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La battuta di Bertolaso sul Vesuvio, “detta da buon leghista”, forse appartiene al principio dell”induzione. Frequentando i noti barzellettieri del Palazzo è naturale che abbia voluto imitare. Di Carmine Cimmino

Il tipo umano lo conosciamo tutti, ne incontriamo gli interpreti ogni giorno: funzionari della burocrazia, assessori comunali, presidi, professori, pedanti di tutte le risme. Hanno faccia tetra, e cipiglio severo, preoccupato, cogitativo: insomma, sono un morbo. E quando stanno, e quando si muovono, hanno sempre le spalle curve: su di esse grava il mondo, con tutti le sue croci. Se non ci fossi io… Questi novelli Atlante Vladimir Propp li mise in cima alla lista degli agelasti. Agelasta è una sontuosa parola greca, che vuol dire colui che non ride. Gli agelasti, insomma, non hanno il senso dell’umorismo, che si è spento nelle tenebre del mare di guai che essi dicono di percorrere ogni giorno. "Senza di me qui cosa succederebbe…."

Il dott. Bertolaso non l’ho mai visto ridere, in pubblico, davanti ai microfoni, sotto i riflettori. E mi pare cosa naturale. Non è facile essere il Protettore Civile di un’Italia scarrupata che bisogna tirar fuori ora da frane e terremoti ora da inondazioni allagamenti sprofondamenti e da alluvioni d’acqua e di monnezza. E poi le tendopoli le baraccopoli i siti di stoccaggio, e poi gli eventi eccezionali, e poi le emergenze degli eventi eccezionali: e le discariche. E nei ritagli di tempo bisogna aprire l’ombrello e ripararsi dalla pioggia di illazioni, delazioni, allusioni, intercettazioni, calunnie, avvisi di garanzia: la patria ingrata fa più danni di cento uragani.

Perfino sull’abbigliamento abituale del Protettore Civile ha fatto sarcasmo la penna terribile di Francesco Merlo: "i suoi giubbottini, gli scarponcini, i pulloverini, i cappellini da baseball, i baschetti di plastica dura". Ammiro Francesco Merlo: ma mi pare che non abbia voluto capire che il Protettore Civile si veste sempre da Protettore Civile per infonderci fiducia.

Dormite tranquilli: io sono pronto, sempre; io sto qui. Io vigilo. Io sono il Vigile Civile. L’emergenza è emergenza: certo, se piove tre giorni a Napoli, una frana te l’aspetti. Ma ora perfino il Bacchiglione rompe gli argini: il Bacchiglione: non un fiume, ma un fosso, un torrente; e non di Napoli, o di Crotone, ma del Veneto. Il Bacchiglione mette in ginocchio le terre dell’efficientissima Vicenza, e i Napoletani avrebbero il diritto di sorridere: ma non lo fanno: i Napoletani piangono i morti, e rispettano la sofferenza.

Gli studiosi dell’umorismo hanno accertato che vi sono almeno trenta diversi modi di ridere. Può capitare che l’agelasta rida di un riso nervoso, che però non è un vero e proprio riso. È una contrazione dello stomaco. Può anche capitare che l’agelasta, soprattutto se occupa un posto importante e c’è un pubblico che deve ascoltarlo per forza, si permetta all’improvviso, quasi scosso da un raptus, di dire frizzi lazzi motti e battute, che tenti insomma di far ridere. Non può riuscirci, poiché gli mancano gli strumenti: le tecniche del racconto, l’arte delle pause, il ritmo, i segreti della mimica. Se insiste, corre un rischio: che l’uditorio rida non per lui, delle sue battute, ma di lui, che è diventato ridicolo.

Il dott. Bertolaso può capitare che faccia battute: è una possibilità prevista dagli studiosi, che però l’hanno spiegata solo col principio della rimozione. A stare sempre in mezzo a lacrime e sangue, viene all’improvviso la voglia di distrarsi un attimo, di staccare la spina. Ma presumo, mi si perdoni la presunzione, che funzioni anche un altro principio: l’induzione. È probabile che il Protettore Civile, frequentando ogni giorno i Gabinetti, i Salotti e i Chiostri della politica italiana, dove, come si sa, pullulano frotte di barzellettieri volontari e involontari, sia indotto a imitare. L’ 8 maggio scorso il dott. Bertolaso fece una battuta su Clinton: e ci fu un putiferio. Poi si è scatenata la rivolta di Terzigno contro le discariche sul Vesuvio.

