La mostra estiva del Pan di Napoli ha acceso i riflettori su una parte della produzione fotografica del cineasta statunitense: gli scatti del reporter per “Look Magazine”, realizzati dal 1945 al 1950.
Aprile del ’45. Un anziano edicolante newyorkese, testa china che grava sul braccio, volto segnato da una smorfia strana, segno di un sentimento a metà fra la malinconia e la sofferenza per la perdita di un caro amico, è immortalato nel suo luogo di lavoro, affranto e immerso in un cumulo di carta stampata. Ben in vista un titolo di giornale: Franklin D. Roosevelt è morto.
Quello scatto (foto) fu pubblicato il 26 giugno dello stesso anno dalla rivista fotografica “Look”, come foto conclusiva di un servizio dedicato al defunto presidente degli Stati Uniti. La firma: Stanley Kubrick. Talento precoce, il futuro regista e cineasta americano aveva appena diciassette anni quando si presentò alla direzione di “Look” , che gli comprò la foto per 25 dollari. Il giovanissimo Stanley iniziava, in questo modo, una collaborazione come fotoreporter che lo tenne impegnato dal 1945 al 1950, quando lasciò l’incarico per dedicarsi anima e corpo alla “settima arte” – “Paura e desiderio”, il suo primo lungometraggio, è datato 1953- e iniziò a sfornare capolavori che hanno segnato la storia del cinema in maniera indelebile, uno dopo l’altro.
Ma la sua iniziale passione, prima della macchina da presa, era la reflex. Il mondo dei personaggi della New York di metà Novecento passati per l’obiettivo di Kubrick, è stato oggetto della mostra estiva tenuta al Pan, nella tappa napoletana che ha fatto conoscere l’altra metà artistica del maestro al grande pubblico. Centinaia le fotografie provenienti dagli archivi della “Look Magazine Collection”; l’occhio di Kubrick scruta l’anima della metropoli americana concentrandosi sul campionario umano che essa offre. Ogni frammento impressionato sulla pellicola rilascia gradualmente la profondità e l’intimità dei personaggi, raccontando di vicende e di storie intense quanto le scene dei suoi futuri capolavori cinematografici.
L’obiettivo fotografico è il prolungamento artificiale dell’occhio di Stanley: sullo sfondo di una New York brulicante di vita, immensa, luogo che dilata ed amplifica la solitudine del singolo, le sfumature del quotidiano si fanno nitide e chiarissime. Qualche esempio. Il ritratto di Michey, lustrascarpe dodicenne, la cui storia è, certamente, difficile e segnata dal duro lavoro, ma non per questo strappalacrime o melensa; Kubrick riconsegna allo spettatore la profondità e la dignità del piccolo protagonista, senza lasciare spazio ad acuti dickensiani. Un piccolo eroe metropolitano in tutta la sua integrità, da cui si evince il bisogno di riscatto sociale e la sete di redenzione della società americana nell’immediato dopoguerra.
Più intimista, lo scatto che immortala l’icona hollywoodiana Montgomery Clift all’apice del successo: sguardo perso, bottiglia di whiskey in mano, la star è messa a nudo; il suo tormento e la solitudine celavano una vita di finzione che Clift aveva scelto per nascondere la sua omosessualità. Si sarebbe ucciso con un mix di alcool e droga, a 46 anni. "Se una foto mi piace, se mi turba, io v’indugio sopra. Che cosa faccio per tutto il tempo che me ne sto davanti a lei? La guardo, la scruto, come se volessi saperne di più sulla cosa o sulla persona che essa ritrae". Roland Barthes, nel saggio fondamentale “La camera chiara”, prendeva in considerazione le foto che gli procuravano un certo piacere visivo ed emotivo.
I ritratti di Kubrick rapiscono proprio per questo. Mistero, seduzione, dramma psicologico e solitudine, le qualità sedimentate nelle immagini che fanno del maestro un profondo conoscitore della profondità dell’animo umano: ecco perché i suoi scatti sono la dimostrazione di come “la fotografia è probabilmente fra tutte le forme d arte la più accessibile e la più gratificante. Può registrare volti o avvenimenti oppure narrare una storia. Può sorprendere, divertire ed educare. Può cogliere, e comunicare, emozioni e documentare qualsiasi dettaglio con rapidità e precisione” (John Hedgecoe).
(Fonte foto: Rete Internet)





