Ponza, il culto di San Silverio tra musica e memoria

Il culto di San Silverio (Frosinone, 480 circa – Ponza, 2 dicembre 537), patrono dell’isola di Ponza dal 1772, è una profonda tradizione liturgica che viene celebrata il 20 giugno di ogni anno attraverso musiche, inni e memorie.   Papa Silverio, 58º vescovo di Roma, fu esiliato sull’isola pontina di Palmarola nel 537 a causa di intrighi politici orditi dall’imperatrice bizantina Teodora, moglie dell’imperatore d’Oriente Giustiniano e seguace dei monofisiti. Tale dottrina teologica negava la natura divina di Cristo, che a suo dire si era persa in seguito all’Incarnazione. Teodora combatté una sua battaglia personale contro Silverio cercando di ammorbidirne le posizioni in favore del monofisismo, ma non riuscendovi ordì un complotto: con una falsa lettera fece credere che il Papa avrebbe consentito l’ingresso dei Goti a Roma per liberarla dai Bizantini. Non riuscendo a discolparsi, Silverio fu spogliato degli abiti pontificali, vestito da monaco. Portato, dapprima, a Costantinopoli, fu spedito successivamente in esilio a Patara in Licia. Dichiarato innocente, Silverio fu liberato e rimandato a Roma. Catturato nuovamente dal generale Belisario fu condotto nell’isola pontina di Palmarola. Sarà proprio qui che Silverio, nel tentativo di porre fine allo scisma tra le chiese, decise di abdicare ufficialmente in favore di Papa Vigilio (Roma, 500 circa – Siracusa, 7 giugno 555), non estraneo alle vicende politico – religiose precedenti. Dopo circa un mese, il 2 dicembre del 537, giorno in cui è ricordato dalla Chiesa universale, Papa Silverio morì di stenti. Il suo corpo, contrariamente a quanto si usava fare per i papi, resterà a Palmarola, dove è venerato il 20 giugno, giorno del suo arrivo sull’isola. Nonostante le circostanze politiche della sua rimozione, la Chiesa comunque lo venera come martire per aver difeso la fede e per le sofferenze patite. Palmarola e Ponza sono sempre state isole separate, ma sempre accomunate nelle vicende storiche. Il 20 giugno l’isola si veste a festa con una suggestiva processione in mare, dove il busto del santo viene portato su una barca adornata di garofani rossi.  È il giorno principale, caratterizzato da una solenne messa e dalla caratteristica processione, che coinvolge la comunità locale e numerosi turisti. I garofani rossi sono il fiore tipico associato al culto e al martirio del santo; al termine della processione, questi vengono benedetti e lanciati, con i fedeli che cercano di prenderne uno a volo. Oltre al 20 giugno, i festeggiamenti coinvolgono l’intera isola, con eventi che anticipano la celebrazione principale.  Il culto di San Silverio è un pilastro dell’identità ponzese, unendo fede e tradizioni marinare, creando un legame indissolubile tra l’isola, il santo e i suoi abitanti. L’inno di San Silverio rimane uno dei pezzi musicali e devozionali più significativi della tradizione pontina. Tramandato anche con versioni cantate a carattere popolare, l’inno trovò la massima espressione nell’esecuzione con la pianola del compianto maestro Nino Picicco. Sicuramente l’origine melodica è campana perché è la stessa musica dell’inno di Sant’Anna di Bacoli, come spiega il musicista Giuliano Vitiello di Ponza. A riguardo, bisogna sottolineare che la colonizzazione dell’isola ebbe inizio nel 1734 per opera di Carlo III di Borbone con l’arrivo di numerose famiglie di Ischia e, successivamente, di famiglie provenienti da Torre del Greco.

