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É normale un Napoletano di Napoli che non tifa per il Napoli?

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In un ipotetico tribunale incaricato di giudicare i traditori della patria calcistica e dell’identità pallonara, non prenderei mai come cliente un Napoletano di Napoli che tifa per la Juve.

É una questione delicata, in cui entrano l’etica e la morale. Potrebbe essere utile un tribunale incaricato di giudicare il reato di tradimento pallonaro. Ma prima è necessario che una commissione ad hoc definisca i confini giuridici del crimine.

Dico in premessa che il problema riguarda solo i Napoletani di Napoli. Sono loro i veri e soli Napoletani, e “se ne vedano bene“. Noi Vesuviani Interni siamo un altro popolo. Lo so, i Napoletani di Napoli chiamavano cafoni anche noi: ma sempre alle spalle, e sempre a bassa voce, anche quando non c’era un Vesuviano nel giro di tre chilometri. Era un insulto di rabbia: una specie di fallo di frustrazione. Io sono Vesuviano Interno e la mia coscienza calcistica è netta. Come italiano tifo Fiorentina, da più di mezzo secolo; come Vesuviano ottajanese, ho dedicato molte domeniche dei miei anni belli alla squadra della mia città, il Diaz.

In quanto seguace del Diaz e partecipe dei riti e dei miti del culto del Diaz, ho combattuto il nemico, incarnato allora dai seguaci della Sangiuseppese, del Marigliano, del Cicciano e del Nola. Gli Ateniesi che ebbero l’onore di combattere a Maratona contro i Persiani facevano incidere sulla loro tomba, accanto al nome, solo un’altra parola, “marathonòmakos“, “ha combattuto a Maratona“. Io sono un ottajanese perfetto perché ho seguito il Diaz tra le selve di Montella, nel “mastrillo“ di Barra, nella trappola di Polla, quando nella Pollese giocava Bruscolotti, e sul campo di battaglia di Cicciano. Quando la squadra del Nola veniva a giocare a Ottaviano senza tifosi al seguito, ma con una scorta di carabinieri, io c’ero. E sul campo di Sapri, dove una squadra ottajanese scrisse l’ultimo canto dell’epos, io c’ero.

Se davanti a un tribunale incaricato di giudicare i traditori della patria calcistica e dell’identità pallonara io fossi chiamato a difendere un Napoletano di Napoli che non tifa per il Napoli, prima di tutto, ma solo per guadagnarmi l’ingaggio, presenterei ricorso contro l’ipotesi stessa di reato. Poiché il calcio è arte: il genio di Pelé e di Maradona è, nella sinfonia delle azioni manovrate e negli assolo, genio musicale, ed è genio pittorico e matematico insieme quando i due “pittano“ assist e “pennellano“ calci di punizione: è, insomma, sintesi sublime di “physis“ e di “techne“, di “natura et ars“, di arte e di natura: e scusate lo sfoggio di cultura: se un avvocato non dice una parola di greco e di latino, ma che cacchio di avvocato è? Perciò, se è arte, il calcio alto cancella i confini nazionali, vola al di sopra delle barriere.

Il sig. Aurelio De Laurentiis, tra Meryl Streep e Filomena Colascione di Soccavo, chi dirà che recita meglio? Sceglierà la Colascione solo perché è di Soccavo? Se la Corte respingesse le eccezioni, allora, ma sempre e solo per guadagnarmi la pagnotta, chiederei aiuto alla sociologia, e a Darwin, e alle biblioteche di libri che sono state scritte sul carattere degli Italiani e dei Napoletani di Napoli. Partirei da alcuni principi consolidati: una partita è modello della lotta per la vita; nella lotta per la vita chi è meglio attrezzato sopravvive; il pesce piccolo se lo ingoia sempre il pesce grande; gli Italiani e i Napoletani hanno la tendenza – un istinto, un impulso – a schierarsi sotto la bandiera del più forte. Perciò capita da sempre, fatalmente, che i ragazzi di indole pragmatica, quando incominciano a interessarsi di calcio, siano attratti dagli squadroni e dai fuoriclasse del momento.

