Analisi della scuola nel nostro Paese, tra i proclami e le riforme dei legislatori e la cruda realtà del mondo dell’istruzione.
La scuola che si affaccia nel nuovo secolo è ormai una istituzione neghittosa e svuotata di linfa vitale. Ci sarà tempo e spazio, speriamo, di parlare su questo quotidiano online di concorsone, TFA speciali, concorso a dirigente scolastico, precarizzazione, mobilità e altre corbellerie che ormai affliggono il mondo della scuola. Oggi ci soffermeremo sullo stato di salute del sistema istruzione nel nostro Paese.
Dall’agenda politica degli ultimi governi, la scuola e le sue problematiche sembrano essere assenti illustri. Decenni di dimenticanze e di colpevoli lacune hanno impoverito un settore che definire essenziale per il futuro di un Paese sembra essere una boutade troppo ovvia. La scuola rappresenta la spina dorsale di una nazione. È l’opificio nel quale si forgiano le future classi dirigenti, il laboratorio alchemico di cultura, saperi, educazione e sensibilità. Tra le sue mura si assembla il cittadino che verrà. Nonostante questa roboante premessa, la scuola italiana sembra essere un coacervo di problematiche, afflitta tra errori del passato e la mancanza di prospettive per il futuro e, ormai, vittima di una nomea infangante che aleggia sulla credibilità dei suoi docenti.
Tra giovani troppo choosy e insegnanti troppo fannulloni, i ministri, di quello che fu una volta il dicastero della Pubblica Istruzione, hanno bollato la scuola con proclami del momento e mai con scelte serie e dirimenti sul ruolo e sulla funzione della scuola nella nostra società. Si è viaggiato alla ricerca della riforma ad hoc, spessissimo solo per legarla al nome del ministro, da Berlinguer a Moratti, da Gelmini e Profumo. La scuola è diventata una cavia da laboratorio nella quale esperire tentativi personali di “riforma” e “controriforma” alla ricerca di una ricetta che coniugasse efficacia, risparmio e produttività, ma invero, usando a mani piene la mannaia dei tagli che hanno fatto di tutto il sistema educazione, ricerca e università l’agnus Dei da immolare sull’altare della spending rewiew.
E nel frattempo, le classi sono diventate un pollaio, la didattica si è impoverita di contenuti, gli edifici sono diventati sempre più fatiscenti, il personale ATA dimezzato e gli insegnanti frustrati e vittime di un bourning out figlio dello stress e della perdita di considerazione sociale. Che i docenti italiani siano i meno pagati d’Europa è un fatto notorio e tale risibilità economica, in una società nella quale chi sei è troppo spesso legato a quanto guadagni, ha creato un malessere profondo che inevitabilmente si riverbera nella sfera lavorativa e sociale. Ma è anche risaputo che l’Italia è fanalino di coda nel vecchio continente in quanto a spesa per la ricerca, la scuola e l’università. Laddove altri hanno investito, seppure nelle tenebre della crisi economica, noi abbiamo tagliato, con una furia iconoclasta, le radici del nostro futuro.
La scuola del terzo millennio, nel decadentismo post-industriale dei nostri giorni, non può essere pensata nella logica di un’azienda, con una visione ottusamente liberista e pervicacemente elitaria. Non può abdicare al proprio ruolo di servizio pubblico. Essa deve mantenere, o riprendere, il suo ruolo di dispensatrice del sapere, libera, pluralista e democratica. Deve essere al passo con i tempi aprendosi alle nuove tecnologie mantenendo, però, inalterato lo standard qualitativo dell’offerta formativa. Una scuola che si allontana dai contenuti e dalla cultura smette i panni di istituzione formatrice, si perde in un guazzabuglio di rivoli e dimentica la propria funzione originale.
Bisogna voltare pagina. Il prossimo governo (se mai ne avremo uno!) dovrà adoperarsi per far uscire la scuola, la ricerca e la cultura fuori dal tunnel buio nel quale è caduta. Dovrà destinare i fondi necessari per una seria politica di messa in sicurezza degli edifici scolastici che ridiano dignità al contesto educativo. Dovrà affrontare, con nettezza, il problema della precarietà dei docenti e del personale ATA ridando fiducia, attraverso il lavoro stabile, ad una intera generazione di professionisti che dallo Stato sono stati dimenticati e abbandonati. Dovrà, infine, guardare con serietà alla sostanza dei saperi che si veicolano nelle nostre scuole e nelle nostre università in luogo di una apparenza che mortifica docenti e studenti.
(Fonte foto: Rete Internet)