Inno a San Silverio

Banda musicale Isola di Ponza

dirige il M° Antonio Cafolla

https://youtu.be/njXJ9BbuaeY?si=oXb1bdtHkXMIMGWm

E’ facile, molto probabilmente, che qualche sacerdote napoletano che proveniva da Napoli abbia portato con se a Ponza quella musica dell’inno di Sant’Anna, sulla quale è stato scritto un nuovo testo totalmente dedicato al santo locale. Tanti ponzesi emigrati in America hanno portato con loro la venerazione di questo santo papa, tantoché – aggiunge Vitiello –  fu un ponzese di New York a scrivere un’altra canzone dedicata a San Silverio. Esistono registrazioni dell’inno che vedono la partecipazione di musicisti locali come dicevamo di Nino Picicco e Vittorio Spignesi per accompagnare il canto devozionale. Il testo evocato si concentra sulla figura del santo, esaltando la sua vita e la sua protezione verso i pescatori e la comunità isolana, includendo numerose invocazioni per la salvezza durante le tempeste. La versione alta della composizione è quella che invece trova certamente espressione nel suono della banda cittadina di Ponza, che ingloba bravissimi professionisti. Viene eseguita anche una versione popolare dell’inno, che viene cantata all’interno delle devozioni della novena, come spiega lo storico locale Francesco De Luca. L’anonima melodia popolare ha un andamento più fluido, semplice ed orecchiabile. All’ascolto comunque dell’inno, il tutto si presenta mirabile nell’accordo fra parole e musica, con una giusta e complessa costruzione del motivo e bello nell’insieme.  

Note d’Arte torna da Casa Sanremo: tre giorni di danza e una finalissima conquistata

La scuola di Casalnuovo diretta da Mia Mele protagonista dal 13 al 15 febbraio a Casa Sanremo. Tra stage con professionisti e la coreografia “Bolliwood” volata in finale a Roma.

Dopo aver superato le selezioni ufficiali lo scorso novembre, la scuola Note d’Arte di Casalnuovo di Napoli, diretta da Mia Mele, ha vissuto dal 13 al 15 febbraio l’esperienza di Casa Sanremo nel Comune di Sanremo.

I ragazzi sono rientrati estasiati, raccontano dalla scuola, dopo tre giorni intensi dedicati alla danza, alla formazione e alle esibizioni sul palco della kermesse parallela al Festival.

Le coreografie e la finalissima

Sul palco sono state presentate le coreografie delle maestre Naomi Bonanno, già ballerina dello spettacolo Made in Sud e Laura Russo.

Tra le performance proposte, la coreografia “Bolliwood” ha ottenuto un risultato significativo: è stata selezionata direttamente per la finalissima a Roma della competizione JEDA, confermando la preparazione e la qualità del lavoro svolto.

Stage con professionisti

Durante la permanenza a Sanremo, gli allievi hanno preso parte anche a stage con Andreas Müller e Simone Nolasco, momenti di confronto e crescita che hanno arricchito ulteriormente l’esperienza.

Nel gruppo erano presenti diverse ballerine della scuola e il danzatore Matteo Castro del GTN di Pomigliano d’Arco.

Un’esperienza che ha rafforzato la passione per la danza nei giovani partecipanti e che consolida la reputazione della scuola Note d’Arte come realtà attiva e dinamica nel panorama artistico del territorio vesuviano.

Somma Vesuviana, comunali: si brulica in cerca di accordi e di candidati

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A Somma Vesuviana siamo a fine febbraio, l’aria profuma di primavera… ma di candidati, per ora, ne sboccia uno solo. Mentre la città si prepara alle prossime comunali, l’unico ad aver ufficializzato la propria candidatura è Peppe Nocerino, che ha rotto gli indugi e ha deciso di metterci nome, cognome e faccia. Per il resto, il panorama politico locale sembra avvolto in una nebbia degna del Vesuvio nelle mattine d’inverno. Ufficialmente tutto tace. Ufficiosamente, invece, il silenzio è rumorosissimo. Si parla — sottovoce, ovviamente — di tavoli convocati e aggiornati, di incontri “casuali” che casuali non sono, di alleanze che nascono la mattina e si sciolgono nel pomeriggio. Tavoli che si incontrano, si scontrano e, a volte, rischiano pure di rompersi. C’è chi si manda messaggi in codice, chi affida il proprio pensiero a proverbi sibillini e chi preferisce comunicare attraverso foto in posa, strategicamente pubblicate sui social. E sui social, appunto, il popolo digitale non risparmia critiche. Si invoca il cambiamento come se fosse una consegna urgente. “Basta con il passato”, “Serve una svolta”, “Somma merita di più”. Il problema è che, al momento, il cambiamento sembra ancora in fase di caricamento. La sensazione è quella di una partita a scacchi giocata dietro le quinte, dove nessuno vuole scoprire troppo presto le proprie mosse. Si studiano gli avversari, si contano le pedine, si pesa ogni parola. Intanto, però, il calendario va avanti e la città resta in attesa di capire chi davvero scenderà in campo. In questo scenario, girano altri nomi noti come Antonio Granato, Carmine Mocerino , Celestino Allocca ma  questi ultimi non escono ancora allo scoperto e preferiscono restare ancora dietro il sipario. E nella politica locale, dove spesso tutto è noto ma nulla è ufficiale, non è un dettaglio da poco. Somma Vesuviana, intanto, osserva. Con un misto di curiosità, scetticismo e un pizzico di ironia. Perché qui, si sa, la politica è una cosa seria. Ma a volte sembra anche una commedia dell’arte, con maschere che cambiano ruolo a seconda della scena. Il cambiamento? Per ora è una parola molto usata e ancora poco vista. Ma la campagna elettorale è lunga, e a Somma Vesuviana, si sa, il copione può cambiare anche all’ultimo atto.

