Il Consiglio di Stato ha sancito che il commissariamento anticamorra del Comune nel 2009 è statolegittimo. Ora però c’è un altro consiglio cittadino ma c’è chi non demorde e chiede un secondo scioglimento: “In municipio sono tornati gli stessi di prima”.
E’ una storia emblematica della nostra giustizia malata e dei suoi ritardi biblici, una vicenda che racconta di un comune , quello di Castello di Cisterna, commissariato per infiltrazioni mafiose ma poi “riabilitato” dal Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, che in pochi mesi ha reintegrato nelle loro cariche sindaco e consiglieri comunali, in un primo tempo rimossi dal Viminale per collusioni con la camorra.
Una vicenda che però ha conosciuto un ultimo, clamoroso colpo di scena. Il Consiglio di Stato, infatti, attraverso una sentenza, ha sconfessato il Tar, stabilendo che quello scioglimento antimafia è stato più che legittimo e che invece il Tribunale Amministrativo Regionale ha riabilitato i politici locali senza alcun fondamento. La storia risale a cinque anni fa, quando nel luglio del 2009 il comune di Castello di Cisterna viene sciolto dal ministero degli Interni per una serie di episodi che hanno coinvolto i suoi amministratori pubblici, sindaco Aniello Rega in testa. Appena qualche mese dopo, però, il Tar annulla il provvedimento antimafia, facendo reintegrare primo cittadino e consiglieri comunali.
A questo punto il ministero degli Interni inoltra l’istanza d’appello al Consiglio di Stato, l’organismo supremo in materia amministrativa e in grado di dire l’ultima parola su questioni del genere. Ma il Consiglio di Stato soltanto dopo cinque anni dà ragione agli 007 dell’antimafia: “Gli organi politici di Castello di Cisterna risultano condizionati dal crimine organizzato: l’annullamento del Tar è stato infondato”. Una sentenza, questa, che fa sperare in un secondo scioglimento antimafia della piccola municipalità vesuviana, al centro negli ultimi di un’enorme speculazione edilizia. C’è però un “piccolo ” problema: il sindaco di allora, Rega appunto, non è più in municipio. Ma nel frattempo sono stati rieletti molti di quei consiglieri che erano stati rimossi, quindi reintegrati e infine di nuovo censurati, sia pure con tremendo ritardo, dal Consiglio di Stato.
E ora le opposizioni vanno all’attacco: “Chiediamo al nuovo prefetto di Napoli, Pantaleone, lo scioglimento del comune di Castello di Cisterna”. Parte dell’opposizione cittadina spiega anche che sarebbe cambiato molto poco da quell’infuocato 2009. Alle elezioni amministrative del 2011 sono stati rieletti come consiglieri comunali, diventando quindi anche attuali sindaci ed assessori, quattro esponenti di punta della ex amministrazione Rega, tutte persone che compaiono nelle motivazioni del commissariamento antimafia del 2009. “Il Consiglio di Stato ha restituito verità e giustizia all’intera popolazione – concludono dai banchi della minoranza – adesso il prefetto Pantaleone non potrà far finta di niente: bisogna sciogliere subito la municipalità di Castello di Cisterna”.
C’è di tutto e di più nel decreto di scioglimento di cinque anni fa: il sindaco che non chiude una pizzeria dei clan e che risulta il padrino di cresima del figlio di un camorrista, il vicesindaco che fa da consulente tecnico della casa di un boss, la madre di una donna di camorra che percepisce il sussidio di povertà dal comune. Non è finita: assessori indagati per droga, appalti pubblici condizionati e conferiti sempre a una stessa ditta, edilizia illegale e centinaia di appartamenti realizzati sulla base di un piano regolatore stravolto.

