Riceviamo una riflessione da Don Francesco Feola e pubblichiamo
C’è un momento, nelle feste patronali, che dice più di tutti gli altri. Non è l’accensione delle luminarie. Non è il concerto. Non è la processione davanti a una folla numerosa. Non è nemmeno il momento in cui la piazza raggiunge il massimo della partecipazione.
È il giorno dopo! Quando le luminarie si spengono, le transenne vengono rimosse, le strade tornano alla normalità e la piazza si svuota, resta una domanda alla quale difficilmente si può sfuggire: che cosa ha lasciato quella festa alla comunità?
È una domanda che riguarda tutte le feste patronali dell’area vesuviana. Perché qui la festa religiosa non è un dettaglio folkloristico. È parte della storia dei territori, della memoria familiare, dell’identità dei paesi. È un patrimonio che continua a coinvolgere generazioni diverse e che, per alcuni giorni, riesce ancora a fare una cosa sempre più rara: mettere le persone nello stesso luogo e farle sentire parte di qualcosa.
Ma proprio per questo patrimonio vale la pena essere esigenti.
Una festa patronale non può essere giudicata soltanto dalla sua capacità di riempire una piazza.
Deve essere giudicata anche dalla sua capacità di riempire di senso una comunità.
Il santo non è il pretesto della festa
C’è un equivoco da superare.
Il santo patrono non è il pretesto religioso attorno al quale costruire un grande programma di eventi. Per la fede cristiana è esattamente il contrario.
La festa nasce dalla memoria di un testimone. E il testimone rimanda a Cristo.
È questo il senso della celebrazione dei santi nella tradizione della Chiesa: riconoscere nell’esistenza di uomini e donne concreti la forza trasformante del Vangelo. Il santo non sostituisce Cristo. Lo indica.
E allora la domanda decisiva non è quanto sia grande la festa, quanti eventi contenga o quante persone riesca a portare in strada.
La domanda è un’altra: la festa riesce ancora a raccontare qualcosa della fede che l’ha generata? Se la risposta è sì, la tradizione è viva. Se la risposta è no, rischiamo di conservare soltanto il contenitore.
Non è una guerra alle luminarie
Anche qui bisogna evitare semplificazioni.
Periodicamente si riapre la contrapposizione tra chi vorrebbe feste più religiose e chi difende le manifestazioni popolari. Come se una processione fosse autentica soltanto senza musica, come se una piazza illuminata fosse necessariamente lontana dalla fede, come se la presenza di spettacoli cancellasse automaticamente il significato religioso.
Non è così.
La Chiesa conosce da secoli il valore dei simboli, delle immagini, dei canti, dei pellegrinaggi, delle processioni e delle forme popolari attraverso le quali la fede entra nella cultura.
Il Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia non invita a cancellare la pietà popolare. Invita a comprenderla, accompagnarla e orientarla. È una differenza decisiva.
La pietà popolare può essere una straordinaria porta di accesso alla fede. Può conservare una memoria che la società contemporanea rischia di perdere. Può raggiungere persone che normalmente non frequentano la vita ecclesiale.
Ma proprio perché possiede questa forza, non può essere lasciata senza una direzione.
La processione deve essere più di un corteo. La devozione deve essere più di un’emozione. La festa deve essere più di un programma di spettacoli. Le luminarie non sono il problema. Il problema nasce quando diventano più luminose della fede.
La piazza è una grande occasione
C’è poi un aspetto che spesso viene sottovalutato. La festa patronale è una delle poche occasioni nelle quali una comunità contemporanea riesce ancora a incontrarsi fisicamente.
In una società nella quale sempre più relazioni passano attraverso schermi, social network e comunicazioni digitali, la festa riporta le persone nello spazio reale. La piazza torna a essere piazza. Ci si incontra. Ci si riconosce. Ci si saluta. Si torna a parlare con persone che non si vedevano da mesi. Chi è emigrato ritorna. Le famiglie si riuniscono. I giovani condividono uno spazio con gli anziani. È un fatto religioso, ma anche profondamente sociale.
Émile Durkheim aveva osservato come i riti collettivi contribuiscano a rinnovare il senso di appartenenza di una società. Victor Turner avrebbe parlato di communitas: quella particolare esperienza nella quale le differenze abituali possono attenuarsi e prevale la percezione di appartenere a qualcosa di comune.
Le feste patronali conservano ancora, almeno in parte, questa capacità. Ed è proprio per questo che sarebbe un errore considerarle soltanto una sopravvivenza del passato. Possono essere, al contrario, uno strumento per costruire il futuro.
