L’Euro, i nuovi membri dell’Unione, Bruxelles: le colpe della crisi economica nazionale sono sempre altrove. E se invece l’Europa fosse un’opportunità?
Negli anni Sessanta il Mezzogiorno italiano, insieme alle altre regioni europee mediterranee, costituiva la periferia economica del continente. La struttura produttiva di queste aree era debole e presentava molti aspetti in comune: un settore secondario arretrato e con pochi investimenti nelle tecnologie, un intervento decisivo dello Stato, una classe imprenditoriale acerba.
A partire dagli anni Sessanta i livelli di sviluppo delle regioni italiane, greche e iberiche sono cresciuti e la distanza che le separava da quelle dell’Europa centro-settentrionale ha iniziato a diminuire.
Questo percorso di avvicinamento ha avuto radici diverse nei vari Paesi, ma in tutte le realtà hanno avuto un ruolo importante gli investimenti europei e l’ammodernamento del settore turistico, in un contesto che faceva parlare in alcuni casi di boom economico (Italia). Questa riduzione del divario ha avuto un ritmo costante fino alla metà degli anni Settanta, quando si sono registrati i primi rallentamenti.
Altre regioni periferiche non mediterranee hanno invece seguito un percorso del tutto particolare. Il boom irlandese, ad esempio, è partito dalla metà degli anni Ottanta e ha avuto alla base i capitali stranieri (americani) e una manodopera istruita e a basso costo; un utilizzo virtuoso dei fondi europei – incanalati soprattutto sulle risorse umane e sulla formazione – ha completato il quadro, portando l’ex Stato più povero dell’Europa occidentale al ruolo di “tigre”, con un PIL pro-capite che oggi è il secondo tra i 27 membri dell’Unione.
Gli investimenti europei, dove ben piazzati e spesi, hanno dato un contributo decisivo nelle diverse fasi di sviluppo. Tuttavia gli andamenti dei tassi di crescita nelle periferie europee sono stati incostanti e non hanno cambiato una realtà che vede ancora oggi il 50% del PIL concentrarsi nell’area all’interno del pentagono Londra-Parigi-Milano-Monaco-Amburgo.
Le ondate degli allargamenti hanno arricchito il quadro e influenzato le dinamiche economiche. Negli anni Ottanta l’Italia fu tra i principali sostenitori delle candidature di Grecia, Portogallo e Spagna. Le considerazioni economiche avrebbero dovuto portare ad una certa prudenza, poiché si trattava di Paesi potenziali concorrenti (per modello di sviluppo e tipologie di prodotti); ma in quel caso prevalsero le analisi politiche e il desiderio da parte dell’Italia di vedere allargato il fronte geopolitico mediterraneo.
Sul piano strettamente economico, la partecipazione ad un’Unione sempre più estesa ha giovato all’internazionalizzazione dell’economia italiana. Dagli anni Ottanta – in particolare dall’affermazione definitiva del mercato comune – gli investimenti italiani all’estero sono aumentati sensibilmente e sono cresciute anche le partecipazioni estere delle imprese nazionali. Sebbene le cause siano molteplici, si può sostenere che l’Unione europea e il mercato unico hanno funzionato da ponte tra il mercato interno e quelli globali, consentendo una maggiore internazionalizzazione dell’economia nazionale. Negli anni di crescita del PIL italiano si registrava un continuo aumento degli investimenti nazionali in Europa orientale, nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, in particolare grazie al dinamismo delle piccole e medie imprese e dei (pochi) colossi industriali.
Il boom economico italiano, trainato dalle esportazioni, si trovava a ricevere aiuto e sostegno dal processo di integrazione e dal mercato comune.
Il mercato europeo forniva (e continua a farlo) delle opportunità per le produzioni nazionali, sulle quali si sono abbattute negli ultimi 15 anni le debolezze croniche del nostro sistema industriale, come la scarsa propensione alla ricerca e alle produzioni tecnologicamente avanzate. Se oggi l’Italia non è tra i protagonisti sui mercati internazionali non si può, in buona fede, puntare l’indice contro l’Unione o l’Euro.
L’importanza del mercato integrato è innegabile. Le importazioni e le esportazioni di tutti i Paesi europei hanno una chiara dimensione intra-comunitaria. Tutti hanno almeno il 50% dell’import-export con altri partner europei, fino a cifre “bulgare” come quelle del Portogallo, i cui rapporti commerciali sono per circa l’80 % con altri membri dell’Unione. Smantellare adesso un sistema così fitto e integrato – sicuramente da rivedere in alcuni punti – sarebbe una follia.
Le lacune, quando ci sono, sono in larga parte nazionali. Dal 1990 al 2005 i nostri principali partner (Francia e Germania) hanno ridotto i rapporti commerciali l’Italia, preferendo nuovi attori (Cina o Paesi dell’Est). L’Italia soffre questa concorrenza, sconta una debolezza evidente sui mercati in espansione e la mancanza di investimenti mirati. In questo quadro l’allargamento a Est – potenzialmente un’opportunità perché apre nuovi mercati – rischia di indebolire l’economia italiana perché la espone ad altri concorrenti. Ma anche in questo caso la colpa non sarebbe dell’Europa o della concorrenza cinese quanto di una scarsa capacità di rinnovamento del sistema produttivo nazionale.
(Fonte Foto: Rete Internet)

