E’ probabile che l’arch. Stefano Prisco, ottavianese, abbia conquistato, oggi, un record: essere stato scelto come assessore in quattro diversi Comuni: Ottaviano, Palma Campania, Sant’ Anastasia, e ora Somma Ves.na. Il pane destinato ai rom e calpestato dai Romani di Torre Maura ha suscitato l’indignazione di molti, ma è probabile che la scena sia il simbolo significativo di un’epoca che non riconosce più il valore di principi che fino a poco fa credevamo “archetipi”. La mitologia del pane.
L’arch. Stefano Prisco, ottavianese, entra a far parte della Giunta che amministra Somma, perché il sindaco Salvatore Di Sarno l’ha scelto come assessore e gli ha assegnato un bel fascetto di deleghe: Lavori Pubblici, Pubblica Istruzione, Parco del Vesuvio e Randagismo. Credo che la carriera politica dell’architetto socialista sia un “unicum”: egli è stato assessore anche a Ottaviano, a Palma Campania e a Sant’ Anastasia. Negli anni ’80 Stefano Prisco venne eletto come membro del Consiglio Provinciale, proprio nella tornata elettorale in cui altri due ottavianesi, Antonio Iervolino e Giovanni Alterio, divennero consiglieri regionali. Sull’ ultimo numero della “Ginestra”, che era diretta da Carmine Ciniglio, espressi il timore che due consiglieri regionali e un consigliere provinciale fossero per Ottaviano troppa grazia: e il troppo, come si sa, talvolta storpia. Come siano andate le cose, non lo ricordo con precisione: ma non importa. Auguro all’arch. Prisco, che ha radici sommesi, di dare un sostanzioso e positivo contributo all’amministrazione della città. Il fratello Patrizio, anche lui architetto, ha avuto incarichi importanti, a Ottaviano, quando era sindaco il dott. Mario Iervolino, e con la prima Amministrazione Capasso ha presieduto la Commissione Paesaggistica.
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Mio padre, che parlava raramente della sua partecipazione alla II Guerra Mondiale e alle manifestazioni politiche degli anni 1945- 47, mi raccontò, una sera, di aver visto, non ricordo se nella stazione di Venezia o di Bologna, una scena che a tanti anni di distanza suscitava in lui, figlio di contadini, una evidente ripugnanza: una folla di persone inferocite aveva calpestato il pane destinato ai profughi istriani. La stessa scena l’ho vista in diretta, qualche giorno fa, quando i romani di Torre Maura, alla periferia della Città Eterna, hanno “scamazzato” con meticoloso puntiglio le pagnotte di pane che volontari dall’anima pia avevano intenzione di consegnare alle famiglie rom. Non entro nel merito dei problemi dell’accoglienza: ma non avrei immaginato che quello “scamazzo”, e l’immagine del pane che veniva spaccato, sporcato, schiacciato, smollicato, suscitasse in me tanto fastidio e mi spingesse a vedervi il simbolo perfetto e definitivo di un’Italia che ha smarrito il senso di ogni principio. Era forse l’eco delle parole di mia madre: “Il pane e il sale non si negano a nessuno”, e lei non lo negava nemmeno agli zingari che si accampavano nel cortile dietro al Municipio e “ammolavano” forbici, coltelli e roncole. Nel pane c’è tutto: la mitologia, la religione, il mistero della vita e della morte, il nutrimento, l’ immagine archetipa della vitalità. Il pane irradia la sua forza simbolica su tutto il sistema di cui è centro: la terra; la spiga; il covone; l”erba cattiva che minaccia le messi; la falce e il mietitore, la madia. Il pane andava impastato sempre con la mano destra: i tribunali ecclesiastici, ancora nel Cinquecento, furono severi contro le donne accusate di aver impastato il pane con la sinistra o di non aver rispettato la rituale procedura di impasto e di cottura: progettavano certamente di “affatturare” l”uomo a cui avrebbero offerto quel pane. Sospetti ancora più neri cadevano sulle donne che nascondevano la cenere dei “forni del pane”: ricordo di averne sentito parlare, a bassa voce, dalla mia nonna materna, che veniva da Pagani. Quando ero ragazzo, a una vicina di casa nacque un figlio” impastato “di umori leopardiani: nacque piangendo e continuò a piangere ininterrottamente, per molti giorni. A calmarlo non bastarono né le carezze né gli strepiti né la scienza medica. Piangeva come un indemoniato. Infine, un’anziana signora avviluppò il neonato in uno scialle, lo avvicinò alla bocca del forno già pronto per ricevere le pagnotte, e lo “basculò” con delicatezza, per qualche minuto. Ricordo, vagamente, d’averla sentita mormorare, durante l’operazione, alcune parole. Il bambino si acquietò. È facile capire perché il “forno del pane” suggerisse simboli e metafore: il pane, le fiamme, la cenere favoriscono l”associazione di certe immagini e di certe idee.
Anche le incisioni sulla crosta erano cariche di sensi che il tempo ha a poco a poco spento: le incisioni si praticano ancora, per scopi, diciamo così, tecnici, ma la loro forma è in genere frutto del caso: inutilmente si cercherebbero la croce, o il triangolo, simbolo della fertilità femminile, o il cerchio, che invece i contadini fornai disegnavano ancora, all’inizio del’ 900, sotto gli occhi della Commissione parlamentare d’ inchiesta sullo stato dell’agricoltura nel Sud. Ma c’è ancora chi dice ai ragazzi di non mettere il pane a testa sotto, sulla tavola ? .
Tutta questa mitologia è destinata a scomparire, come molte altre cose: e la mia generazione sente che incominciano un altro tempo e un’altra epoca: ci consola la convinzione che la storia sarà sempre la stessa, più o meno.



