Per una sana competizione nell’ambito della società della conoscenza, è necessario tener presente i
“I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, individuati dal sociologo francese Edgar Moren.
Dopo aver analizzato quali sono le cinque chiavi per il futuro che ci propone Gardner, sembra opportuno analizzare "I sette saperi necessari all’educazione del futuro", che il sociologo francese Edgar Moren, oltre un decennio fa ha individuato per una sana competizione nell’ambito della società della conoscenza, proclamata nel Trattato di Lisbona, e ritenuti necessari per rapportarsi allo studio, al lavoro, alla vita.
Proviamo ad addentraci in questo cammino identificando soprattutto come il nostro Pianeta scuola possa avvantaggiarsi di tale percorso per migliorare l’approccio alle competenze che Lisbona 2020 ci richiede, soffermandoci sui processi di miglioramento che tanti operatori della scuola hanno messo in campo, rivoluzionando il tradizionale approccio all’insegnamento e ribaltando l’attenzione sulle modalità di apprendimento e sull’approccio più favorevole all’acquisizione di tali “saperi”.
Partiamo in questo primo articolo da un’elencazione commentata di tali “saperi” per riflettere sulla visione d’insieme che essi esprimono: nei successivi interventi li valuteremo singolarmente provando ad individuare quali possano essere metodi e strumenti per integrarli nell’obiettivo di valorizzazione della persona umana che è in ciascun bambino, adolescente, giovane le cui sorti formative dipendono dalla giusta interazione tra una società in rapido mutamento e pretenziosa di abilità, conoscenze e competenze non più, come una volta, prevedibili.
Il primo sapere di cui Morin ci parla è la cecità della conoscenza, intesa come lungimirante ricerca di chi riesce a vedere aldilà di essa perché la penetra in profondità attraverso l’individuazione della sua caducità e dell’illusorietà che da essa ne deriva, se davvero vogliamo conquistarla. Il secondo sapere ci apre alla necessità della pertinenza del sapere: l’uomo infatti troppo spesso ha parcellizzato la conoscenza confinandola in materie e allontanandola da un sapere unico, dando per scontato troppi aspetti che impediscono al neofita la contestualizzazione dello stesso. Il terzo si collega strettamente al precedente proclamando a gran voce la necessità che ogni apprendimento deve connettersi necessariamente alla “condizione umana”, prescindendo dalla quale non possiamo generare crescita conoscitiva.
In una società sempre più aperta all’universo terraqueo, il giovane del terzo millennio deve saper acquisire un’ “identità terrestre”, il quarto sapere, superando il confine, ma non per questo trascurando la conoscenza del proprio contesto, anzi valorizzandola in un processo di glocalizzazione che gli faccia avere chiara la visione che gli uomini del pianeta sono accomunati da un destino comune a cui tendere insieme. Di qui il passaggio al quinto “sapere” che è quello di educare ad affrontare l’imprevisto, perché, come già Euripide, tanti secoli or sono, ci aveva suggerito “ciò che accade non è mai l’atteso, infatti è all’inatteso che il dio apre le porte”. Tale concetto è quanto mai attuale in una realtà, come quella che attualmente viviamo, sempre più imprevedibile.
Pone come sesta, ma non certo in ordine di importanza, l’educazione alla comprensione, sottolineando quanto essa debba essere viva dalle prime esperienze formative lungo tutto l’arco della vita e che sia pluridirezionale, centripeta e centrifuga al contempo, ma soprattutto mutuata da ogni cultura per trionfare sulla barbarie dell’incomprensione dilagante in un mondo che solo apparentemente comunica.
Morin conclude con l’etica, il cui insegnamento non si connette alla categoria kantiana della morale, ma è tesa a far riconoscere ciascuno come appartenente ad una triplice condizione, individuo-società-specie, che gli faccia riconoscere come patria la Terra e gli faccia democraticamente intendere che la cittadinanza attiva e consapevole si esplica in un’universalità sociale, in una weltanschauung che già, ancora una volta, i greci avevano individuato in quel saper essere “cittadini del mondo” e che li aveva resi liberi e consapevoli aldilà del proprio confine politico.




