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Il robusto volgare pittorico di Pieter Brueghel il vecchio

Al Chiostro del Bramante a Roma, fino al 2 giugno 2013, la mostra dedicata al maestro fiammingo che, nel momento del massimo sviluppo dell’ideale rinascimentale, si cimentava con scene di genere e soggetti rubati al mondo contadino.

Ritrattista del popolo, bigotto, contadino e poi borghese, pittore di genere e fine umanista, satirico e poi pre-romantico: mai tanti termini furono più abusati per descrivere un pittore quanto il nugolo di aggettivi che, nel corso dei secoli, vennero affibbiati a Pieter Brueghel (1525? – 1569).

Aggiungiamo anche “il Vecchio”, per distinguerlo dal resto della stirpe di artisti di cui fu capostipite – fu il primo di una delle principali dinastie fiamminghe di pittori – e la lista sembra completa. Dopo il successo della mostra dedicata a Mirò, il Chiostro del Bramante ospita l’ esposizione: “Brueghel. Meraviglie dell’arte fiamminga”, fino al 2 giugno prossimo; per la prima volta nella Capitale, 100 capolavori provenienti dalle grandi collezioni mondiali ripercorrono l’attività del genio fiammingo che la tradizione vuole allievo e prosecutore dell’opera di Hieronymus Bosch.

Gli anni in cui vive e lavora Brueghel sono quelli di Michelangelo, Tiziano e Palladio: ma la fase matura del Rinascimento italiano non lo tocca. All’indorata perfezione del mondo ideale preferisce il mondo nordico, brullo e glaciale, alla sintesi formale e all’equilibrio oppone le fantasie di una realtà dove brulicano i personaggi della vita vera. Al centro della sua produzione campeggia il mondo contadino: ne svela con dovizia di dettagli l’anatomia della fatica, senza mai lasciarsi trasportare da biechi sentimentalismi.

Privo di compiacenze, il mondo bucolico virgiliano è spogliato dall’idillio tradizionale: al centro è posto l’uomo, l’abitante della terra indagata con la curiosità del filologo. I giorni di festa, il clamore del mercato, l’inquietudine dei suoi storpi, personaggi grotteschi e deformi, sono i soggetti che l’Ottocento amava; nell’ultima decade di questo secolo, infatti, la particolare pittura di Brueghel venne riscoperta e divenne oggetto di una critica rigorosa.

Baudelaire, nel 1858, ne decantava il misticismo: “[L’opera di Brueghel] che il nostro secolo – per il quale nulla riesce difficile da spiegare, grazie al suo duplice carattere d’incredulità e ignoranza – definirebbe semplicisticamente fantasie, capricci, contiene, mi sembra, una specie di mistero […] una sorta di grazie speciale e satanica”. Capolavoro del fiammingo, il “Banchetto nuziale” è la conferma dell’ammirazione di Brueghel per il mondo agreste: non di rado, il pittore era solito vestire i panni del contadino e mischiarsi tra la folla a cui si ispirava. In questo caso Pieter s’imbuca ad una festa di matrimonio, consegnandoci uno spaccato socio-ludico delizioso, che c’informa delle abitudini e delle modalità di festeggiamento dell’epoca: una lunga tavola imbandita da vivande delle grandi occasioni taglia diagonalmente la scena.

Due personaggi in primo piano si assicurano di non lasciare mai a bocca asciutta i convitati ed incorniciano la sposa in secondo piano. Ritratta frontalmente, con un’aria sognante e svagata, ha la testa cinta dalla corona della festa, come era in uso all’epoca. Al tavolo non c’è traccia dello sposo: secondo la tradizione, egli doveva servire i tavoli e allora si perde nel frastuono della sala gremita. La scena di genere, quando la lezione rinascimentale era pienamente assorbita anche oltre i confini italiani, conferisce il risalto giusto all’alternativa del maestro fiammingo: in pieno Cinquecento, invece che all’ideale formale, Pieter Brueghel ricorre a quello che Argan definisce “un robusto volgare pittorico”, declinato in una pittura solida, dal colore opaco e senza smalti, ma sempre attenta al carattere significativo delle cose.
(Foto: Pieter Brueghel il Vecchio, “Banchetto nuziale”, 1568)

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