Sequestrata una fabbrica abusiva di detersivi. Il titolare teneva sotto chiave e controllava con le telecamere sei giovani operai indiani, tutti clandestini, e un rumeno.Immigrati costretti a lavorare a mani nude varie sostanze tossiche.
Si chiamano Jassi, Ravinder, Vikram, sono poco più che dei ragazzi e sono giunti dall’India per lavorare ogni giorno, a mani nude, sostanze che sarebbe eufemistico definire tossiche. E per rendere più efficiente il lavoro di Jassi, Ravinder, Vikram e di altri quattro compagni di sventura il titolare dell’azienda li chiudeva in fabbrica a chiave, sorvegliandoli con una serie di telecamere. Proprio così: l’occhio indiscreto di un sistema a circuito chiuso e il portone sbarrato col lucchetto d’acciaio, anche d’estate, anche quando il caldo mescolato ai miasmi ti tolgono il respiro fino a farti vomitare. Misure estreme adottate allo scopo di non dare nell’occhio, tutto perché i ragazzi indiani sono clandestini e la fabbrica di detersivi è anche abusiva.
Una fabbrica “ fantasma ” di detergenti a basso costo, priva del benché minimo permesso. Un capannone che sforna prodotti incontrollati. Un’azienda inquinante, con un’area esterna dove si trovano stoccati illegalmente centinaia di fusti chimici. Per mettere fine a tutto questo i poliziotti municipali del NIS di Pomigliano, il Nucleo Investigativo Specializzato, ieri mattina hanno fatto irruzione nel capannone-lager nascosti in un furgone delle poste, guidato da due vigili travestiti da postini. Una volta penetrati nel piazzale della fabbrica i caschi bianchi in divisa sono sbucati dal furgone e in pochi minuti sono riusciti a penetrare nell’opificio.
Insieme ai vigili c’erano i carabinieri del comando tutela del lavoro di Napoli, diretti dal maresciallo Gennaro Scala. “ Quando siamo entrati – racconta il tenente colonnello Luigi Maiello, comandante della polizia locale di Pomigliano – non volevo credere ai miei occhi: gli operai mescolavano le sostanze chimiche all’interno di grandi pentole, a mani nude e senza mascherine ”. Metodi di lavorazione ottocenteschi sullo sfondo di situazioni raccapriccianti. Per non vomitare, a causa dei miasmi sprigionati continuamente dai composti base, i sei giovani clandestini, tutti indiani, e un loro collega rumeno portavano sempre in tasca delle pillole contro la nausea. Sacrifici immensi per una paga di tre euro all’ora e giornate di lavoro massacranti, senza orari.
Produzioni che iniziavano all’alba e che terminavano anche a mezzanotte. In uno scenario d’inferno. All’interno e all’esterno della fabbrica fuorilegge polizia municipale e carabinieri hanno trovato centinaia di fusti. Sodio ipoclorito, cocamide dea, cocobetaina, dds, empicol, sonftvast: gli acidi e i solventi stoccati nel piazzale di via Madonnelle, in contrada Cotone, zona di campagna tra i comuni di Pomigliano e Castello di Cisterna. “ L’Arpac esaminerà le conseguenze di queste attività abusive – aggiunge il comandante Maiello – abbiamo chiamato l’agenzia per l’ambiente che dovrà effettuare uno screening dell’area e delle sostanze ”.
La polizia municipale ha denunciato il titolare dell’azienda abusiva, S.N., di 39 anni, residente ad Acerra, e sequestrato lo stoccaggio. Ad S.N. è stata comminata una multa quantificabile fino a 300mila euro. I carabinieri invece hanno sequestrato il capannone. S.N. è accusato di favoreggiamento e sfruttamento dell’immigrazione clandestina, lavoro nero, stoccaggio e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi, reati urbanistici e attività commerciale abusiva. E pensare che l’indagato gestiva anche un sito internet per pubblicizzare la sua azienda. “ Operiamo nel rispetto dell’ambiente e della natura ”, lo slogan messo in bell’evidenza nella pubblicità digitale.
Ecco la testimonianza di uno degli operai-schiavi:
Jassi Pandram, 34 anni, indiano, vive, o meglio, sopravvive da sei mesi a Napoli, in uno dei tanti alloggi-alveare del suk di piazza Garibaldi. Jassi, che parla un discreto italiano, e altri suoi cinque connazionali sono riusciti ad approdare in Italia al termine di un viaggio molto difficile, per poi finire nella fabbrica-lager di Pomigliano.
Jassi, com’è giunto fin qui?
“ Abbiamo viaggiato nei camion, a piedi, nei tir, nelle barche: ho visto gente scappare, tornare indietro, mamme che si fermavano chissà dove per tentare di curare i loro bambini. Ho visto di tutto. ”
Da quanto tempo è a Napoli?
“ Da sei mesi ”
E com’è giunto a Pomigliano, in quella fabbrica?
“ Stavo su un marciapiedi di piazza Garibaldi. E’ li che noi clandestini cerchiamo lavoro. A un certo punto mi si è avvicinato un tizio, un napoletano. Mi ha detto che servivano operai e che ci avrebbero dato fino a 160-170 euro a settimana per sei giorni di lavoro. Vicino a me c’erano altri miei connazionali. Abbiamo accettato tutti ”.
Ma vi hanno avvertiti, vi hanno detto cosa avreste dovuto fare, quante ore al giorno avreste lavorato?
“ No: sono cose che non ci chiediamo, noi abbiamo bisogno di lavorare comunque, non abbiamo niente. Io in India ho lasciato moglie e figli che non riescono a mangiare. ”
E quando siete arrivati in quella fabbrica, cos’è successo?
“ E’ stato bruttissimo, mi sembrava di non aver mai lasciato l’India. Lì dentro c’era una confusione tremenda e la puzza ci soffocava. Nei giorni successivi ci siamo procurati delle pillole contro la nausea. Ma questo è niente…”
Cioè?
“ Il padrone ci faceva lavorare dalle sette del mattino fino alle undici di sera, a volte, quando c’erano delle consegne grosse da fare. E per tenere nascosta la nostra attività e soprattutto la nostra presenza ci chiudeva a chiave nella fabbrica. Anche quando faceva un caldo tremendo. Ci mancava sempre il respiro.”
E quindi il titolare vi trattava malissimo…
“ Si. Però nel rapporto personale faceva finta di niente. Lui e il suo socio ci mostravano le loro belle macchine, un’Audi e una Ford. Comunque bastava che stessimo zitti e che non ci ribellassimo ”.
Ora che le forze dell’ordine hanno scoperto questo traffico e sequestrato tutto che ne sarà di voi?
“ La polizia municipale di Pomigliano ci ha già identificati. Per il momento siamo liberi di circolare ma lunedì prossimo dovremo tornare al comando vigili. Noi intanto non sappiamo cosa fare. L’unica cosa che so è che devo lavorare qui, devo fare un po’ di soldi per la mia famiglia, che dipende da me. Mia moglie deve accudire i bambini, ho tre figli. Ma adesso, che ne sarà di me?”.

