground a quello più borghese e raffinato. Nel film apparte qualcosina non ci sono episodi autobiografici, solo atmosfere: il modo in cui si condividono le case, le giornate che iniziano in un posto e finiscono in un altro, le amicizie che nascono velocemente che diventano famiglia, le notti insonni, le trasgressioni. Quando ha capito di voler fare il regista? La prima volta che sono rimasto senza parole dopo aver visto un film è stato a tredici anni, quando insieme a due amici guardai Il camorrista di Giuseppe Tornatore: la storia di una persona di cui sentivo spesso parlare, che aveva costruito la sua leggenda a pochi passi da casa mia. Grazie a quel film non era più qualcosa di raccontato: diventava reale, concreto, vicino, spettacolare. Il cinema — o meglio lo sguardo di un regista — può fare questo: non solo rendere visibile una storia, ma darle anche un valore quasi educativo, mostrarti cosa c’è dietro, fartene percepire le conseguenze e farti crescere come spettatore prima ancora che intrattenerti. La scelta di voler fare questo nella vita è arrivata dopo un lungo percorso artistico, attraversando musica, fotografia e video. Durante il lockdown ho realizzato un cortometraggio sul tema della violenza sulle donne( “#oddiorestoacasa” disponibile su YouTube), molto apprezzato sia dal pubblico che dalla critica e selezionato in diversi festival. Vedere qualcosa che avevo concepito io arrivare agli altri, essere interpretato, discusso, sentito mi ha fatto capire che il cinema non era più solo espressione, ma comunicazione — un dialogo reale con chi guarda. Quali sono i suoi principali riferimenti cinematografici? Mi piace il cinema autentico, quello capace sia di farti sognare sia di metterti a disagio. Da una parte Fellini, che trasforma la realtà in qualcosa di più grande e quasi sospeso; dall’altra Scorsese, che invece ti tiene incollato ai personaggi fino a sentirne il peso. Poi ci sono registi molto diversi tra loro ma riconoscibili subito: l’energia narrativa di Tarantino, la costruzione visiva di Wes Anderson, lo sguardo raffinato e sociale di Östlund, l’emotività di Almodóvar e la dimensione fiabesca di Tim Burton. Sono modi diversi di raccontare, ma hanno in comune una cosa: un punto di vista riconoscibile. È quello che cerco anch’io — non un genere preciso, ma uno sguardo. Come lavora con gli attori per costruire personaggi così legati alle radici culturali? Al cast ho chiesto prima di tutto di spogliarsi della loro dizione e parlare nudi come “mamma li aveva fatti”. Ho lavorato tanto con le improvvisazioni cercando di mettere in scena situazioni quotidiane per arrivare a scegliere chi fosse più naturale e più vicino ai personaggi del mio film. Il mio lavoro è portare gli attori lì, dove smettono di interpretare e iniziano semplicemente a stare nella scena. Dopo Bologna Brigante, che direzione immagina per il suo futuro artistico? Dopo l’uscita al cinema e ora su Prime video io e i miei soci abbiamo ricevuto qualche offerta per realizzare il secondo capitolo di Bologna Brigante che stiamo valutando, ma in questo momento sono impegnato nella scrittura di un film ambientato proprio nella zona vesuviana: una storia d’amore nata tra campagne, un magazzino ortofrutticolo e l’immancabile Bologna.

Parco Nazionale del Vesuvio: Silvana Di Giuseppe nuovo membro del Consiglio Direttivo

