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Un’osservazione sull’idea di camorra attraverso Marcello Torre e Amato Lamberti

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Marcello Torre fu ucciso perchè interruppe un sistema. Da allora la domanda è la stessa: “Perchè esiste ancora il crimine organizzato?” A risponderci è un’analisi, ancora attualissima, di Amato Lamberti.

 Bisognerebbe studiare nelle scuole personaggi come Marcello Torre, per fare un tentativo di investimento sui giovani affinché sia chiarita l’idea comune di crimine organizzato. Sarebbe forse il caso di introdurre nelle offerte formative delle scuole, insegnamenti chiari e precisi su Marcello Torre e tutti gli altri che hanno negli anni intuito dove si annida il fulcro cancerogeno di quella che comunemente chiamiamo “mafia”, o anche “camorra”, “ndrangheta” ecc.

In questo modo verrebbe delimitato un concetto non sempre chiaro, storicamente danneggiato dagli stereotipi, ormai modellati dal tempo e dal consumismo culturale generato intorno all’idea di “mafia”. I sistemi mafiosi sono fenomeni umani strettamente legati al potere governativo del territorio in cui i suddetti organismi si ramificano. In altre parole, ciò che è più difficile da fotografare è il connubio, spesso perfetto, tra interessi sporchi e dogmi della legalità. La costruzione immaginifica della mafia, fatta di pallottole e droga, non tiene conto, talvolta, della compresenza politica, quale detentrice del controllo sulle criminalità organizzate. Senza l’autorizzazione politica, il crimine organizzato non potrebbe ramificarsi nelle reti economiche.

Senza il potere economico, la macchina operativa illegale non potrebbe proliferare e sarebbe destinata a digiunare, fino al collasso. La politica autorizza l’espletamento degli interessi, essendo attratta, prima ancora dei gruppi organizzati, da queste tipologie di guadagni smisurati. Questo legame simbiotico tra crimine organizzato e politica, è tenuto ben nascosto da un voluto processo di indignazione, costruito ad hoc in cui si tende sempre di più ad enfatizzare la mitizzazione della mafia come sanguinosa e cinematografica, così come comunemente riconosciuta.

In questa visione, la politica viene compresa come “potere sano, democratico ed estraneo ai fatti” e la mafia come “insieme di gruppi e sottogruppi occultati e violenti”. In questo modo, la percezione del pericolo viene falsata, coadiuvata dall’interesse mediatico che pone l’accento maggiormente sulla cronaca cruenta e scenica. Da anni, viene sottovalutata la verità: Spesso, molto spesso, la politica è una forma di criminalità organizzata non visibile all’occhio pubblico perché protetta dal suo aspetto di detentrice della legalità. Da questo scenario ne consegue una cultura confusa e una riproduzione costante, apparentemente inspiegabile, degli atti criminosi. Marcello Torre intuì questo tipo di simbiosi latente.

Torre venne ucciso perché comprese il rischio immediato delle collusioni tra politica e criminali nel giro d’affari delle gare di appalto post terremoto del 1980, intuendo inoltre, quanto la politica possa essere influente nel tessuto criminale, a tal punto da agire come comandante delle scelte devianti. Il Sociologo Amato Lamberti specificava spesso durante le sue esposizioni, che la logica sbagliata è questa: come mai i politici vengono sempre incriminati non per posizioni di comando ma per partecipazione esterna agli affari mafiosi? Alla domanda rispondeva egli stesso, chiarendo che il politico non partecipa mai esternamente, il politico è il punto di riferimento, è quello che dirige i criminali, che orienta le azioni, che decide.

I subalterni sono i criminali. In realtà chi davvero gestisce il crimine organizzato spesso lavora in parlamento o amministra un comune o è presidente di una provincia ecc. Quegli amministratori, apparentemente "tutori della legalità", che consentono gli investimenti dei capitali sporchi, sono il fulcro reale del potere criminale, pur non godendo del carisma mediatico concesso al sangue e alle accattivanti scene prodotte dalla violenza criminale. Ed ecco perché è un potere più astuto, più ambiguo, difficilmente riconoscibile e raramente interiorizzato dalla cittadinanza come il reale potere criminale.

Grazie a questa idea offuscata di camorra, ancora oggi viene garantito l’espletamento delle funzioni criminose, consegnando all’opinione pubblica, di vecchie e nuove generazioni, l’idea che la mafia si limita ad esistere attraverso un sistema di clan egemoni e cruenti, ignorando totalmente il legame inscindibile tra l’estensione del crimine organizzato e la garanzia assicurata dal comando politico, attraverso le concessioni per la sopravvivenza del fenomeno. Appare surreale come quasi trent’anni fa il Sociologo Amato Lamberti nei saggi del suo “Osservatorio sulla camorra” spiegava un concetto inerente alla riflessione, lo stralcio di una spiegazione rimasta tutt’oggi inalterata:

“Queste connessioni tra camorra e macchine politiche, pur essendo accertate, e in più occasioni, non hanno finora trovato né pronte risposte politiche e nemmeno una attenzione adeguata alla gravità e alla diffusione del fenomeno. La paura dell’accusa di criminalizzazione, più o meno generalizzata, ha frenato lo stesso Partito Democratico della Sinistra e gli ha finora, impedito l’apertura di un fronte di lotta sull’intero arco di problemi che la presenza della camorra nella nostra regione comporta. Ci si è limitati ad azioni spesso puramente dimostrative che, in questa situazione, potevano anche avere esiti a dir poco paradossali: come quando si sono invitate le amministrazioni comunali a votare l’approvazione del decalogo del buon amministratore e alcune delle più pronte adesioni sono venute da Comuni nei quali la camorra occupava gli assessorati più importanti.

Ma su questo problema dei rapporti tra mercato criminale e mercato politico prima che gli interventi mancano le riflessioni, gli studi e le ricerche. Una sostanziale sottovalutazione del fenomeno camorristico, la sua banalizzazione a fatto puramente criminale, ha impedito, finora, che i pochi – magari individuali – tentativi di approfondimento e di ricerca sistematici trovassero adeguato sostegno e collaborazione. La questione criminale è, invece, oggi centrale, nella nostra regione come nell’intero Mezzogiorno, anche rispetto ad ogni serio tentativo di affrontare i temi delle riforme istituzionali e del funzionamento delle Autonomie locali. Più in generale si può dire che, oggi, la questione dei poteri criminali si presenta come uno dei nodi centrali della questione meridionale”.

Tale nozione per quanto sconcertante possa sembrare, appare ad oggi, incredibilmente moderna ed evidenzia non solo gli enormi buchi neri non chiariti dall’azione politica degli ultimi decenni ma anche la mancata conoscenza delle reali motivazioni che portarono al sacrificio di Marcello Torre, il Sindaco che oggi viene limitatamente identificato a gran voce come la “vittima della camorra”, e a bassa voce come “vittima dello Stato”.

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