Dopo l’ultima strage, un tratto della SS.268 è stato chiuso e il traffico viene deviato sulle strade interne di Ottaviano, che cercano di sopportarne il peso come quando il paese era forte e vivo.
Come anziane, fragili signore, che abituate da tempo a vivere in una malinconica solitudine, un giorno si vedono arrivare in salotto, all’improvviso, una folla di ospiti, e cercano – ma è difficile assai – essere all’altezza della cordialità e della gentilezza del tempo che fu: così sono alcune strade di Ottaviano in questa grave emergenza.
Dopo l’ultima strage, un tratto della SS. 268 è stato chiuso e le auto che vengono da Somma e vanno in direzione San Giuseppe escono ai Seggiari: potrebbero ritornare sulla statale attraverso l’ingresso della zona industriale di Ottaviano: a patto, però, di infilarsi in una stradina sghemba, scarrupata, tagliata da un passaggio a livello, e di incrociarsi, nel budello, con la fila di auto e di camion che sale traballando in senso contrario, diretta verso una meta lontana: l’ingresso della SS. 268 in territorio di Somma, sulla strada per Marigliano. Nei momenti di piena lunghe e lente colonne si snodano, in entrambe le direzioni, tra i Seggiari e San Leonardo, attraverso Ottaviano, lungo l’asse Via Pentelete- Via Roma.
Queste strade, fino a ieri vuote, spente, e dopo il primo tramonto anche tetre, ieri sera, verso le sette, mi sembrava che esultassero (una gioia contenuta, date le circostanze): sono tornate le auto, è tornato il traffico, sono tornati i bei tempi in cui il paese era vivo e dal marciapiedi del Circolo Diaz, in piazza San Lorenzo, era possibile osservare, ad ogni ora del giorno, il mondo in movimento. Ho notato, ieri sera, che gli automobilisti sono pazienti, sopportano il passo d’uomo, sentono, per così dire, le strade chiedere scusa, per il repertorio di inghippi che il loro manto sciorina lungo la pista: buche sommesi e buche ottajanesi, sdruciture dell’asfalto, gobbe, squarci, dislivelli e sconnessioni, insomma tutto il percorso di guerra che serve a far felici i gommisti e i meccanici.
E gli avvocati. Ma tutto ha una sua utilità: i dribbling tra quelle insidie mantengono svegli i piloti, soprattutto quando la pioggia le occulta sotto un velo d’acqua, e uno si affida al caso e alla memoria: qui ieri non c’era una buca? Si apriva a destra o a sinistra? Ma il caso e la memoria, come si sa, si divertono talvolta a confonderci le idee, e a trascinarci nel fosso. Le strade parlano: alcune strade di Ottaviano (via Bosco Gaudo, per esempio) dicono malignità e pettegolezzi. Di quel che dice via Cesare Augusto, riferiremo tra non molto, stemperando e annacquando la violenza delle invettive.
Senza scomodare Sofocle, Cervantes e Kerouac, ognuno di noi apprende dall’esperienza che le strade sono metafora della vita. Ogni strada porta da qualche parte, e mai in linea retta, ogni strada si biforca e si triforca, e non una sola volta, e in ogni suo ramo. Tuttavia, ai bivi e agli incroci delle strade della realtà è meglio piazzare, in bella vista, cartelli con indicazioni chiare e distinte, se no capita- è accaduto già – che gente che deve andare, che vorrebbe andare, a Poggiomarino, o ad Angri, si trovi, alle otto di sera, nel buio assoluto di Ottaviano, in cima agli scavi di via Cesare Augusto: e non è una bella esperienza, soprattutto se piove a scrosci. Ai bivi della riflessione filosofica e della immaginazione uno può anche fermarsi a riflettere per lunghi giorni se convenga prendere a destra o a sinistra, e se sbaglia, può perfino tornare indietro, ma agli incroci della realtà, se sbagli, ti ritrovi nel labirinto, a girare a vuoto.
Ti ritrovi, per esempio, in via Alveo Zennillo, in cui il tempo della storia si è fermato, e il tratturo di oggi è il tratturo borbonico, in terra battuta: non una buca in più, non una in meno. Non è una strada: è un sito di storia e di archeologia. Ma non credo che gli automobilisti, anche quelli ottajanesi, non solo i forestieri, abbiano la capa fresca per apprezzare questo miracolo culturale. Anche la rotonda a piazza San Lorenzo svolge un ruolo che ha qualcosa di filosofico. Quando si avvicina un grosso camion o un pullman, viene la voglia di scommettere: ce la farà a passare liscio, o si porterà via uno spizzico dell’aiuola ?
L’altra sera ho percorso la SS. 268 da Somma allo svincolo per Napoli e per le autostrade, poco prima dell’uscita per San Sebastiano. La statale stava sprofondata nel buio dei suoi rimorsi. Da questo buio sono spuntati, almeno quattro volte, i soliti pazzi che ritengono un’umiliazione procedere in colonna e all’improvviso si buttano sulla corsia opposta, per sorpassare a tutto gas: e ci pensino gli altri a scansarsi. Una roulette russa. Una sfida continua al caso. Lungo questa maledetta statale ho visto assai raramente appostati i vigili dei Comuni che essa attraversa. La morte non insegna nulla. Ognuno di noi si illude che la campana suoni solo per gli altri. Un sistema di videocamere e un mucchio di patenti ritirate sarebbero sufficienti a risolvere almeno i primi problemi.
Del resto, i pazzi del sorpasso estremo fanno danni, e spesso purtroppo non solo a sé stessi, anche sulle autostrade a quattro corsie. Sulla SS.268 , prima dello svincolo per Napoli e per le autostrade, c’è, da tempo immemorabile, un cartello che avverte: tra 200 metri svincolo non illuminato. Avvertiva, anzi, perché da un paio di mesi, è mezzo sgangherato. Di sera, nella tenebra, è difficile individuarlo. Invece di piantare il cartello, non si faceva cosa più utile e più rapida piantando, sulla bocca dello svincolo, un lampione? Si potrebbe attingere un po’ di luce dal luminoso bagliore in cui una corona di fari immerge, anche di notte, un vicino stadio. A chi tanto, a chi niente: è il destino, degli uomini e dei luoghi.
Può una statale di tale rilievo strategico ridursi a una trappola di tenebre, di curve, di sorprese? Quando la SS.268 venne chiusa, un’associazione – non ricordo quale – promise che ci avrebbe svelato dei percorsi alternativi. Restiamo in attesa di notizie.
(Foto: Luigi Bazzani, L’ Arco di Nerone a Pompei, 1895)