La geologa ambientale Dott.ssa Silvana Di Giuseppe della Società Italiana di Geologia Ambientale, è stata nominata membro del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. Antonello Fiore (Presidente Nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale – SIGEA APS) : “Ringraziamo il Ministro Gilberto Picchetto Fratin. Il Parco del Vesuvio è pregevole dal punto di vista naturalistico e ambientale ed è un sito in cui la storia scientifica della conoscenza dei fenomeni geologici ha radici estremamente profonde”. Gaetano Sammartino  (Presidente Campania – Molise della SIGEA) : “Accogliamo questa nomina con entusiasmo, sicuri che tutti gli sforzi e l’impegno profuso per la crescita della nostra associazione  delle nostre visioni sul rapporto uomo/ambiente e nel promuovere la cultura geologica possano trovare concreta applicazione in un ambito territoriale di inestimabile valore”. La geologa Silvana Di Giuseppe della Società Italiana di Geologia Ambientale, nominata membro del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. “Esprimiamo grande soddisfazione per la nomina della socia campana Geologa Silvana Di Giuseppe a membro del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. La nomina è stata formalizzata dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, con Decreto del 20 gennaio 2026, in rappresentanza delle associazioni di protezione ambientale. La scelta, avvenuta in accordo con il Presidente della Sezione Campania, Gaetano Sammartino, premia il profilo professionale della geologa, ritenuto particolarmente aderente alle funzioni e ai compiti da espletare in seno al Consiglio Direttivo dell’Ente Parco. Il Parco del Vesuvio è pregevole dal punto di vista naturalistico e ambientale ed è un sito in cui la storia scientifica della conoscenza dei fenomeni geologici ha radici estremamente profonde. Come SIGEA, ringraziamo il Ministro Gilberto Pichetto Fratin e la Direzione generale Tutela della biodiversità e del mare per aver riconosciuto il valore della nostra candidatura. Garantiremo il nostro sostegno all’Ente Parco e ci impegneremo a sostenere ogni attività di conoscenza, tutela e valorizzazione del vulcano più famoso del mondo e uno dei geositi più importanti d’Europa”. Soddisfazione è stata espressa dal Presidente della Sezione Campania – Molise della Società Italiana di Geologia Ambientale SIGEA   “Accogliamo questa nomina con entusiasmo, sicuri che tutti gli sforzi e l’impegno profuso per la crescita della nostra associazione – ha dichiarato Gaetano Sammartino, Presidente della Sezione Campania della Società Italiana di Geologia Ambientale –  delle nostre visioni sul rapporto uomo/ambiente e nel promuovere la cultura geologica possano trovare concreta applicazione in un ambito territoriale di inestimabile valore”. Silvana Di Giuseppe è specializzata in geologia ambientale con all’attivo molteplici pubblicazioni. «Sono particolarmente fiera ed emozionata – ha dichiarato la Geologa Silvana Di Giuseppe e vorrei ringraziare il presidente nazionale della SIGEA, Antonello Fiore e soprattutto il Presidente regionale Gaetano Sammartino, per aver voluto puntare su di me. Ne sento la responsabilità e accoglierò tutti i suggerimenti che i membri dell’associazione vorranno sottopormi. Sono fiduciosa che si possa essere al contempo custodi delle particolarità territoriali e volano per far emergere tutte le potenzialità di questa parte della nostra regione, che ha ancora molto da esprimere in termini di storia, arte, cultura, colture pregiate e, soprattutto, di un archivio scientifico e di studi di cui il Vesuvio è stato protagonista. Mi adopererò per far conoscere e apprezzare ai tanti visitatori, oltre al paesaggio e alla natura dei luoghi, anche le sue tipicità storico/eruttive”.  

Terremoto di magnitudo 4.5 nel Salernitano

A Montecorice, ipocentro localizzato a 319 k
Terremoto di magnitudo 4.5 è avvenuto nella zona di Montecorice, in provincia di Salerno. L’ipocentro è stato localizzato a una profondità di 319 km. La scossa sismica è stata registrata alle 1.28 dalla Sala Sismica INGV-Roma. Al momento non si hanno notizie di danni e persone o cose. CREDIT FOTO WEB