Ma una comunità non vive soltanto di festa. Qui arriva il punto più scomodo. Una comunità non diventa più solidale perché una volta all’anno riempie una piazza. Non diventa più unita perché organizza una processione. Non diventa più giusta perché per qualche giorno illumina le proprie strade. La festa può creare le condizioni per incontrarsi. Non può sostituire la responsabilità quotidiana.
Ed è proprio qui che la dimensione religiosa incontra quella civile. Nei comuni dell’area vesuviana convivono bellezza e fragilità. Ci sono tradizioni fortissime e, nello stesso tempo, famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. Ci sono giovani pieni di energie e giovani che non trovano occasioni. Ci sono anziani circondati dalla folla durante la festa e spesso soli per il resto dell’anno. Ci sono persone che appartengono pienamente alla comunità e altre che, pur vivendo sullo stesso territorio, restano ai margini.
La festa cristiana non può ignorare tutto questo. Anzi, dovrebbe partire proprio da qui. Perché sarebbe difficile parlare di fraternità davanti all’altare e poi dimenticare la solitudine appena usciti dalla chiesa. La festa come responsabilità
Forse è arrivato il momento di chiedere alle feste patronali qualcosa in più. Non soltanto di conservare la tradizione, ma di generare futuro. Non soltanto di ricordare il santo, ma di raccogliere la sua eredità. Non soltanto di celebrare la comunità, ma di costruirla.
La preparazione della festa potrebbe diventare un’occasione di catechesi, ascolto e incontro. Le parrocchie potrebbero coinvolgere maggiormente i giovani. Le associazioni potrebbero trovare nella festa uno spazio di collaborazione. Le realtà del volontariato potrebbero trasformare la dimensione della carità in una parte stabile delle celebrazioni. Le istituzioni potrebbero accompagnare questi processi senza confondere i ruoli.
E soprattutto si potrebbe immaginare che ogni festa lasci dietro di sé un segno concreto.
Un progetto per i giovani.
Un aiuto alle famiglie fragili.
Un’iniziativa per gli anziani soli.
Una borsa di studio.
Un’opera di cura di un luogo comune.
Un fondo di solidarietà.
Un progetto culturale.
Qualcosa, insomma, che continui a vivere quando la festa sarà finita. Dal folklore alla fraternità. È qui che il Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia offre una prospettiva ancora attuale.
La pietà popolare non deve essere disprezzata come folklore. Ma non deve nemmeno essere lasciata prigioniera del folklore. Deve essere accompagnata verso il Vangelo che, se è realmente accolto, porta inevitabilmente alla fraternità.
Questo significa che una festa patronale può essere contemporaneamente religiosa, culturale e sociale senza perdere la propria identità. Può essere bella senza essere vuota. Può essere popolare senza essere superficiale. Può attirare migliaia di persone senza ridursi ai numeri. Può avere musica e luminarie, ma anche preghiera e carità.Può riempire una piazza e, nello stesso tempo, aprire una porta a chi quella piazza normalmente non la attraversa. Questa è la sfida.
Il giorno dopo
Alla fine, torniamo al giorno dopo. Quando le luci si spengono.
È lì che si misura la verità di una festa.
Se resta soltanto il ricordo delle serate, abbiamo avuto un evento.
Se restano nuove relazioni, giovani coinvolti, persone fragili raggiunte, associazioni che hanno imparato a collaborare, famiglie sostenute, nuove occasioni di incontro, allora è accaduto qualcosa di più: è nata comunità.
E forse è proprio questo che le feste patronali dell’area vesuviana possono ancora insegnare.
Che una tradizione non è viva perché viene semplicemente ripetuta.
È viva quando riesce a parlare al presente.
Che una processione non vale soltanto per quante persone la seguono, ma per la direzione verso la quale conduce.
Che una festa cristiana non può fermarsi all’emozione di un giorno, perché la fede chiede di diventare vita.
E che la fraternità non si misura quando la piazza è piena, ma quando la piazza si svuota.
Le comunità vesuviane non hanno bisogno di meno festa.
Hanno bisogno di più comunità dentro la festa.
Hanno bisogno di tradizioni capaci di custodire la memoria senza diventare prigioni del passato.
Hanno bisogno di celebrazioni capaci di parlare a chi crede e di interrogare anche chi si è allontanato.
Hanno bisogno di piazze nelle quali non ci si limiti a stare insieme, ma si impari nuovamente a riconoscersi.
Perché il vero miracolo di una festa patronale non è vedere migliaia di persone in piazza.
È scoprire, il giorno dopo, che quelle persone sono diventate un po’ più capaci di camminare insieme.
d. Francesco Feola



