Cultura, ambiente, politica, finanza: nessun aspetto della società contemporanea fugge le regole della globalizzazione. In economia questa ha portato ad un rimescolamento dei vecchi schemi interpretativi.
Il tentativo di definire la globalizzazione ha fatto scervellare per anni gli studiosi, senza peraltro raggiungere risultati univoci. La sensazione è che sia più facile comprendere i singoli eventi che danno senso all’espressione “mondo globalizzato”.
I fenomeni sono sempre gli stessi, a cambiare è stata la dimensione. Le tematiche ambientali, le crisi finanziarie, le emergenze geopolitiche, tutto oggi ha una portata potenzialmente globale; se cambia la scala di riferimento, cambiano anche gli effetti e le possibili soluzioni.
La globalizzazione è soprattutto questo, un significativo cambiamento di scala delle questioni politiche, economiche e culturali. L’annullamento della distanza geografica è un clichè che accompagna le discussioni sull’argomento, ma è un’idea che non sta in piedi: le caratteristiche locali e le differenza tra territori condizionano ancora la nostra vita. La “compressione spazio-temporale” del geografo David Harvey è una delle espressioni di successo in materia. I consumi e le mode circolano velocemente, anche se una vasta parte del globo è esclusa dai flussi; il gap infrastrutturale e tecnologico è ancora pesante e continua ad allargarsi, alla faccia del presunto villaggio globale.
La globalizzazione nel campo delle relazioni economiche è la più studiata, anche se è la logica conseguenza dell’internazionalizzazione dell’economia che ha percorso tutto il Novecento. Già negli anni Settanta si parlava di divisione internazionale del lavoro alla scala mondiale. Wallerstein, con la sua teoria del sistema-mondo, individuava la presenza di un centro e di una periferia dell’economia mondiale, una funzionale all’altro. La semiperiferia era una categoria dinamica, all’interno della quale si collocavano Paesi con le potenzialità per passare da uno stadio al successivo. Si trattava di una prospettiva critica, che strizzava l’occhio al marxismo e accusava il sistema capitalistico di “creare” la perifericità per poter restare in piedi.
L’elemento interessante di quel modello, per il resto abbastanza datato, era l’aspetto dinamico. Già allora molte realtà economiche inserite nella semiperiferia si apprestavano a fare il grande salto; Corea del Sud e Taiwan avrebbero impiegato un decennio per diventare dei Paesi industrializzati.
Oggi, grazie all’intensificazione dei flussi economici globali, diversi Paesi sono passati in pochi decenni da una situazione periferica ad uno status di potenze regionali, se non addirittura di “centri” dell’economia. Brasile, Cina, India, Sudafrica – e in prospettiva altri, come Russia, Indonesia – pur tra mille condizioni interne, sono realtà economiche che devono al mercato globale la crescita imponente del Pil. Altri Paesi come Nigeria o Angola partecipano ai flussi commerciali globali e ne ricavano la quasi totalità delle entrate (esportazione di petrolio), ma la popolazione rimane esclusa da ogni beneficio economico, culturale e sociale.
La situazione economica internazionale si è fatta molto più complessa ed è grossolano ridurne l’analisi al modello centro-periferia. La scomposizione delle fasi produttive ha incentivato una nuova divisione internazionale del lavoro dove la localizzazione della produzione dipende dalle valutazioni delle imprese, dai benefici che queste possono ricavare dalla scelta di un luogo. Questo crea un quadro mutevole, dove ogni Paese può trarre vantaggio dagli investimenti esteri (Cina, Brasile) oppure ridursi a semplice “officina” dove vengono assemblati prodotti che non generano un circolo virtuoso interno (le maquiladoras nel nord del Messico).
Il mondo è cambiato dagli anni Settanta, ma la teoria di Wallerstein ha ancora il merito di spiegare come il sistema nel suo insieme sia unico e i meccanismi che determinano centralità e marginalità siano gli stessi.
(Fonte Foto:Rete Internet)