Angela Luce, la ‘voce di Napoli’, si è spenta ieri

Era l’artista italiana con la carriera più longeva e per questo il Senato l’aveva premiata, giusto un anno fa. Oggi, dalle 8.45 alle 12.00, l’Amministrazione comunale allestirà la camera ardente presso la Sala dei Baroni al Maschio Angioino. I funerali saranno celebrati alle ore 12.30 nella chiesa di San Ferdinando, conosciuta come chiesa degli Artisti, in piazza Trieste e Trento. A Palazzo Giustiniani era stata ancora una volta Bammenella, cantando il classico di Viviani che aveva rilanciato nel mondo. Angela Luce è morta a 87 anni nella sua Napoli. E’ stata cantante, attrice, diva popolare e amatissima per la bellezza mediterranea e un talento naturale che fece dire a Eduardo De Filippo: ‘Chesta nunn’ave bisogno ‘e provino’ (per lei non occorrono provini). E il ‘Direttore’ aveva naturalmente ragione: in 74 anni di attività, artista poliedrica e grintosa, Angela Luce, ‘voce di Napoli’ perfettamente conservata fino alle ultime esibizioni, ha lavorato tanto, nei teatri, nel cinema (80 film) in televisione (un titolo per tutti, ‘Giochiamo al Varietè’ di Antonello Falqui). Una vita artistica ricca che raccontava con gioia e consapevolezza: da Visconti a Totò (cult la scena del bacio ‘di condoglianze’ sui seni generosi in ‘Signori si nasce’ di Mario Mattoli), dal Decameron di Pasolini a Pupi Avati e Turturro, dalla sceneggiata con Merola a Sanremo (dove nel 1975 si classificò seconda con il teatrale brano ‘Ipocrisia’, alla pari con Rosanna Fratello), fino alla grande soddisfazione del David di Donatello nel 1995 per ‘L’amore molesto’ di Mario Martone che la portò in concorso a Cannes. Angela Savino, nata a Napoli il 3 dicembre 1938, aveva esordito quattordicenne cantando ‘Zì Carmilì’ alla Piedigrotta Bideri ma sognava di recitare: tra i clienti del padre, artigiano di Via Mezzocannone, c’era anche l’attore Ugo D’Alessio. Sarà lui a presentarla a Eduardo che la scrittura subito per la compagnia del San Ferdinando (sarà anche una Ninuccia di Natale in Casa Cupiello) facendola crescere alla sua dura scuola. Un rapporto che si interrompe per una ‘cottarella’ che in ambiente di lavoro non era consentita, ma la stima non fu intaccata: Eduardo la richiamerà anni dopo, per le celebri commedie televisive e lo sceneggiato ‘Peppino Girella’. Angela lavora tanto, anche con le compagnie di Peppino De Filippo e Nino Taranto. E poi c’è Bammenella, il personaggio capolavoro di Viviani, puro e tragico, la prostituta dei Quartieri spagnoli che giustifica il suo sfruttatore e che considera le botte prese un segno d’amore: è Giuseppe Patroni Griffi a volerla per il suo ‘Napoli notte e giorno’ (1967) e quella interpretazione della celebre canzone scritta nel 1918 per raccontare la dura vita dei bassifondi sarà storia del teatro, non solo in Italia. Un critico inglese, dopo lo spettacolo a Londra, scrisse: la Carmen di Bizet di fronte a Bammenella è una semplice venditrice di tabacchi. Una recensione che Angela Luce conservava. Riservata, mai sposata, il suo grande amore, lo aveva recentemente confessato, è stato il cantante Peppino Gagliardi. Oggi, dalle 8.45 alle 12.00, l’Amministrazione comunale allestirà la camera ardente presso la Sala dei Baroni al Maschio Angioino. I funerali saranno celebrati alle ore 12.30 nella chiesa di San Ferdinando, conosciuta come chiesa degli Artisti, in piazza Trieste e Trento. CREDIT FOTO: WEB

Parole e gesti nel momento del dolore

Il dolore arriva nella vita di tutti, senza chiedere permesso, e spesso ci trova impreparati: soprattutto quando non è il nostro, ma quello di chi amiamo. In quei momenti le parole rischiano di essere troppo, o troppo poco, e ciò che davvero conta è la qualità della nostra presenza. Questo articolo è un invito gentile a imparare l’arte di stare accanto: con ascolto, piccoli gesti concreti e un ego che finalmente accetta di farsi da parte. Era da tempo che avrei voluto affrontare questo argomento che considero delicato tanto quanto la potenza che contiene: soggettiva, invalidante e trasformativa. Avevo bisogno io stessa di entrare un po’ più in confidenza con voi e avevo bisogno che, la vostra conoscenza di me, vi avrebbe spinti a leggere ben sapendo che non salgo in cattedra neanche quando vi parlo “tecnicamente” della comunicazione e, in questo caso, men che meno. Mi piace pensare di essere lì, a tenervi la mano e guidarvi ad essere accanto, con parole e gesti a chi, vicino a voi, vive un momento particolarmente difficile. Il dolore non ha preferenze. Non guarda il conto in banca, il titolo di studio, il numero di follower. Arriva. A volte bussa piano, altre sfonda la porta della nostra quotidianità e la lascia a pezzi sul pavimento. Può essere un lutto, una diagnosi, una separazione, una perdita di senso. Può essere qualcosa che “agli altri” sembra piccolo, ma che dentro di noi diventa un terremoto silenzioso. Dal punto di vista psicologico ed emotivo, il dolore è una risposta profonda alla perdita di qualcosa che per noi contava: una persona, un ruolo, un progetto, un’idea di futuro. È una frattura fra “com’era” e “come sarà d’ora in poi”. Ed è una frattura che, in modi diversi, tocca tutti. Nessuno ne è immune. Possiamo illuderci di essere forti, di avere il pieno controllo sulla nostra vita, ma il dolore è lì a ricordarci che siamo umani, vulnerabili, finiti. Il punto non è evitare il dolore, perché questo è impossibile. Il punto è: come ci stiamo dentro? E, soprattutto, come ci stiamo accanto a chi lo sta vivendo? Perché è qui che si gioca una delle sfide più difficili, e più alte, della comunicazione umana: imparare a essere presenza, e non solo voce, nelle vite ferite degli altri.