Somma, rapina choc sulla 268: assaliti dai banditi al distributore

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  Notte di paura a Somma Vesuviana, dove due persone sono state rapinate mentre si trovavano a bordo della propria auto nel parcheggio di un distributore di carburanti lungo la SS268, importante arteria che collega l’area vesuviana con l’entroterra. L’episodio si è consumato in pochi istanti. Tre individui con il volto coperto si sono avvicinati al veicolo fermo nell’area di servizio. Uno dei rapinatori avrebbe puntato un’arma contro gli occupanti, costringendoli a consegnare contanti e oggetti personali. Subito dopo, il gruppo si è allontanato rapidamente. Per fortuna nessuno è rimasto ferito, ma l’accaduto ha generato forte apprensione tra i residenti. La zona della SS268 rappresenta un punto strategico per la mobilità locale e viene utilizzata quotidianamente da centinaia di automobilisti, anche nelle ore notturne. Le forze dell’ordine hanno avviato le indagini per risalire agli autori del colpo. Al centro dell’attività investigativa ci sono le immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti nell’area e le eventuali testimonianze raccolte. In città cresce il dibattito sulla sicurezza, soprattutto nelle zone periferiche e nei punti di sosta meno illuminati. L’episodio riporta l’attenzione sulla necessità di maggiori controlli notturni lungo le arterie principali e nelle aree di servizio. Gli investigatori mantengono il massimo riserbo sugli sviluppi, ma assicurano che ogni elemento utile sarà analizzato per identificare i responsabili. Nel frattempo, resta lo sgomento per una vicenda che ha scosso la comunità sommese.

Morte del piccolo Domenico, avviso di garanzia per sei sanitari

La procura di Napoli ha notificato un avviso di garanzia a ciascuno dei sei sanitari dell’ospedale Monaldi iscritti nei giorni scorsi nel registro degli indagati nell’ambito delle indagini sul trapianto di cuore fallito dello scorso 23 dicembre, costato la vita al piccolo Domenico. Nell’avviso di garanzia odierno l’ipotesi di reato è ancora di lesioni colpose gravissime: nei prossimi giorni, quando verrà comunicata agli indagati la data dell’esame autoptico, verrà contestualmente notificata la nuova ipotesi di reato di omicidio colposo. I carabinieri del Nas hanno inoltre sequestrato i cellulari dei sei indagati. Il sequestro dei cellulari è avvenuto sempre su disposizione dei magistrati della VI sezione . I telefonini verranno passati al setaccio dagli inquirenti impegnati a ricostruire, tra l’altro, le comunicazioni intercorse tra medici e paramedici dal 23 dicembre 2025, giorno del trapianto, a oggi.  