E godono di più, se le loro squadre vincono partite e campionati e tornei e coppe con qualche furto di destrezza o anche con rapine a mano armata e a cielo aperto. Se invece i ragazzi hanno nel sangue qualche goccia di umore romantico, parteggiano per David contro Golia, per Robin Hood contro lo sceriffo di Nottingham e contro re Giovanni, per Ettore contro Achille, diventano tifosi del Cagliari di Gigi Riva “Rombo di Tuono“ e di “Bonimba“ Boninsegna, o del Parma di Crespo, di Thuram e di Veron, e, oggi, dell’Udinese di Guidolin e di Di Natale.

Se il mio cliente napoletano di Napoli fosse tifoso del Milan, chiederei alla Corte di non dimenticare che nel corredo storico di quella squadra non ci sono solo Allegri, Ibrahimovic, Inzaghi, e allenatori e giocatori che i milanisti stessi sopportano solo finché restano al Milan, ma anche Rocco, Viani, Trapattoni, Altafini, Rivera, Maldini padre e Maldini figlio, cioè nomi che valgono quasi quanto Armando Diaz, il Duca della Vittoria, e la “Canzone del Piave“: due incommensurabili doni che Napoli fece all’Italia. Ricorderei ai giudici che nella polemica sugli “abatini“ i più tenaci difensori del genio di Rivera contro il longobardo Gianni Brera furono i giornalisti napoletani Gino Palumbo e Antonio Ghirelli. Sono certo che il mio cliente napoletano-milanista sarebbe assolto,…. o prosciolto per decorrenza dei termini.

Andrei in seria difficoltà con un napoletano – interista: in teoria, non ho nulla contro l’Inter, anche se sulla sua panchina si è seduto Mourinho. Il problema è che la maglia dell’Inter è uguale a quella dell’Atalanta, e ciò vuol dire Bergamo, e ciò mi ricorda, per restare ai ricordi più freschi, tale Mandorlini, che giocò nell’Inter, e allenò prima l’Atalanta e poi il Verona – e se è un caso, è un caso dotato di logica -. L’anno scorso il sig. Mandorlini disse qualcosa contro i terroni: e durante un Verona–Padova, un giocatore del Padova, di nome Cutolo, Aniello Cutolo, nome e cognome di terrone purosangue, prima gli fece un gol, e poi lo zittì, platealmente. Sembra un romanzo, ma è cronaca vera.

Per i napoletani di Napoli che non tifano per il Napoli mi affiderei, nella perorazione, alla clemenza della corte, raccontando che noi tutti, napoletani di Napoli e Vesuviani, possiamo essere artefici di capricci bizzarrie estri frulli grilli ruzzi sfizi e ghiribizzi: e questo accade, opinavano i medici dell’Ottocento, non per difetto di intelletto, ma perché l’aria che respiriamo si impregna talvolta di zolfo vulcanico, altera il sangue e “oppila“ i circuiti cerebrali.

Ma non prenderei mai come cliente un Napoletano di Napoli che tifa per la Juve. Non sarei sereno. “Fiat“ è una voce verbale latina che significa: così sia. E può essere l’anagramma di “fati“ e di “tifa“: è quel “fati“, questo destino multiplo, che mi agita, è quel “così sia“ che mi inquieta: associo le due parole all’immagine dell’arbitro e dei guardialinee, dei giudici del destino, dei signori del “così è”, e mi raffiguro il tutto come il girotondo del gioco dello schiaffetto, in cui a qualcuno capita di non andare mai, quasi mai, “sotto“, e a qualche altro di stare sempre, quasi sempre, “sotto”.

Il Napoli, in quel di Pechino, non ha partecipato alla cerimonia di premiazione. Ha fatto bene, ha fatto male: non so. Se la squadra del Diaz si fosse comportata allo stesso modo, noi ottajanesi ci saremmo incazzati. Ma questo non significa nulla. I Vesuviani Interni la vedono in un modo, i Napoletani di Napoli in un altro modo, i Vesuviani Esterni, che sono soprattutto i Torresi dell’una e dell’altra Torre, in un altro modo ancora. Credo, però, che Napoli non debba mai dimenticare di essere Napoli: e non Mandraccone sul Naviglio.
(Nella foto una Squadra Vesuviana)

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