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San Sebastiano, la festa di tutti

E la terra ha fatto il suo giro, e noi, annoiati, talvolta stupiti come bambini davanti al ciclico evolversi della natura, ma molto più spesso distratti dalle sirene di tv e social network, ci ritroviamo ancora una volta davanti al Santo.

Sono passati altri dodici mesi e la secolare tradizione va avanti nonostante le umane cose, unico elemento di spiritualità e solennità in un mondo relativista e meschinamente legato a ciò che è materiale.

Il 20 gennaio, ma ancor di più il 25 per la processione, si è aperto uno squarcio dell’essere in un mondo d’apparenza, per poco più di mezza giornata c’eravamo tutti quanti, e tutti sotto il vessillo e il simulacro di San Sebastiano; sentiti proiettati fuori del tempo propriamente cronologico, siamo entrati in una dimensione dell’anima e dello spirito o di ciò che voi volete ma che ha permesso ai presenti di celebrare il Santo e il Paese, il campanile e la casa comunale, il sacro e il profano.

Il Vesuvio, immancabile cornice per chi ci vive sotto, domenica mattina ci ha regalato l’immagine del suo cratere spolverato di neve al cospetto di una giornata, per quanto fresca, asciutta e a tratti soleggiata. La mattinata è scorsa tranquilla e pigra come una normale domenica paesana ma probabilmente non per tutti; per i portatori del Santo è evidente che l’attesa e l’aspettativa non è solo estetica ma è una antica e viscerale sensazione che si tramanda di padre in figlio e che li investe, almeno per quel giorno, di un onore e di un onere unici e significativi per se stessi e gli altri che ne avvertono l’importanza religiosa e civica.

E mentre gli altri digeriscono lasagne e migliaccio, loro, vestiti di rosso, preparano il Santo, lo vestono per la processione con cura fraterna. Dai loro sguardi è evidente che man mano che l’ora s’avvicina, sentono la tensione; gli anziani, carichi delle loro responsabilità e costretti a centellinare forze che non sono più quelle di un tempo e i giovani, esuberanti e volenterosi ma consci della loro inesperienza. Una metafora della vita che attraversa il Paese anch’esso metafora per un giorno, anche lui coinvolto in questo tratto d’eterno che lo attraversa.

Il portone della chiesa è aperto, dall’alto della scalinata s’affaccia l’effige di San Sebastiano, lacerato dalle saette e con lo sguardo rivolto al cielo; sotto di lui si apre una folla che per l’effetto scenico sembra immensa. Scendere verso quella moltitudine è stato come tuffarsi nel mare, un mare di gioia e aspettativa e solo le parole di padre Enzo ci riportano alla realtà del rituale religioso. Il fiume umano parte e la banda lo precede con le sue fanfare e tutti, proprio tutti, almeno per quel momento, sono uguali.

Il flusso umano va avanti, pian piano affievolendosi con l’allontanarsi dalla chiesa madre ma si rinfoltisce nel toccare i quartieri storici, e così è al Parco del Sole, così sarà ai Catini così a San Domenico, a Casaluca e così via. Avvengono gli scambi di cortesia rituali con gli altri comuni come quello immancabile con Massa e quello con Ercolano in Via Margherita. Il sindaco della città degli Scavi fa un omaggio floreale al nostro Patrono, magari anche con la consapevolezza che Questi possa fare più di lui per il martoriato territorio che con noi condivide; magari è solo questione di volontà o magari, la prossima processione, San Sebastiano contemplerà, con un rapido passaggio per Contrada Novelle Castelluccio, quello che l’uomo ha combinato, e faccia più di noi mortali mettendoci la mano.

L’essere umano, si sa, è incontentabile, e chi non lo è? Forse il sottoscritto lo è più di tutti quanti gli altri, sempre appresso a qualche ingiustizia reale o presunta che sia. A qualcuno però, ormai abituato al consolidato passaggio del Santo sotto casa, non sarà piaciuto il nuovo percorso, ma si immagini chi non l’ha visto mai passare il corteo e la logica della turnazione, forse, se ben attuata, accontenterà un po’ tutti. A qualcuno poi davano fastidio le bancarelle, certo! Agli incroci era forse meglio non metterle e di cose da aggiustare ce ne sono e ce ne saranno sempre ma dietro lo schermo di un computer o da un cellulare è facile parlare e non si avverte certo l’emozione di una festa, non si avverte il senso di appartenenza, non si capisce che, per almeno una volta, sarebbe meglio pensare al plurale. Del resto, l’indomani ci offrirà nuove opportunità e nuove critiche per chi se le merita e a ognuno il suo ma oggi no, diamo al Santo quel che del Santo.

Con questi pensieri, tra una foto e una ripresa, una chiacchiera e una risata si è andati a pie’ sospinto per il paese; e, finchè il rene me l’ha permesso pensavo: come sarebbe bello se tutto fosse così, sempre, ogni giorno, ma so che non potrà esserlo e ne apprezzo l’unicità. W i sansebastianesi!

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