Le dichiarazioni dei pentiti non sono riuscite a incastrare colui che gli inquirenti ritengono il riscossore del clan Veneruso delle tangenti sulla vendita della droga.
Il processo si è concluso giovedi, dopo 18 mesi e diverse udienze. La camera di consiglio si è quindi riunita nel tribunale di Nola. E’ durata 10, lunghissime, ore. Eccone il responso: 30 anni a Gaetano Milano e assoluzione per Antonio Barone, indicato dai pentiti come la longa manus a Casalnuovo centro del clan Veneruso-Rea, attivo tra Volla, Ponticelli, Tavernanova e Casarea. Il dibattimento, nei confronti di Antonio Barone più altri, riguarda la storica piazza di spaccio del clan Gallucci, quella ubicata da sempre nella 219 di Casalnuovo, il rione della ricostruzione post terremoto, cubi di cemento grigiastro piazzato accanto alla sopraelevata della circumvesuviana. Processo che vedeva coinvolti una dozzina di imputati, in buona parte giudicati e condannati, con rito abbreviato, alcuni mesi fa, con pene che oscillano dai 10 ai 20 anni. In questi casi il giudizio si è consumato davanti al gip del tribunale di Napoli. Ma Antonio Barone, difeso dagli avvocati Iasevoli e Trofino, e Gaetano Milano, difeso dagli avvocati Antonetti e Buonincontri, hanno invece scelto il rito ordinario. Nel loro caso la pubblica accusa aveva acquisito le prove attraverso le dichiarazioni dei collaboratori Salvatore Autore, nel frattempo morto suicida, e di Raffaella Gallucci, sorella dei capo clan Gallucci. Altri elementi di prova sono stati una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali e un’informativa dei carabinieri del gruppo di Castello di Cisterna. Il pm aveva chiesto per Barone 27 anni di reclusione mentre per Milano 30 anni. Le accuse nei confronti di Barone lo indicavano come referente e reggente per conto del clan Veneruso-Rea nel territorio di Casalnuovo di Napoli quale controllore dell’organizzazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti, a cui fanno capo i fratelli Parolisi e Gaetano Milano. Una presenza quella di Barone che, sempre in base agli inquirenti, imponeva il pagamento di una quota mensile, circa il 30% , sugli introiti dalla vendita di droga. Nell’ambito di questo processo Antonio Barone è rimasto latitante per 7 mesi. E’ stato quindi catturato a Lago Patria nel marzo del 2014. Ma la sua difesa è riuscita a dimostrare “la mancanza di riscontri e le contraddittorietà delle dichiarazioni dei collaboratori”. Elementi che infine hanno dimostrato l’estraneità del Barone ai fatti contestati.
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