“L’azienda e i sindacati del sì hanno sancito che i cassintegrati non rientreranno più e che bisogna licenziare gli operai Fiom”. Lo ha affermato Amendola. Ma Fim, Uilm e Fismic sostengono il contrario.
Il mancato accordo con il Lingotto sui 19 licenziamenti nella newco di Pomigliano sta consolidando l’alleanza tra i sindacati firmatari del si a Marchionne. Ma sta anche facendo acuire il conflitto con la “ribelle” Fiom. I metalmeccanici della Cgil accusano infatti Fim, Uilm e Fismic di aver fornito alla Fiat “l’alibi per agire contro gli interessi dei lavoratori”.
Eppure Giovanni Sgambati, segretario regionale della Uilm, sostiene che il verbale di mancato accordo sui licenziamenti nella newco, firmato ieri all’ufficio regionale del Lavoro da Fim, Uilm, Fismic e Ugl e dal direttore della newco, Giuseppe Figliuolo, abbia protetto “sia i 19 operai che l’azienda vuole estromettere sia tutti i cassintegrati che ancora devono rientrare nella fabbrica automobilistica”. “L’azienda non ha contestato nulla – spiega Sgambati – né l’impegno al rientro al lavoro di tutti i dipendenti, sia pure in tempi diversi rispetto a quelli programmati, né che si possano mettere in mezzo alla strada delle persone”.
Nel testo del mancato accordo è scritto che “le organizzazioni sindacali e le rsa riconoscono l’oggettiva sussistenza, in questa fase, degli esuberi rappresentati dalla Fiat ” e che “ le stesse organizzazioni e loro rsa tengono conto del fatto che l’attuazione della procedura comporterebbe l’individuazione nel personale da licenziare degli ultimi assunti”. Ultimi assunti che sono proprio i 19 operai iscritti alla Fiom, rientrati al lavoro per ordine della magistratura, il 10 dicembre scorso. Intanto i metalmeccanici della Cgil sono inviperiti. “ Hanno compiuto un atto gravissimo – accusa Andrea Amendola, segretario regionale della Fiom – perché sanciscono in modo truffaldino che nella newco non entrerà più nessuno e che l’unico criterio per scegliere i dipendenti da licenziare è quello degli ultimi assunti per cui è provato che non è solo la Fiat che non vuole la Fiom in fabbrica ma che anche gli altri sindacati non la vogliono”.
Però Giuseppe Terracciano, segretario della Fim di Napoli, in un suo comunicato descrive una posizione del tutto opposta a quella del dirigente locale della Fiom. “Pur prendendo atto della profonda crisi che ha colpito l’intero settore dell’auto – spiega Terracciano – abbiamo ribadito che occorre una strategia industriale idonea a garantire il rientro di tutti auspicando che in Fiat prevalga la saggezza e che si applichino soluzioni alternative ai licenziamenti. Tuttavia – conclude il responsabile Fim – rivolgo un appello anche alla Fiom: si fermi, ragioni sugli interessi reali dei lavoratori, esca dall’isolamento e ritorni sulla strada della concertazione, l’unica in grado di difendere il lavoro e i lavoratori”.
Dal canto suo il Lingotto evidenzia che “il sindacato ha riconosciuto gli attuali esuberi strutturali” ma che “resta l’impegno a ricollocare tutto il personale”. La sensazione è che la Fiat non voglia riconsiderare la sua posizione. Oggi però c’è un’importante udienza al tribunale di Roma. I giudici del lavoro sono chiamati a discutere il ricorso della Fiom contro la procedura di mobilità , ritenuta dal sindacato diretto da Maurizio Landini “una reazione alla sentenza della magistratura che ha ordinato il rientro in fabbrica dei 19 iscritti discriminati dalla Fiat”. Il sospetto dei metalmeccanici della Cgil è che i legali del gruppo automobilistico, per dimostrare la fondatezza dei 19 esuberi strutturali allo scopo di ottenere il respingimento del ricorso Fiom, possano presentare al tribunale del lavoro proprio il documento del mancato accordo sottoscritto con i sindacati firmatari.
“Tanto è inutile – replica, tono sicuro, Andrea Amendola – è chiaro che la procedura di mobilità è una ritorsione alla sentenza antidiscriminatoria che ha imposto il rientro in fabbrica degli iscritti Fiom”. Intanto Luigi Mercogliano, segretario regionale della Fismic, insiste: “Chiediamo all’azienda soluzioni alternative che consentano la gestione condivisa degli esuberi”.

