Le rappresentazioni geografiche ci aiutano ad orientarci nella descrizione e comprensione del mondo. Come sono cambiate queste “immagini” negli ultimi cinquant’anni?
Per parlare dei temi politici ed economici quotidiani facciamo un largo uso di metafore geografiche senza rendercene conto. Nord, Sud, Terzo Mondo, sono tutte immagini radicate nel nostro linguaggio e in quello dei mezzi di comunicazione, a volte tirate in ballo a sproposito, altre con maggiore consapevolezza.
La geografia, cacciata fuori dalla porta di università e scuole, rientra così dalla finestra con la potenza descrittiva delle sue teorie, attraverso semplici termini che nascondono sistemi e modelli di conoscenza del mondo assai complessi.
È un peccato – non casuale, c’è da chiedersi perché – che l’Italia sia l’unico Paese occidentale dove l’insegnamento e lo studio della geografia siano in avanzata fase di contrazione, quando la complessità del mondo contemporaneo richiederebbe proprio l’apporto di una disciplina in grado di connettere i fenomeni a tutte le scale, dal locale al globale.
Le immagini geografiche ci hanno aiutato ad orientarci nel caos della comprensione del mondo; alcune di queste fotografie, ancora in uso, sono superate, ma sono state sostituite da altre rappresentazioni (“la rete”, “il villaggio”, ecc.). Semplicemente, non possiamo farne a meno.
Il modello più conosciuto e usato negli ultimi 50 anni è stato la divisione tra primo, secondo e terzo mondo, di origine francese. Questa nuova interpretazione del mondo post-seconda guerra mondiale nasceva da considerazioni politiche, ma nel dibattito accademico e quotidiano venne successivamente arricchita con contenuti economici. Da allora il Terzo mondo – che in origine comprendeva i Paesi non allineati al blocco occidentale o comunista – ha evocato le economie in via di sviluppo e quelle arretrate, un calderone nel quale già negli anni Cinquanta/Sessanta rientravano Stati americani, africani e asiatici con livelli di sviluppo e prospettive di crescita molto diversi.
Negli anni Sessanta fu proprio un geografo francese, Yves Lacoste, a proporre un’interpretazione più articolata del modello. I dati economici mostravano come alcuni Paesi collocati per ragioni politiche nel Primo mondo (Irlanda, Portogallo, Spagna) fossero in realtà delle sacche di sottosviluppo all’interno dell’Occidente industrializzato. I tre “blocchi” erano troppo rigidi e semplicistici per contenere la descrizione di un mondo dove le fratture politiche ed economiche si sovrapponevano spesso senza combaciare.
Il Rapporto Brandt dell’Onu (1980) contribuì a diffondere nel linguaggio comune la contrapposizione tra un Nord sviluppato e un Sud arretrato, questa volta con connotazione economica.
Ancora una volta, però, risultò chiaro che mettere in un unico contenitore Cina, Brasile, Argentina, Etiopia, Bangladesh e altri era un’operazione che non poteva stare in piedi.
Dalla fine degli anni Settanta si diffusero nuovi studi che mettevano in secondo piano l’aspetto descrittivo basato sugli indicatori di crescita e sviluppo e si concentravano sull’analisi delle relazioni economiche interne ai modelli. Si trattava di teorie spesso di ispirazione marxista, che sottolineavano le disuguaglianze alla scala globale e criticavano il sistema capitalistico, reo di riprodurre e rendere “necessaria” la perifericità di una parte consistente del mondo.
Negli anni Ottanta l’economista Ohmae lanciò l’immagine della Triade globale. L’economia e gli scambi commerciali alla scala mondiale erano dominati da tre poli: America del Nord (Stati Uniti + Canada), Europa occidentale e Giappone (con le Tigri asiatiche). Questi tre nuclei di Paesi guidavano l’economia mondiale, con sistemi politici (democrazie liberali), economici (mercato) e anche culturali molto simili. Il modello di Ohmae è ancora molto citato e ha avuto il merito di restringere le precedenti categorie troppo ampie (Primo mondo, Nord, Centro) e di sottolineare come l’appartenenza al gruppo “centrale” implicasse la condivisione di valori che non potevano – e non possono tuttora – essere mai solo politici o solo economici.
Tutti questi modelli – se non partoriti direttamente da geografi, sicuramente geografici – ricorrono continuamente nelle analisi e nel nostro linguaggio, anche se il mondo è cambiato radicalmente negli ultimi 20 anni.
Il mondo contemporaneo è quanto di più lontano si possa immaginare da descrizioni statiche. È flessibile, sfuggente, mescolato continuamente dai movimenti sempre più rapidi di persone, merci, idee. È un mondo che sarebbe sbagliato pensare percorso solo da fratture politiche oppure economiche; queste rimangono e sono ancora molto forti, ma vanno aggiunte anche le divisioni religiose e culturali. In questo labirinto il pensiero geografico può darci ancora una mano.
(Fonte foto:Rete Internet)