Per non essere trattato come un “pollo” dai politici, mangia carne di pollo. Breve storia del pollo

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 “Pollo” nel gioco della metafora non è un complimento: “sei un pollo”, “ti pelo come un pollo” sono ingiurie che suonano come schiaffi, soprattutto quando vengono dai comportamenti di persone che a parole dicono il contrario. Tra queste persone non sono pochi i politici: è un teatrino quotidiano, che diventerà insopportabile nei giorni del referendum e delle elezioni comunali. Per il gioco dell’antitesi metaforica capita che chi mangia carne di pollo fa capire ai politici che le loro sceneggiate non fanno presa. Napoleone Bonaparte mangiava carne di pollo quasi ogni giorno.  Correda l’articolo l’immagine di un quadro di G. Segantini, “Natura morta con pollo”.   Anche il significato delle metafore viene modificato dalla storia sociale. In alcune regioni d’Italia il pollo è stato il simbolo dell’abbondanza: di un “misero” che incominciava a migliorare le sue finanze si diceva “ora, la domenica, mette il pollo a tavola”. Nel quadro che correda l’articolo Segantini mette insieme la carne di pollo e il pane, eterno “segno” del benessere, della pace e dell’amore per Cristo. E si sa che l’uovo è stato, da sempre, immagine della perfezione e dell’abbondanza. Alle prime luci dell’alba polli e galline, chiusi nel pollaio, incominciano a chiocciare e chiamano alla sveglia tutto il vicinato: e dunque, per qualcuno, sono anche simbolo della vigilanza. Del resto, Cicerone, Machiavelli e Guicciardini ci hanno spiegato che non è facile capire se chi pare stupido lo sia veramente, o se, invece, stia recitando: sia, insomma, un Giufà, il personaggio furbo inventato dai Siciliani, o un ironico Arlecchino. Dicono gli storici che già nel 2000 a.C. coloro che abitavano lungo il fiume Indo allevavano polli e che in Grecia i polli li portarono i soldati di Alessandro Magno, quando tornarono dall’ Asia. E infatti Aristofane chiamò il pollo “uccello di Persia”. Il gastronomo latino Apicio, nel suo libro “De re coquinaria”, ci ha tramandato cinque ricette a base di pollo, e una di queste prevede l’uso del “pollo partico”: qualche studioso ritiene che Apicio chiami così la gallina faraona, ma altri pensano che l’aggettivo “partico” si riferisca agli ingredienti previsti dalla ricetta. Lo scrittore greco Ateneo, vissuto tra il II e il III sec. d.C., cita, nell’opera “I Deipnosofisti”, i versi che il poeta Matrone (iv sec. a.C.) pubblicò nelle “Parodie”: i commensali “risero e i servi portarono in tavola grassi polli su vassoi d’argento, spennati, della stessa età, con la pelle arrostita e croccante”. Subito dopo Ateneo ricorda ai lettori che con la parola “mattye” Artemidoro indicava tutti i piatti “particolarmente elaborati”, e tra questi, anche “una mattye di pollo. Si ammazzi l’animale ficcando il coltello nella testa attraverso il becco. Lo si lasci appeso fino al giorno dopo”: il pollo poi veniva trattato con una lunga lista di ingredienti, e tra questi l’aceto, e, in estate, invece dell’aceto, si usavano grappoli di uva acerba. Caterina de’ Medici (1519- 1589), sposa di Enrico II, re di Francia, portò a Parigi l’uso della forchetta e alcune ricette toscane, tra cui il “cibreo”, un intingolo a base di frattaglie di pollo. A Napoleone Bonaparte piaceva mangiare il pollo cotto in tutti i modi. Il 14 giugno 1800, Napoleone, Primo Console, sconfisse a Marengo le truppe austriache guidate da Michael Von Melas: la sera chiese al suo cuoco, Dunand, un piatto di pollo. I carri che trasportavano i viveri dello Stato Maggiore non erano ancora giunti a Marengo, ma il grande cuoco non si perse d’animo, usò gli ingredienti trovati sul posto, aglio, vino bianco, sedano e carote e inventò una ricetta battezzata, giustamente, “pollo alla Marengo”: una ricetta, che i libri di gastronomia pubblicano ancora oggi. Un libro edito dalla Mondadori nel 2007 riporta 18 ricette di pollo e ci ricorda che la parola “pollo” deriva dal latino e significa giovane animale e che il pollo è la gallina giovane, destinata alla cucina: la gallina più anziana ha il compito di produrre uova. Le “razze da carne” più importanti sono la “Dorking”, la “Brahama” e la “Cornish”, mentre le “razze da uova” più famose sono la “Livornese” e la “Valdarno”. Scrive Marco Guarnaschelli Gotti: “Solo nel XVII secolo cominciò la fortuna del pollo, che diventò ben presto un simbolo di borghese agiatezza e conquistò anche le alte sfere della gastronomia.” Tutto questo finì “quando si diffuse l’allevamento del pollo in batteria, cioè in crescita forzata e praticamente senza movimento. “Il che accadde a metà del sec.XX. “Il mercato cominciò a risentirne” e allora si cercò di invertire la tendenza attraverso la selezione delle razze, l’allevamento a terra in spazi controllati e un miglioramento del mangime.  

