Gennaro Faraco, 25 anni, diplomato, viveva di lavori saltuari e mantenva in questo modo se stesso e la mamma.
Quel che si sa è che Gennaro era un ragazzo d’oro. Non fumava, non beveva ed era pure bello, alto e atletico. Ma c’era una cosa che lo tormentava più di ogni altra: il lavoro. Il lavoro che non c’è, per meglio dire. Prima di lanciarsi nel vuoto dal tetto del palazzo in cui abitava Gennaro lo ha pure scritto in un lettera straziante lasciata alla mamma. Parole che non lasciano dubbi: è stata la precarietà di questa vitaccia a uccidere Gennaro.
Una sofferenza moltiplicata da una situazione familiare disagiata. Ma Gennaro Faraco era un ragazzo responsabile e questo alto senso del principio morale paradossalmente lo ha condotto alla morte. Alle due di oggi pomeriggio il ragazzo ha aperto la porta del ballatoio del palazzo che dà sul tetto.
Pochi secondi per arrivare fino al cornicione che dà su via Roma, una delle arterie più importanti di Pomigliano. Quindi il volto di quasi trenta metri e l’impatto, terribile, sul marciapiede, davanti alla vecchia stazione dell circumvesuviana.








