Il pontefice e i dubbi sull’Istituto per le Opere di Religione: “É necessario fino a un certo punto”.
Papa Francesco continua a “sorprendere”. E penso che, se continua così, la Chiesa, nella sua organizzazione “umana” farà dei passi avanti, in senso positivo. Ho quasi l’impressione che papa Bergoglio abbia avuto un “mandato” dai fratelli cardinali del conclave di procedere senza indugi (senza se e senza ma) sulla strada delle riforme.
E sono arciconvinto che Papa Francesco riuscirà a innovare la Chiesa molto prima che, i nostri politici (se lo faranno!), la nostra Italia. Con la schiettezza che gli è consueta ( i teologi la chiamerebbero “parresìa), quella che, cioè, mira direttamente al problema e non ferisce perché mossa dalla dolcezza e dal servizio alla comunità cristiana e all’intera società, il Papa nei giorni scorsi ha toccato il tema dello IOR (Istituto Opere di religione). Questo papa, per sua natura allergico ad una Chiesa pletorica e appesantita dalla burocrazia, durante la messa a Santa Marta, celebrata davanti ad un gruppo di dipendenti dello Ior, si è lasciato scappare una frase illuminante:
“Quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e diventa un po’ burocratica, ecco che perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una Ong. Ma la Chiesa non è una Ong. E’ una storia d’amore”. Poi si è guardato attorno e ha continuato: “Ma qui ci sono quelli dello Ior. Scusatemi, eh! Certo, tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma fino ad un certo punto: solo come aiuto a questa storia d’amore. Se però l’organizzazione prevale sull’amore, la Chiesa, poveretta, diventa una Ong. E questa non è la strada”. Indubbiamente lo stile di Papa Francesco è insolito, persino originale. Sembra quasi guidato da una “santa temerarietà”.
Eppure ha affermato una cosa che dovrebbe essere “ovvia” per qualsiasi cristiano. L’Istituto per le Opere di Religione fu creato nel 1942 da papa Pio XII. Ha come scopo di provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati allo Ior medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e carità. Ma questa "banca vaticana" è stata spesso al centro delle cronache come sinonimo di procedure finanziarie opache e perennemente avvolta dalle nebbie e in passato al centro di diversi scandali per essersi prestata ad operazioni poco chiare. E’ vero che, come diceva monsignor Marcincus “la Chiesa non si governa solo con le Ave Maria”, ma è pur verissimo che, come ha detto il cardinale africano Onayekan, nei giorni precedenti al conclave, “anche San Pietro non aveva una banca”.
Da tempo il Vaticano ha intrapreso la strada della trasparenza finanziaria che questo papa continuerà certamente con più forza. La Commissione dei cardinali creata da Papa Francesco dovrà necessariamente ricondurre l’Istituto alla sua missione originale di finanziare e sostenere le opere di religione, facilitando quindi il lavoro di diocesi, congregazioni e opere missionarie. Insomma, dovrà essere ridimensionata tutta quella parte di "banca d’affari" che ha causato parecchi grattacapi alle gerarchie ecclesiastiche, comprese inchieste giudiziarie. Ma l’invito del papa è per tutti. E’ una battaglia interiormente dura. E’ una lotta, però, da non demandare solo ai vertici vaticani. E’da vivere nella nostra vita quotidiana.
Il Papa inibisce, in altri termini, la tentazione di una Chiesa umana, tanto umana, da confidare fino a vantarsene per la forza dei numeri, delle organizzazioni, degli uffici, dell’orgoglio di chiamarsi profeti più che l’umile potenza dell’amore. La Chiesa è generata nel cuore del Padre, quale gesto d’amore, per cui non può che continuare a essere “una storia d’amore”. Nessuna ingenuità. Solo realistica ripresa di due millenni di vita ecclesiale. La Chiesa non cresce con la forza umana. E, anche se alcuni cristiani, per ragioni storiche, hanno sbagliato strada, hanno fatto cioè eserciti, hanno fatto guerre di religione, quella “non è storia d’amore”. Parole come pietre, quelle di Francesco, che nei suoi toni sereni, nella sua lettura così spirituale diventano un impegno per la sua “Curia”, i suoi uffici, per la sua Banca e per tutte le strutture ecclesiali come per ogni cristiano che confidi nel potere del denaro, della politica, del proprio ceto elevato.
Le parole del papa sono condivisibili per ogni azione politica, economica e sociale. In termini laici si direbbe che è questione di cultura dell’onestà e della disponibilità al servizio anche esercitando il potere. Per il Papa è la cultura dell’amore che deve ispirare le strutture, gli uffici pur necessari della Chiesa e, conseguentemente, della società. Chi è senza peccato davvero scagli la prima pietra. Sia egli cristiano o laico.
(Fonte foto: Rete Internet)

