Addio a Francesco Guccini, il cantautore che ha insegnato il valore delle parole

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Ci sono artisti capaci come pochi di raccontare il loro tempo, certe volte meglio di uno storico. Francesco Guccini apparteneva a questa rara categoria. Con la sua morte, avvenuta oggi all’età di 86 anni, si spegne una delle voci più autorevoli della canzone d’autore italiana, un intellettuale prestato alla musica, un narratore che ha trasformato ogni canzone in un capitolo della nostra memoria collettiva.

 

Non era soltanto il “Maestrone”, come affettuosamente lo chiamavano in Emilia. Era un autore capace di attraversare la politica, la filosofia, la storia e la quotidianità con la stessa naturalezza con cui altri scrivono una canzonetta. Le sue parole hanno accompagnato generazioni di italiani, raccontando gli slanci degli anni Sessanta e Settanta, le delusioni, gli ideali traditi, la nostalgia del tempo perduto, senza mai indulgere nella retorica.

 

La locomotiva, Incontro, Eskimo, L’avvelenata, Cirano – scritta a quattro mani con l’artigiano della canzone Giancarlo Bigazzi – sono diventate molto più di semplici canzoni. Sono pagine di letteratura civile, ancora oggi capaci di parlare a chi non aveva nemmeno visto nascere l’Italia che Guccini raccontava.

 

Negli ultimi anni aveva scelto il silenzio delle scene, dedicandosi alla scrittura e a una vita appartata nella sua Emilia. Lo scorso maggio era tornato eccezionalmente in pubblico, confessando con la consueta sincerità di essere rimasto lontano dalla vita pubblica per oltre un anno e mezzo a causa dei problemi di salute. Era apparso fragile nel fisico, ma lucidissimo nello sguardo e nelle parole, quelle parole che non avevano mai smesso di essere il suo vero strumento musicale.

 

E Napoli? Il rapporto di Guccini con la città partenopea non è stato intenso sul piano biografico. Non esiste una stagione napoletana della sua vita, né una produzione artistica legata direttamente alla città. Eppure Napoli, ai suoi concerti e non solo, gli ha sempre tributato il rispetto riservato ai grandi narratori. Perché, pur provenendo da mondi diversi, Guccini e la migliore tradizione musicale napoletana hanno condiviso la stessa idea di canzone: un luogo dove la parola vale quanto la melodia.

 

In questo senso il cantautore emiliano è sempre stato vicino a una città che ha fatto della poesia popolare una forma d’arte. Come accade nelle canzoni di Pino Daniele o di Roberto Murolo, anche nei versi di Francesco Guccini la musica non era mai semplice intrattenimento: era racconto, riflessione, memoria. Due scuole diverse, due accenti lontani, ma una comune convinzione: che una canzone possa spiegare un Paese meglio di un saggio.

 

Napoli lo ha accolto nei suoi concerti con l’affetto riservato ai grandi maestri della parola. Perché, al di là delle appartenenze geografiche, Guccini era uno di quegli artisti che parlavano una lingua riconoscibile ovunque: quella dell’autenticità.

 

Oggi se ne va uno degli ultimi protagonisti della straordinaria stagione dei cantautori italiani. Un uomo che non ha mai rincorso il consenso, che ha preferito il dubbio alle certezze, i libri ai riflettori, la libertà alle convenienze.

 

Resteranno le sue canzoni, i suoi romanzi, le sue interviste, il suo sarcasmo, la sua cultura mai ostentata. E resterà soprattutto quella straordinaria lezione che attraversa tutta la sua opera: le parole hanno un peso, e quando sono scelte con onestà possono sopravvivere a chi le ha scritte.

 

Francesco Guccini lascia il palcoscenico della vita, ma continuerà ad abitare quello della memoria. Perché i grandi cantautori non smettono di cantare quando muoiono. Continuano a farlo ogni volta che qualcuno, in una casa, in un’automobile o in un’osteria, rimette sul “piatto” una loro canzone.

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