Tra Mito e Concezione della Musica: l’aulòs e la lyra

Benvenuti al quinto appuntamento di ‘Riavvolgi il futuro’. Qualche settimana fa abbiamo esplorato come l’Intelligenza Artificiale stia agendo da ponte temporale per riportare alla luce tesori perduti; oggi faremo un grande balzo all’indietro per esplorare l’alba di quest’era musicale.   Il nostro viaggio si apre indagando l’affinità elettiva tra il mito e la concezione etica della musica, evidenziando quest’ultima come un potente strumento educativo capace di influenzare l’animo umano. Il racconto si focalizza sul dualismo tra due strumenti iconici: l’aulòs e la lyra. L’ aulòs VS Atena: L’ aulòs, fu definito come uno strumento “pericoloso”, affonda le sue radici nel mito di Atena, la quale lo ideò per imitare il grido atroce della Gorgone Medusa. Tuttavia, la dea decise di gettarlo via dopo aver constatato, specchiandosi nell’acqua, come lo sforzo per suonarlo deformasse orribilmente i lineamenti del suo volto, rendendola simile alla creatura mostruosa che intendeva simulare. Lo strumento venne poi raccolto dal satiro Marsia, che osò sfidare Apollo in una gara musicale, finendo però sconfitto e punito crudelmente. Il mito sottolinea la natura irrazionale, passionale e potenzialmente perturbante associata all’aulòs, spesso legato ai culti dionisiaci e all’estasi. La lyra, la tartaruga che canta: Di segno opposto è la storia della “tartaruga che canta“, ovvero la lyra, la cui invenzione è attribuita al giovane Ermes. Trovò una tartaruga e, dopo averne svuotato il guscio, vi tese sopra delle corde ricavate dalle budella delle vacche rubate ad Apollo, trasformando un animale silenzioso in uno strumento capace di produrre suoni armoniosi. Ermes donò la lyra ad Apollo per placare la sua ira, e lo strumento divenne il simbolo dell’equilibrio, dell’ordine e della parola poetica, rappresentando l’ideale apollineo di una musica che eleva lo spirito senza stravolgere la forma umana.  La differenza tra i due strumenti non era solo tecnica, ma culturale: la lyra permetteva al cantore di accompagnare la propria voce, unendo suono e logos, mentre l’aulòs, impegnando la bocca, impediva l’uso della parola, venendo così percepito come meno “umano” e più vicino  alla follia. 💡 L’Angolo dell’Esperto: La tragedia greca e l’evoluzione del teatro: L’approfondimento sulla musica nella tragedia greca si concentra sull’evoluzione del teatro di Atene, con un’attenzione particolare all’Oreste di Euripide, opera risalente al 408 a.C. In questo periodo, si nota un crescente spostamento del baricentro drammatico dal coro, che alle origini occupava una posizione centrale come voce della collettività, verso i singoli attori, le cui parti cantate (monodie) divennero sempre più virtuosistiche ed espressive. La musica nella tragedia non era un sottofondo continuo, ma interveniva in momenti specifici come i parodi (canti d’ingresso) e gli stasimi (interventi corali tra gli episodi). L’Oreste rappresenta un esempio eccezionale poiché è una delle poche opere di cui ci sia giunto un frammento musicale scritto.  Ed eccoci arrivati alla fine cari musicofili e musicofile, se siete giunti fin qui vi attendo nel prossimo appuntamento per approfondire questo nostro fantastico discorso. P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)

