Tragedia nel lecchese: uccide il figlioletto a colpi di forbici. Ipotesi stress post-partum.
Sono innumerevoli i casi di questo genere diffusi dai mass-media eppure ogni volta restiamo allibiti per qualche particolare raccapricciante della vicenda che puntualmente induce a porci sempre la stessa domanda: “Come può una madre uccidere la propria creatura, la stessa che ha portato in grembo per nove mesi?”.
È estremamente difficile trovare una risposta esaustiva a questa domanda. È difficile perchè per la stragrande maggioranza delle persone è inspiegabile e contro natura che una madre non riesca ad amare, a sentire come suo e a preservare ciò che da lei si è generato e ha preso vita. Tuttavia le ragioni e le motivazioni che sottendono un gesto così estremo, qual è l’uccisione del proprio figlio, sono molteplici e profonde e non sono deducibili unicamente da quell’atto crudele ma sono comprensibili alla luce della storia personale del genitore, del suo particolare stato psichico e dei suoi sentimenti e vissuti rispetto alla gravidanza e all’eventualità di mettere al mondo un figlio e di prendersene cura.
Le statistiche hanno rivelato che l’infanticida è normalmente una donna di età compresa tra i 16 e i 38 anni, di estrazione socio-culturale medio-bassa. Si tratta prevalentemente di pluripare con problemi psichici radicati spesso in un’infanzia travagliata e segnata da abbandono e anaffettività. È importante sottolineare che, dopo la nascita di un bambino, può accadere più spesso di quanto si creda, che la donna non si senta felice come pensava di essere, anzi si senta irritabile, triste senza apparente motivo e inadeguata rispetto ai compiti della maternità. Nella maggior parte dei casi questo stato d’animo è del tutto fisiologico e passeggero e nel giro di pochi giorni questi sentimenti negativi passano.
Si parla in questi casi di “baby blues”, uno stato depressivo temporaneo e senza nessuna conseguenza. Si stima che circa il 60%-70% delle donne soffra di questo disturbo. Sicuramente più gravi sono altre sindromi cliniche quali la “depressione post-partum” e la “psicosi puerperale” che necessitano per la loro risoluzione di un intervento specialistico. Il riferimento ai risvolti psicopatologici che la nascita di un figlio può determinare in una neo-mamma è stato fatto per mettere in luce quanto sia delicato per una donna il periodo della gravidanza e di quello immediatamente successivo.
La donna gravida infatti deve affrontare un importante compito evolutivo: deve costruire un spazio interno per la nascita biologica a psicologica del figlio. Deve adattarsi ad un corpo che cambia e che di giorno in giorno testimonia sempre più la presenza di un altro dentro di lei. È un’esperienza unica e ineguagliabile perchè la donna inizia a fantasticare sul nuovo nato. In tale processo convergono parti adulte e parti bambine, fantasie legate al passato e al futuro: “Che bambina sono stata?..Come voglio che sia mio figlio?..Che madre voglio diventare?”.
Da quanto si legge la gravidanza è un momento costellato da numerosi compiti evolutivi che non sempre la donna riesce ad affrontare con successo ed il caso delle madri infanticide può rappresentare l’estrinsecazione più cruda di tali difficoltà.
Dunque ad un analisi dei motivi che possono indurre una donna ad un gesto del genere possiamo menzionare: l’infanticidio come atto impulsivo di madri che sono solite maltrattare i propri figli, oppure come vendetta della moglie nei confronti del marito (la cosiddetta Sindrome di Medea, secondo la quale la madre uccide il proprio bambino per vendicarsi di torti, reali o presunti, subiti dal marito, cercando così di arrecare un dolore al proprio partner), o ancora l’infanticidio può configurarsi per alcune come l’unica soluzione per un figlio mai desiderato o in altri casi ancora il figlio può essere considerato all’origine di tutte le sue frustrazioni: per aver deformato il suo corpo attraverso la gravidanza, perchè le obbliga a vivere in un ambiente che non sopporta, perchè la costringe a stare con un uomo che non ama, perchè deve passare tutta la giornata a sopperire ai suoi bisogni e ai suoi capricci.
È chiaro che queste sono le motivazioni più superficiali e manifeste ma le ragioni profonde che si nascondo dietro tale atto sono specifiche e vanno rintracciate nella storia personale di ogni donna. Ormai dagli anni ’70 un valido supporto per i neo-genitori è rappresentato dai corsi di accompagnamento alla nascita e da quelli di sostegno alla genitorialità organizzati in tutte le regioni sia in strutture pubbliche quali Asl che in strutture private. L’obiettivo di tali corsi, guidati da un’equipe multidisciplinare, è proprio quello di preparare i genitori all’evento nascita ponendo particolare attenzione ai processi psicologici e ai compiti evolutivi che la gravidanza comporta e poi a sostenerli successivamente nel ruolo di genitori che il nuovo nato inevitabilmente gli chiede di svolgere.
(>Fonte foto: Rete internet)
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