Si svolgerà a Napoli una conferenza stampa dei candidati di Rivoluzione civile che hanno aderito alla Convenzione “No More”, contro la violenza maschile sulle donne.
In questo periodo elettorale sono molti i commenti che si inseguono sulla rete sull’attenzione, o più spesso, sulla disattenzione che la politica dedica alle questioni di genere. Eppure i punti fondamentali che sono all’ordine del giorno dei movimenti delle donne dovrebbero entrare di diritto tra i punti essenziali dei programmi e delle agende di tutte le parti politiche.
La questione del lavoro, ad esempio, che è a nostro parere quella più urgente (anzi è addirittura l’emergenza che il nostro paese deve fronteggiare), non è correttamente affrontata se non si risolvono anche i nodi del lavoro femminile. Pensiamo alle diverse condizioni contrattuali, alle dimissioni in bianco, al lavoro in nero, diffusissimo in questa metà del cielo. Pensiamo al lavoro di cura, sfruttato in maniera vergognosa in questo periodo per sopperire alle tante mancanze di un welfare che non è mai stato eccelso e che ora, con i tagli governativi, è ridotto al lumicino. Eppure sono tanti i rapporti e gli studi che mostrano come l’occupazione femminile rappresenti un volano per l’economia e per l’uscita dalle crisi.
Già nel dicembre scorso la CGIL ha discusso, in una serie di seminari, i problemi dell’Europa, del welfare e della contrattazione da un punto di vista di genere, ritenendo essenziale individuare punti chiave da mettere sul tavolo delle trattative nazionali.
Tuttavia la violenza di genere, in tutte le sue forme, a partire dai condizionamenti e dalle pressioni per finire all’aberrazione del femminicidio, cioè la soppressione fisica, è un dato così eclatante che lascia attoniti l’indifferenza, al di là dei proclami, della politica.
Qualcuno che se ne preoccupa però c’è. Infatti domani 8 febbraio, alle ore 12, alla libreria UBIK, in via Benedetto Croce a Napoli, i candidati della lista Rivoluzione Civile spiegheranno la loro adesione alla Convenzione “No More”, la Convenzione nazionale promossa da UDI, Casa Internazionale delle Donne, GIULIA (giornaliste autonome), DiRE (associazione centri antiviolenza), Piattaforma CEDAW ed altre associazioni e realtà della società civile.
La Convenzione parte dalla constatazione che nel giugno 2012 la relatrice Speciale delle Nazioni Unite aveva espresso forte preoccupazione per l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine, italiane, migranti, Rom e Sinte, nel nostro paese, per l’allarmante numero di donne uccise dai partner o ex partner, per il persistere di tendenze socioculturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica, per l’assenza di rilevamenti dei dati sul fenomeno, per l’attitudine a rappresentare donne e uomini in maniera stereotipata e sessista.
La Convenzione afferma che la violenza maschile sulle donne non è un fatto privato, ma politico; è un fenomeno di pericolosità sociale, non è un fenomeno occasionale, ma va considerato il frutto del potere diseguale di uomini e donne, di cui il femminicidio è solo l’estrema conseguenza.
La Convenzione chiede, tra le altre cose, la ratifica della Convenzione di Instambul, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Chiede inoltre una rete di servizi atta a contrastare la violenza e ad accogliere le donne vittime di violenza, chiede che i centri antiviolenza siano sostenuti e finanziati, che sia istituito un sistema di rilevamento nazionale, che ci sia un’adeguata formazione di tutto il personale preposto a contrastare il fenomeno, dalle forze dell’ordine ai giornalisti. Questo punto è particolarmente importante, perché è soprattutto attraverso il rafforzamento dei centri antiviolenza che il sommerso ha la possibilità di venire allo scoperto.
I 124 femminicidi e i 14.000 casi di violenza domestica, infatti, sono solo la punta di un iceberg ed è solo con l’appoggio delle operatrici e degli operatori di questi centri che le donne riescono a sopportare il peso e i rischi della denuncia e della rottura dei legami familiari. Si tratta di veri e propri laboratori sociali, indispensabili se si vuole contrastare la violenza di genere, che non è, come a volte si vuole far credere, un problema di ordine pubblico. Invece, nonostante tutte le dichiarazioni di intenti, un terzo dei centri antiviolenza in Italia è a rischio chiusura, e mentre secondo le direttive europee dovremmo avere 5.700 posti letto a disposizione, nel nostro paese ce ne sono solo 500.
Altra richiesta della Convenzione è che sia vietato l’uso della PAS, sindrome di alienazione parentale, nelle cause di separazione per l’affido dei figli e che si verifichi l’attuazione del Piano Nazionale contro la violenza, varato nel 2011.