PERstradaPERcaso, il miracolo delle mani giuste: dalla paura alla gratitudine

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“San Genna’… pienzace Tu” — e Lui non se lo è fatto ripetere: ha guidato con precisione la mano di ogni operatore che si è preso cura del mio cuore.
Scrivo questa esperienza #PerStradaPerCaso perché sento che non è soltanto una vicenda personale, ma un fatto sociale, motivo di orgoglio napoletano e testimonianza di profondo attaccamento al nostro Santo protettore. È una storia che può restituire fiducia a chi ritiene che la nostra sanità sia ancora di “serie B”.
Il mio percorso era iniziato a ottobre in un ospedale romano, con successiva riabilitazione nella Capitale. Ero convinto di trovarmi ai vertici dell’assistenza ospedaliera, avendo come termini di paragone solo un’esperienza milanese di anni fa e il ricordo della sanità napoletana di trent’anni fa.
Ma forse San Gennaro — che conosce il mio amore viscerale per Napoli e per il suo popolo — ha deciso di prendermi per mano, quasi a volermi dire: «Mo’ te faccio vedé io come si cura un cuore». Mi ha affidato a mani sicure, prima in emergenza e poi nel reparto di UTIC dell’Ospedale del Mare.
Lì ho scoperto un mondo fatto di igiene impeccabile, efficienza organizzativa, altissima professionalità e, soprattutto, profonda e commovente umanità.
Dai primi sintomi dell’infarto in poi, la mia vita è stata salvata da una trama di coincidenze troppo fitte per essere casuali. Persino il tempo trascorso tra il dolore e la chiamata al 118 — che avrebbe potuto essermi fatale — si è trasformato in un tassello di un disegno più grande. Dalla corsa in ospedale fino al ricovero in una stanza dove, inaspettatamente, l’effigie di San Gennaro vegliava sulla testata del mio letto, ogni passo mi è apparso guidato. È bastato chiedere.
Ma il Santo non si è fermato lì. Dopo le dimissioni, ha voluto che ritrovassi sulla mia strada un caro amico, il dottor Salvatore Auzino, già stimato responsabile della riabilitazione cardiaca al C.T.O. prima del pensionamento. Con affetto e determinazione mi ha incoraggiato a proseguire il percorso riabilitativo, indirizzandomi verso una struttura d’eccellenza.
La destinazione non poteva che essere simbolica: nel cuore di Napoli, al rione Sanità, presso l’Ospedale San Gennaro. Non lasciatevi ingannare dai lavori in corso: il centro di riabilitazione cardiologica diretto dal dottor Mario Mallardo si è rivelato una vera bomboniera per efficienza e pulizia.
In questi due mesi mi sono sentito costantemente protetto: dalla premura delle fisioterapiste Elena e Flavia; dalla grande competenza dei cardiologi Regina Sorrentino e Antonio Ruvolo; dalla presenza discreta ma attenta del primario Mario Mallardo.
Un grazie sincero anche a Mariangela e Beniamino per il garbo e la professionalità con cui, quotidianamente, hanno rilevato i miei parametri, accompagnandomi anche durante le attività motorie. Oggi torno a casa con miglioramenti evidenti e con il cuore colmo di gratitudine. Sento che San Gennaro abbia voluto affidarmi a queste persone per mostrarmi il volto più bello della nostra città.
Mi avete curato il cuore e, nello stesso tempo, me lo avete rubato. Siete entrati nel luogo a me più caro, avete toccato i miei sentimenti. Ma sappiate che il mio cuore è una trappola: una volta entrati, vi resterete per sempre.
Con profonda stima,
auguro a tutti voi una carriera luminosa.
…per #Legatialfilo2026
per #Legatialfilo2026 Ciro NOTARO autore #PerStradaPerCaso Il Mediano.it

Il cordoglio dell’amministrazione di Nola alla famiglia del piccolo Domenico

Riceviamo e pubblichiamo dal Comune di Nola

Il Comune di Nola esprime il più profondo cordoglio per la scomparsa del piccolo Domenico, nostro giovane concittadino, la cui prematura morte ha colpito e scosso l’intera comunità nolana e non solo.

L’Amministrazione comunale, interpretando il sentimento unanime della città, si stringe con sincera partecipazione attorno alla famiglia, alla quale è stata discretamente accanto in questi giorni di immenso dolore. Non ultimo questa mattina, quando il Sindaco Andrea Ruggiero, recatosi presso l’Ospedale Monaldi, ha personalmente espresso le proprie condoglianze e quelle dell’intera comunità nolana ai familiari del piccolo Domenico, comprese quelle di Sua Eccellenza il Prefetto Michele di Bari che per il tramite della fascia tricolore ha telefonicamente espresso la sua vicinanza alla famiglia.

