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L’eruzione del Vesuvio vista dal mare: ma è quello della California

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Al Getty Museum di Malibù, in California, è allestita la mostra “The last days of Pompeii”, in cui viene rinnovato il tema dell’eruzione vesuviana, ripercorrendo la lettura sempre differente che di essa è stata offerta nel corso dei secoli.

Tra le meraviglie naturali più celebrate del mondo, il Vesuvio è, sicuramente, quella a cui spetta un posto d’onore in questa speciale classifica. L’impatto del vulcano campano nell’immaginario collettivo riserva una particolare fascinazione, garantita dal suo impareggiabile legame con la storia.

La distruzione delle città vesuviane, causata dalla sua eruzione del 79 d.C., è rivestita da un’aura quasi “mediatica”: quell’immagine è stata consumata e riprodotta, attraverso i mezzi e i supporti più vari dall’arte di tutti i secoli, a tal punto da trasformare il gigante che domina il golfo in un’icona universale, popolare ben al di là delle Colonne d’Ercole. “The last days of Pompeii” è l’ultima mostra americana dedicata all’argomento, in scena al J. P. Getty Museum di Malibù, in California, il museo americano che è esso stesso una re-immaginazione della Villa dei Papiri e di altre ville romane, secondo lo standard americano di musei che colpiscono anzitutto per l’eccezionalità della struttura.

Malgrado le innumerevoli esposizioni riservate ad un tema tanto sfruttato, il modello inaugurato dal curatore Kenneth Lapatin in California, conferma le aspettative di una mostra sui generis, lontano dalle facili e improvvisate ricostruzioni archeologiche della città vesuviana, la cui quotidianità venne sconvolta e immortalata per sempre dall’ eruzione, in un unico, drammaticamente realista “diorama”, che racconta, ancora oggi, delle ultime ore di Pompei. L’esposizione statunitense, infatti, più che rievocare le testimonianze della sciagura, ne ricostruisce la percezione attraverso i secoli, presentandone la ricezione sia classica che moderna. Tre sono i nuclei in cui lo spazio espositivo viene suddiviso: la decadenza, l’apocalisse e la resurrezione.

Si alternano opere che spaziano da un secolo all’altro, dipinti neoclassici, preraffaelliti e reperti antichi che a loro volta si mescolano a fotografie e immagini tratte da filmati, il cui trait d’union è l’ultimo istante di vita di Pompei nelle interpretazioni che della catastrofe si sono formate col trascorrere dei secoli. Punto di partenza: la decadenza, in un gruppo di fotografie dell’archivio personale di Lawrence Alma Tadema, dove si vedono giovani vestiti come gli antichi romani che posano tra le rovine della città. Il decadentismo dell’artista è in perfetta sinergia con la concezione che per lungo tempo è stata propinata come causa della caduta dell’Impero: la distruzione di Pompei tradotta in simbolo del declino morale, della licenziosità che imperversavano a Roma; punizione divina, dunque, per la perdita del severo mos maiorum che aveva caratterizzato la caput mundi.

Dalla Decadence si passa all’Apocalypse, in cui la mostra esplora le analogie della catastrofe vesuviana con le distruzioni dell’era moderna: la caduta di Pompei è rimasta l’evento archetipico dei disastri accorsi durante i secoli e, in epoca moderna, simbolo universale delle tragedie che si sono abbattute sull’umanità dalla seconda guerra mondiale in avanti, in particolare con lo scoppio della prima bomba atomica. In questa sezione trovano spazio capolavori emblematici sulla reinterpretazione post-modernista della fine di Pompei: l’acrilico di Warhol “Mount Vesuvius” (foto), rivisitazione grafica dell’esplosione vulcanica che riflette, in pieno spirito pop, la serializzazione dell’immagine nell’era del consumo mediatico, e “The Dog from Pompeii” , di Allan McCollum, del 1991, opera che replica, riproducendo il soggetto di una foto di Giorgio Sommer, l’immagine di un cane in preda agli spasmi, pietrificato dalla lava.

L’ultima sezione dell’esposizione, Resurrection, evidenzia come un campionario di elementi iconografici del mondo classico siano entrati di diritto a far parte del vocabolario comune: la scoperta di Pompei, con la campagna di scavo del settecento che ha dato inizio all’archeologia moderna, ha segnato la rinascita del mito della classicità, attraverso la resurrezione dalle ceneri della città vesuviana. La “fantasia pompeiana” del racconto di Jensen “Gradiva”, è di ispirazione per le versioni surrealiste di Masson del ’39 e di Dalì del ’32; entrambe le opere sono accostate, sulla parete, alla Gradiva originale – fonte di riferimento per la penna di Jensen – bassorilievo d’inizio novecento in cui una donna cammina, sollevando le vesti, che Freud ha interpretato come una metafora di feticismo sessuale, entrando così a far parte del linguaggio artistico surrealista.
(Fonte foto: Rete Internet)

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