Hanno celebrato a Pomigliano l’otto marzo per parlare agli uomini attraverso le loro storie. Racconti ispirati a una nuova stagione della mobilitazione.
Ieri è stato un otto marzo, come dire, “originale” nella sede di Pomigliano dello Slai Cobas, il sindacato degli aut organizzati anti-Fiat.
Una giornata, quella della festa della donna, non proprio ben vista alla maniera tradizionale dalle attivisti del comitato mogli dei cassintegrati di Pomigliano, costituito proprio lì, nella locale dello Slai. A ogni modo, tradizioni maldigerite a parte, le donne del comitato hanno voluto profittare dell’occasione per sollecitare una nuova stagione di mobilitazione per il lavoro. Come? Raccontando ai mariti e a tutti i maschietti presenti nella sede degli autorganizzati, tra un primo piatto e una torta, le loro storie, i loro punti di vista. Emblematico il titolo dell’iniziativa, annunciata qualche giorno prima: “La festa gliela facciamo noi”.
Ecco le testimonianze delle donne del comitato mogli operai. Mara Malavenda, pensionata Fiat e leader storica dello Slai campano: “Lungi da noi festeggiare, perché c’è poco da festeggiare. Ci siamo sentite di attivarci perché siamo il sensore di tutto quello che succede. Marchionne fece chiamare noi donne per avvertire i mariti dell’imbonimento che stava preparando per cui ci sentiamo più che legittimate a sollecitare la mobilitazione dei lavoratori. Intanto approfittiamo di questa occasione per organizzare il primo maggio di Pomigliano”. Maria Molinari, moglie di un operaio Fiat in cassa integrazione da tempo immemore: “Abbiamo voluto dedicare questa iniziativa alle donne forti nello spirito, che nonostante tutto mantengono tengono duro, un momento per ricominciare col sorriso sulle labbra, per rilanciare l’unità operaia”.
Livia Garcia, spagnola, moglie di un altro operaio Fiat: “Non si può dire festa per tutto quello che sta succedendo, si tratta di trovare la forza per organizzarsi: mio marito non va da due anni al lavoro”. Atonietta Abate, operaia Fiat in cassa integrazione da anni: “Mi sento tanto arrabbiata perché sono una donna che ha lavorato 23 anni sulla catena di montaggio ricavandone solo acciacchi fisici, sono nervosa, sempre chiusa in casa e non so se ritornerò a lavorare. I miei figli poi, non ne parliamo. Questo è il problema: i giovani specialmente. Lavoro da quando avevo 13 anni, ora ne ho 52: 34 anni di contributi inutili. Dal 2008 non vado a lavorare in fabbrica. Mi sento infelice perche avrei voluto dare qualcosa in più ai miei figli, mi sento in colpa”.
Carmela Esposito, insegnante di scuola media in pensione: “Sono figlia di un operaio dell’Italsider per cui capisco queste situazioni. La sensazione e quella di un’industria che va verso lo sfacelo. Penso ai ragazzi che si ritroveranno senza lavoro”.