In segno di rispetto e di condivisione del loro dolore, sarà proclamato il lutto cittadino nel giorno delle esequie, fissate per la prossima settimana. La funzione si terrà presso la Cattedrale di Maria Assunta in Cielo, dove la comunità potrà raccogliersi in preghiera e testimoniare la propria vicinanza alla famiglia.

Inoltre, su invito del legale della famiglia, l’avvocato Petruzzi, l’Amministrazione coglie l’occasione per stigmatizzare con fermezza i tentativi di truffa che stanno circolando nelle ultime ore, legati a presunte raccolte fondi a sostegno della famiglia. Come confermato dall’avvocato, allo stato attuale tali iniziative risultano essere esclusivamente tentativi fraudolenti. Si invita pertanto la cittadinanza alla massima prudenza. Nei prossimi giorni, sarà invece intenzione della famiglia promuovere la costituzione di una Fondazione dedicata ai bambini bisognosi di trapianto, nel nome e nel ricordo di Domenico.

In questo momento di indicibile dolore, l’Amministrazione comunale e l’intera macchina comunale rinnovano la propria vicinanza ai genitori, ai familiari e a tutti coloro che hanno voluto bene al piccolo Domenico, affidando il suo ricordo alla memoria collettiva della nostra comunità.

Premio “Carmine Alboretti”, terza edizione: memoria, territorio e futuro del giornalismo. Premiato Massimo Corcione, già direttore di Sky Sport

La terza edizione del Premio giornalistico nazionale “Carmine Alboretti”, promossa dall’Associazione Giornalisti Vesuviani, ha rinnovato il doveroso omaggio a un protagonista del giornalismo campano e nazionale, saggista e vaticanista autorevole, profondamente legato al territorio vesuviano.

La cerimonia, introdotta e condotta dalla giornalista Gabriella Bellini, si è aperta con i saluti del presidente dell’Associazione Giornalisti Vesuviani Antonio d’Errico, e della presidente onoraria Maria Carotenuto.

Sono intervenute inoltre numerose autorità istituzionali: Mario Casillo, vicepresidente della Giunta regionale; i sindaci di Boscoreale e Boscotrecase Pasquale Di Lauro e Pietro Carotenuto; il presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio Raffaele De Luca; il giudice del tribunale di Torre Annunziata Maria Ausilia Sabatino

Momento centrale della mattinata, la consegna del Premio a Massimo Corcione, già direttore di Sky Sport: un riconoscimento attribuito “per il suo contributo al racconto giornalistico dello sport e dei grandi eventi”. Originario di Torre Annunziata, Corcione incarna lo spirito del premio: un professionista di rilievo nazionale, ma al tempo stesso espressione della tradizione giornalistica vesuviana, capace di affermarsi su scala nazionale senza perdere il legame con le proprie radici culturali e sociali. A consegnare il riconoscimento sono stati Maria Carotenuto, Antonio d’Errico e i componenti del direttivo.

Conferita anche una menzione speciale a Gianfranco Coppola, presidente nazionale USSI e caporedattore della Tgr Campania. La motivazione ne ha sottolineato la presenza costante sul campo, la capacità di analisi e l’attenzione alle comunità locali, elementi centrali nella narrazione dei cambiamenti sociali, economici e culturali.

Corcione e Coppola hanno ricevuto un’opera d’arte in pietra lavica progettata dal maestro Nello Collaro e realizzata dall’artigiano Luigi Biagio De Martino: a loro e all’Isis “Graziani-Cesaro-Vesevus” l’Associazione ha consegnato una targa di ringraziamento per la preziosa collaborazione

Dopo la cerimonia, la giornalista Mary Liguori ha moderato il corso di formazione dedicato al tema “Napoli capitale europea dello sport: comunicare i grandi eventi sportivi”

Il Premio “Carmine Alboretti” si conferma così non solo come riconoscimento alle eccellenze del giornalismo, ma come spazio di memoria attiva e laboratorio di futuro. Un modo concreto per tenere viva l’eredità di Alboretti: un giornalismo radicato nei territori, attento alle comunità, capace di guardare lontano senza dimenticare da dove viene.