Non basta parlare, bisogna comunicare

Quando qualcuno affronta un lutto, una malattia, un momento di grande sofferenza, spesso noi “sani”, “forti”, “operativi” andiamo in panico. Non sappiamo cosa dire, temiamo di essere inopportuni, ci sentiamo goffi. E allora facciamo una cosa che ci viene benissimo: riempiamo il silenzio. Di frasi fatte, di consigli prematuri, di rassicurazioni troppo veloci.

Passerà. Vedrai che andrà tutto bene. Sei forte, ce la farai 

Parole dette con buone intenzioni, certo, ma che spesso suonano come una mano che, invece di accarezzare, spinge via la realtà di chi soffre. Comunicare, però, non è “dire qualcosa”. È stare in relazione. È accordare il nostro tempo, il nostro corpo, il nostro sguardo all’esperienza dell’altra persona. A volte, la frase più potente che possiamo dire è: “Non so cosa dire. Ma sono qui.” In quella confessione di impotenza c’è una verità che consola più di mille discorsi: non ti aggiusto, non ti spiego, non ti giudico. Ti sono accanto.

L’arte difficilissima dell’ascolto 

Nel momento del dolore, l’ascolto non è una tecnica, è un atto d’amore. Ascoltare davvero significa rinunciare – almeno per un po’ – al bisogno di intervenire, di brillare, di avere la risposta giusta. È accogliere lacrime, silenzi, confusione, persino rabbia. Senza prenderla sul personale, senza voler “sistemare” ogni crepa. Ascoltare una persona in lutto o in malattia vuol dire, molto spesso, permetterle di ripetere la stessa storia dieci, venti volte. Il giorno dell’ospedale. L’ultima telefonata. L’attimo in cui tutto è cambiato. Per noi è un déjà-vu. Per chi soffre è un modo per dare forma all’indicibile, per rendere raccontabile ciò che altrimenti resterebbe un nodo in gola. Ci vuole pazienza, certo. E ci vuole umiltà: riconoscere che in quel momento il nostro ruolo non è quello di “salvatore”, ma di testimone. Siamo lì per restare accanto, non per fare miracoli.
La presenza che parla più delle parole 
Quando la vita ferisce, la cosa di cui abbiamo più bisogno non è qualcuno che ci spieghi il senso profondo di ciò che è accaduto. Di solito non ne ha, di “senso”, almeno non subito. Abbiamo bisogno di una presenza. Un corpo che c’è, una mano che stringe, un messaggio che non chiede nulla in cambio. “Ti porto la spesa? Ti vengo a prendere i bambini? Vuoi che stiamo in silenzio sul divano a guardare una cosa leggera?” Sono gesti apparentemente banali, ma in certi momenti valgono più di mille analisi psicologiche. Comunicano: non sei sola, non sei solo, il tuo dolore non mi fa scappare. La presenza discreta è un’arte: non è invadere, non è controllare, non è pretendere che l’altro “si apra” quando noi lo desideriamo. È esserci, chiaramente ma senza rumore, e lasciare a chi soffre il diritto di scegliere quanto, quando e come appoggiarsi a noi.
Parole e gesti nel momento del dolore: mettere l’ego in panchina 
Il nostro ego è abituato a stare al centro della scena. Nelle conversazioni quotidiane fa la star: racconta, commenta, consiglia, giudica, spiega. Quando però ci troviamo davanti al dolore dell’altro, se vogliamo davvero essere di aiuto, il nostro ego deve fare una cosa che detesta: un passo indietro. Significa, per esempio: – Non spostare l’attenzione su di noi    Anche se siamo in buona fede, frasi come: È successo anche a me… So come ti senti… rischiano di rubare il palcoscenico al vissuto dell’altro. Non sempre è il momento di raccontare il nostro dolore. A volte l’empatia è tacere la nostra storia e lasciare che la sua riempia lo spazio. – Non voler “aver ragione”    Nel dolore le persone possono dire cose irrazionali, contraddittorie, persino ingiuste. Il nostro compito non è correggerle, ma capirle: quella frase dura, magari, è l’unico modo che hanno per non crollare del tutto. – Non forzare percorsi di crescita    Il dolore talvolta porta con sé trasformazioni profonde, nuove priorità, rinascite. Ma non siamo noi a doverlo “insegnare” a chi soffre. Dire: da questa cosa uscirai più forte, mentre l’altro è ancora in ginocchio, suona come una richiesta di performance anche nel lutto. È disumano. Il tempo della crescita, se arriverà, lo deciderà la persona stessa. La silenziosa potenza del “sono qui” Stare accanto al dolore richiede coraggio. Non tanto per quello che dobbiamo fare, quanto per quello che dobbiamo accettare: la nostra impotenza. Non possiamo riportare indietro chi è morto, non possiamo guarire chi è malato, non possiamo abbreviare a comando il tempo di un lutto. Possiamo però offrire la nostra presenza come un porto sicuro, una stanza calda dove il dolore non deve travestirsi da forza, né chiedere scusa. Quando mettiamo da parte l’ego, quando smettiamo di volere la battuta brillante, il consiglio perfetto, la frase salvifica, succede una piccola magia: diventiamo davvero utili. Non perché abbiamo la soluzione, ma perché reggiamo lo spazio in cui l’altro può respirare, piangere, stare come sta. In fondo, nei momenti più bui della nostra vita, ciò che ricordiamo non sono le frasi esatte che qualcuno ci ha detto, ma i volti che non sono scappati. Le mani che ci hanno fatto un caffè, le persone che hanno rispettato i nostri silenzi, quelle che c’erano anche quando non avevamo nulla di intelligente da dire, solo lacrime da versare. Parole e gesti, nel momento del dolore, non sono mai neutri. Possono diventare muri o ponti. Possiamo scegliere di essere il rumore che disturba, o la presenza che sostiene.  Non serve essere perfetti, non serve essere preparati. Serve essere autenticamente umani: meno protagonisti, più presenti; meno pronti a parlare, più disposti a restare. Nel dolore dell’altro, a volte, il gesto più rivoluzionario è questo: sedersi accanto, in silenzio, e non andarsene.