Il 24 ottobre, ai sindaci vesuviani, riuniti per discutere sul da farsi, il dott. Bertolaso si presentò, così raccontano, stringendo in una mano il decreto che aveva trasformato in discariche Cava Sari e Cava Vitiello, e impugnando con l’altra mano una penna: "firmate. La legge è legge. Non arretreremo di un passo". L’uomo dell’emergenza ininterrotta, membro di questo Governo, cittadino di questa Italia delle leggi ad personam, delle cricche delle caste e delle logge, di questa Italia in cui non c’ è certezza certa, in cui per decreto si cambia anche il significato delle parole, ebbene, ai sindaci vesuviani che bollivano fremevano fumavano dalle orecchie e dal naso, che erano così stravolti da pronunciare una parola mai prima pronunciata, un tabù, una bestemmia: dimissioni: a questi sindaci il Protettore Civile veniva a offrire una sola soluzione: firmate. Veniva a dire: la legge è legge.

Poi arrivò il Presidente del Consiglio, e il Governo arretrò di molti passi: così che siamo autorizzati a pensare che quella parola d’ordine del Protettore Civile, "non arretreremo di un passo", fosse una battuta: un tentativo di battuta.
E, infine, a pochi giorni dalla pensione, Il dott. Bertolaso tira in ballo il Vesuvio: "un’eruzione non sarebbe stata una disgrazia, lo dico da buon leghista". Così ha detto. E si è scatenato il diluvio. Gli amici del Protettore hanno cercato di proteggerlo argomentando che non avevamo capito un tubo, che il testo, staccato dal contesto, si alterava: insomma, la solita storia. Ma crediamo di averlo compreso, il sentimento del dottore. Lui non voleva chiudere la carriera col Bacchiglione. Lui voleva l’epica, il sublime. Lui voleva il Vesuvio. Lui voleva dimostrare urbi et orbi di che metallo è fatto il Protettore Civile.

Avrebbe voluto confessarlo a chiare note, questo suo desiderio: ma gli è mancato il coraggio. E così è venuta fuori quella frase infelice. Infine, credendo di mettere il tappo alla tempesta, il Protettore Civile ha minimizzato: era una battuta. E così ha aggiunto nero di seppia a nero di catrame. Perché non conosce nulla della storia di Napoli e del Vesuvio: se ne conoscesse anche una sola frenzola, saprebbe che il Vesuvio è un démone agelasta: ma un agelasta inflessibile, rigido, terribile. Il Vesuvio non ha mai riso, nemmeno per sbaglio, e per capirlo basta guardare la sua bocca di pescecane sornione. Quelli che si permettono di evocare un’eruzione, e quelli che si consentono il lusso di fare battute su di lui il demone intrattabile non li digerisce: gli stanno sullo stomaco, proprio là dove preme la cava Sari, già piena zeppa di monnezza fetente.

Il Protettore Civile si è protetto ritirandosi in quiescenza. Buon pro gli faccia. Ma sento l’obbligo di avvertirlo: da buon napoletano a buon leghista: il demone è un cacciatore spietato. Peggio di un’erinni. Non c’è stato mai conto che non abbia chiuso e saldato. Spesso con trovate ingegnose, imprevedibili, e soprattutto non riconducibili a lui. Leggo che il dottor Bertolaso è nato a Roma. Forse ha letto quel sonetto in cui Belli commenta il triste destino di papa Leone XII, considerato in vita una grazia di Dio, e giudicato, subito dopo la morte, un buono a nulla:

"E accussì jj’è successo al poveretto, / come li sorci cuann’ è morto er gatto / je fanno su la panza un minuetto.". Questo a proposito del buon leghista.
(Fonte foto: Rete Internet)

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