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La casa muta

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La Spagna e l’America latina si confermano leader del genere horror. Dall’Uruguay arriva un piccolo cult che, pur con molti difetti, crea tensione in modo magistrale.

L’età dell’oro dell’horror in lingua spagnola potrebbe avere breve durata, come è già successo qualche anno fa con quello asiatico.

I confini del genere (e di questo genere in particolare) sono troppo stretti per consentire la produzione “in serie” di opere che non risultino ripetitive e banali dopo la prima ondata. Ma alcuni gioiellini, interessanti se non altro per la forma, continuano a uscire e il baricentro sembra essersi spostato dalla Spagna all’America del Sud. Proprio dall’Uruguay arriva l’esordio di Gustavo Hernández, La casa muda, che fece il pieno di buone critiche a Cannes nel 2010.

Le impronte del genere ci sono tutte. La casa abbandonata, il buio, i rumori improvvisi. Il racconto – da una storia vera, ma è lecito avere dei dubbi – è quanto di più semplice si possa immaginare. Un uomo e la figlia sono chiamati da un loro amico a fare dei lavori in una villetta di campagna che deve essere venduta. I due decidono di passare la notte nella casa per iniziare a lavorare il giorno dopo; ma prima di andare a dormire la ragazza avverte strani rumori (ça va sans dire) al piano di sopra e spedisce il padre, abbastanza riluttante, a controllare. Da qui avrà inizio una nottata da incubo. 80 minuti scarsi di durata, dei quali forse neanche una decina di dialoghi, per un film che in larga parte ci mostra la ragazza in giro con una lanterna per le stanze buie della casa-prigione.

La noia e la ridondanza sono dietro l’angolo, ma la tensione di alcuni passaggi è innegabile. Il regista è bravo ad apparecchiare la scena con tutti i clichè del caso (casa abbandonata, senza elettricità, telefono) e si diverte a seguire con una macchina digitale la protagonista mentre si addentra negli angoli bui delle stanze e ne scopre gradualmente i segreti.
Non mancano anche gli stereotipi negativi. Ci si può chiedere perché la ragazza non scappi dopo aver compreso che nella casa qualcosa non quadra e perché – senza svelare troppo della trama – ci si infili una seconda volta. Le chiavi non si trovano e le finestre sono sbarrate, ma alla presunta dabbenaggine della protagonista c’è una spiegazione più sottile legata al finale.

Il valore del film sta soprattutto nella sua forma, ossia un lungo e ininterrotto piano-sequenza di quasi 80 minuti. È possibile che in alcune scene di buio il regista abbia inserito degli stacchi di montaggio, ma la scelta audace di Hernández è comunque da apprezzare ed è perfettamente funzionale al clima di tensione.
L’unica, lunga scena ha l’effetto di un’immersione in apnea nell’ansia della protagonista, arricchita dalla camera digitale che nella maggior parte dei casi ci offre il punto di vista della ragazza e non la molla un istante. Hernández abbandona la moda del falso documentario – che aveva fatto la fortuna delle serie Rec e Paranormal Activity – dove il regista usa un “occhio” inserito all’interno della storia, ma recupera tensione e realismo con il real time e la marcatura a uomo sulla protagonista.

La scelta di un unico piano-sequenza non è nuova al cinema. Arca Russa di Sokurov ne è l’esempio più noto, insieme allo straordinario Nodo alla gola di Hitchcock che però camuffava magistralmente i suoi stacchi di inquadratura. Nella galassia horror è tuttavia una novità ed è proprio in questa intuizione che sta il pregio del film e la sua capacità di irrigidire lo spettatore in un lungo stato di tensione senza pause, aiutato in questo compito da una splendida fotografia che riempie lo schermo con un buio vivacizzato dalle luci di lampade e macchine fotografiche.

Con questo piccolo film (girato in pochissimo tempo e con due soldi), Hernández conferma ancora una volta che il futuro dell’horror dipende dalla intuizioni formali. Perché sì, anche in questo caso, la storia si risolve in un colpo di scena banale e incoerente. Il finale a sorpresa pesca dal mazzo un jolly abusato, che nel caso specifico si incastra poco e male con quanto visto in precedenza. Se è diventato sempre più difficile chiedere a un film dell’orrore di non proporci storie ritrite o insensate, possiamo limitarci a godere di uno stato di tensione creato in modo intelligente dal regista. Questo lavoro Hernández lo fa egregiamente, permettendoci di sorvolare sulla consistenza della storia, ridotta a semplice pretesto.

La casa muta non è un capolavoro e non ha riscritto le regole del genere, piuttosto ne ha proposto un’interpretazione originale. Rimarrà probabilmente come uno degli ultimi esempi di quel “rinascimento horror” che ha slegato la paura dagli eccessi, dalle storie fantastiche e barocche, e l’ha portata lì dove fa male davvero, il più vicino possibile agli occhi e all’esperienza sensibile dello spettatore.
Regia di Gustavo Hernández, con Florencia Colucci, Gustavo Alonso, Abel Tripaldi
Genere
: Horror
Durata: 80 minuti
Uscita nelle sale: disponibile in DVD
Voto 2,5/5
(Fonte foto: Rete Internet)

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