Dodici anni e un coltello: quando l’emergenza non è più la cronaca, ma l’educazione

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Dodici anni. L’età delle scuole medie, dei primi sogni, delle amicizie che dovrebbero consumarsi tra un pallone e un pomeriggio d’estate. Invece oggi raccontiamo di un dodicenne accoltellato da un tredicenne, al termine di una lite nata in una chat di gruppo e sfociata in un appuntamento di strada per una resa dei conti. È accaduto nel rione Conocal di Ponticelli, dove, solo per una fortunata coincidenza, la vicenda non si è trasformata in tragedia.

 

 

Sarebbe facile archiviare tutto sotto l’etichetta delle “baby gang”. Ma questa definizione, ormai abusata, rischia di nascondere il problema vero. La violenza tra giovanissimi non è più un fenomeno isolato. Negli ultimi mesi la cronaca ci ha consegnato un susseguirsi di risse, aggressioni, coltelli impugnati da adolescenti e perfino preadolescenti, episodi che sembrano abbassare ogni volta l’età della ferocia. 

La domanda che dovremmo porci non è soltanto perché un tredicenne porti con sé un coltello, ma chi stia educando questa generazione. Perché un’arma non compare all’improvviso nelle mani di un ragazzo: è il punto di arrivo di un percorso fatto di esempi, di relazioni, di parole ascoltate o mai pronunciate.

La scuola continua a svolgere un ruolo fondamentale, ma non può essere lasciata sola. La famiglia resta il primo luogo dell’educazione, mentre il territorio dovrebbe offrire occasioni di crescita attraverso lo sport, la cultura, gli oratori, le associazioni. Eppure troppo spesso gli adulti sembrano aver smarrito la capacità di essere punti di riferimento, mentre i social trasformano gli insulti in sfide, le provocazioni in spettacolo, la rabbia in consenso.

Il rischio più grande è l’assuefazione. Che un dodicenne ferito da due coltellate diventi una notizia destinata a scomparire nel giro di ventiquattro ore, sostituita dalla successiva. È questo che dovrebbe preoccuparci davvero.

Perché ogni volta che un ragazzo sceglie un coltello invece del dialogo, non ha perso soltanto lui. Ha perso una famiglia, ha perso la scuola, ha perso la comunità. E, in fondo, abbiamo perso tutti

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