Carnevale a Pollena Trocchia, domenica il secondo appuntamento

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Riceviamo e pubblichiamo
Raduno alle 16:00 in via Esperanto, poi la sfilata a seguito del carro
Tutto pronto per il secondo e conclusivo atto del Carnevale 2026 a Pollena Trocchia organizzato dal Comune in collaborazione con associazioni del territorio: domenica 22 febbraio, a distanza di una settimana dal primo evento, si torna in strada per “La sfilata di Carnevale”, manifestazione a cura dell’Associazione di Promozione Sociale SOUL APS. Appuntamento nell’area mercatale di via Esperanto a partire dalle ore 16:00 per una passeggiata in maschera a seguito di carro allegorico che passerà per Piazza Amodio, Corso Umberto e Piazza Donizetti per concludersi in Via Vigna.
«Due giorni, due sfilate, tanto divertimento. Il Carnevale a Pollena Trocchia anche quest’anno si sta confermando una vera e propria esplosione di allegria, divertimento e partecipazione. Dopo l’esordio di domenica scorsa concludiamo a distanza di una settimana con un pomeriggio che si preannuncia particolarmente intenso e che di sicuro saprà ripagare le attese grazie allo sforzo organizzativo dei ragazzi di Soul» ha detto Francesco Pinto, vicesindaco del comune vesuviano con delega agli eventi. «Come già accaduto per lo scorso anno, abbiamo organizzato, in collaborazione con le associazioni del territorio Graffito d’Argento e Soul, una manifestazione capace di coinvolgere diverse aree della nostra città, a monte come a valle, portando in strada centinaia di nostri concittadini e non solo, per farli divertire, sorridere e stare insieme» ha spiegato il sindaco di Pollena Trocchia, Carlo Esposito.
Domenica scorsa, 15 febbraio, il primo appuntamento del Carnevale di Pollena Trocchia con “Aspettando Carnevale”, la manifestazione a cura dell’associazione Graffito d’Argento presieduta da Annamaria Romano che ha allietato il comune vesuviano tra musiche, balli, coriandoli e maschere, il tutto a seguito di un allegro carro allegorico che ha distribuito gadget e promosso il divertimento.