Può un docente di italiano non insegnare anche storia dell’arte? Possono ignorare la storia dell’arte i docenti di latino, di greco, di storia e di filosofia ? Quanti alunni “vesuviani” hanno visitato quest’anno Ercolano e Pompei?
>L’arte non insegna niente, tranne il senso della vita (Henry Miller).
Lo dico in premessa. Della politica culturale dei governi nazionali e locali dal dopoguerra ad oggi abbiamo il diritto di dire tutto il male possibile. Ma dopo averlo detto, abbiamo l’obbligo morale di piazzarci davanti allo specchio e di riderci in faccia: dal momento che siamo stati e continuiamo ad essere tanto >hiochiari e >sciascilli da fidarci delle chiacchiere di ministri e di assessori di vario taglio.
La questione dell’insegnamento della Storia dell’ Arte e delle discipline artistiche può leggersi come un quadro di Lèger e di Picasso: da diversi punti di vista. L’esperienza mi dice che la disciplina è tanto complessa che, se per le altre discipline esistono tre categorie di docenti, per l’ Arte i livelli sono solo due: gli >illuminati e gli >oscuri. Gli> illuminati partono dai fondamenti: il loro primo obiettivo è che gli allievi apprendano il lessico specifico e, grazie alle lezioni di teoria e all’analisi di opere opportunamente scelte, imparino a >leggere un quadro e una scultura: insomma, acquisiscano il metodo. Sostenuto da questo apparato di strumenti, lo studio della storia dell’arte produrrà solide conoscenze , quale che sia il numero di ore che le tabelle ministeriali assegnano alla disciplina: il libro di testo non risulterà un groviglio di enigmi, fosse pure il manuale di Argan. Un bravo alunno di un istituto superiore sa che Degas è un artista importante e che fu un Maestro nell’uso dei pastelli.
Se è alunno di un >illuminato, riesce a spiegare in modo decoroso che cosa sono il pastello e la tecnica del pastello, e come e in che misura l’uso continuo di questa tecnica influì sullo sguardo che l’artista posava sul mondo. L’alunno >illuminato di un docente illuminato vede, e sa raccontarlo, che nel quadro di Otto Dix che correda questo articolo, – è il ritratto della giornalista Sylvia von Harden-, la verticalità della figura, sottolineata dal disegno dell’abito, viene equilibrata dalle forme circolari – il marmo del tavolino, l’orlo del bicchiere e il monocolo – e che tutto il senso di questo capolavoro Otto Dix l’ha “nascosto” nelle dita, lunghe e divaricate come artigli.
Per gli alunni degli >oscuri c’è solo oscurità: per loro Vermeer potrebbe anche essere la mezzala dell’ Aiax; e se dici che a Napoli c’è una mostra di Otto Dix, gli infelici ( gli alunni, ma forse anche qualche docente) sono capaci anche di intendere che a Napoli stanno esposti, da qualche parte, otto quadri di un certo Dix. Non sono esagerazioni, purtroppo: sono malinconici ricordi di accadimenti veri.
Le ore assegnate alla cattedra costituiscono un problema serio: ma non bisogna esagerare. Possono I docenti di italiano, quelli di latino e greco, quelli di storia e di filosofia tenere anche una sola lezione sui temi di competenza senza che siano obbligati a fare almeno un riferimento alla storia dell’arte? Non possono: i principi e le forme della storia della civiltà e della cultura e la struttura stessa dei libri di testo, di cui essi hanno proposto l’adozione, pretendono che quei docenti non solo conoscano la storia dell’arte, ma siano, quando parlano delle discipline di cattedra, anche insegnanti di storia dell’arte. Il testo di letteratura italiana più diffuso nelle scuole è forse quello di Guido Baldi, Silvia Giusso e compagni, >Dal testo alla storia. Dalla storia al testo . Nel tomo secondo del secondo volume, Dal barocco all’illuminismo, ci sono due inserti, di 16 pagine ciascuno, dedicati uno all’arte barocca e l’altro al Rococò, e c’è un’analitica introduzione alla civiltà del ‘600 che esamina, con un linguaggio che semplice non è, aspetti fondamentali dell’arte del secolo: il carattere intellettualistico, il ruolo dell’analogia e della metafora, la prevalenza della ” finzione ” sulla ” riproduzione ” della realtà. Le “antologie” in uso nella scuola media seguono, mutato ciò che va mutato, lo stesso schema.
E’ superfluo ricordare il peso che ha la conoscenza della storia dell’ arte nello studio della filosofia, della storia socio-politica, della civiltà classica. L’allievo a cui venga consentito di cogliere i nessi e le relazioni tra questi mondi e tra questi saperi capirà più rapidamente e più facilmente che il Sapere è un sistema unitario di conoscenze che si arricchiscono a vicenda. Capirà anche, questo allievo fortunato, che lo stile non è solo una categoria artistica, ma è una “resistente virtù vitale”: così disse D’ Annunzio e anche Gianfranco Contini ammise che non si poteva dire meglio.
Ho sempre pensato che la Scuola la facciano i docenti, nel bene e nel male: l’ignoranza e la strafottenza dei politici creano sconquassi solo se i docenti rinunciano alla loro autonomia e alla loro libertà. E poi ci vuole qualche grammo di coerenza. Non possiamo suonare ogni giorno buccine, trombe e tamburi per sostenere i nostri proclami sull’immenso valore del patrimonio artistico italiano, e consentire poi che i collegi dei docenti si dimentichino di indirizzare qualche progetto della scuola alla conoscenza di tale patrimonio. Sarebbe interessante far l’elenco degli Istituti del Vesuviano che nell’anno scolastico 2012 – 2013 hanno organizzato visite guidate a Ercolano, a Pompei, al Museo Archeologico di Napoli, a Capodimonte, a Paestum, a Velia: visite serie, preparate con cura, vere e proprie lezioni sul campo: e non quelle corse al galoppo di torme chiassose, seguite, talvolta inseguite, da sbuffanti accompagnatori, che spesso capita di vedere per le strade antiche di Ercolano e di Pompei. Temo che l’elenco sia breve.
Credo che la conoscenza del territorio debba essere un obiettivo fondamentale delle attività della scuola media: è necessario che gli alunni incomincino per tempo a imparare che le parole che usano e i modi di pensare – insomma , la loro identità – hanno le radici nelle architetture, nelle pietre, nei colori, nei segni del bello e del brutto che costituiscono il ” paesaggio ” della loro vita quotidiana. Questo paesaggio, essi devono abituarsi a vederlo, a conoscerlo e, soprattutto, a raccontarlo. Credo che il nostro giornale non farà mancare il suo sostegno alle donne e agli uomini di buona volontà.






