Come altre città italiane, anche Napoli ha avuto le sue statue “parlanti”. Opere divenute care ai partenopei nel corso dei secoli, intrecciano oggi le loro storie con quella millenaria della città.
La statua di Pasquino a Roma e quella del Gobbo di Rialto a Venezia sono, in Italia, le più famose statue “parlanti”, ossia quelle statue su cui, in determinati periodi storici, vennero affissi satire e poemi contro il cattivo governo dei regnanti, i soprusi delle autorità e lo stile di vita lascivo dell’aristocrazia del tempo. In epoche in cui non esistevano giornali e la libertà di stampa era un concetto pressappoco astratto, quei foglietti fissati di nascosto sulle statue posizionate nei punti nevralgici della città, erano l’unico modo per denunciare pubblicamente, spesso in modo spassoso e divertente, i vizi e gli orrori della classe dominante.
Antichi e beffardi “post” che anche Napoli, come Roma e Venezia, ha saputo creare, nel corso dei secoli, avvalendosi della proverbiale fantasia del popolo partenopeo, capace di trasformare antiche sculture in amatissimi personaggi popolari. Attingendo a reminescenze pagane, evidenti anche in moltissime altri aspetti del folklore napoletano, questi semidei, capaci di sentenziare attraverso fredde bocche di marmo, hanno animato le coscienze del popolo nei periodi più bui della storia di Napoli.
Tra le più famose, sebbene non esattamente una statua “parlante”, spicca Donna Marianna, anche detta ‘a capa ‘e Napule, una testa di una divinità pagana, probabilmente Venere, rinvenuta nel Seicento e creduta a lungo parte di una statua raffigurante la sirena Parthenope. Per questo motivo, la scultura fu considerata, sin da allora, protettrice della città e idolatrata in quanto tale. Ancora nell’Ottocento, quando fu collocata di fronte la chiesa di Santa Maria dell’Avvocata, nei pressi di Piazza Dante, nel giorno di Sant’Anna, si era soliti infatti abbellire la scultura con fiori e nastri e danzarvi intorno. Privata del naso durante i moti guidati da Masaniello nel 1647, Donna Marianna, già molto cara ai napoletani, fu restaurata nella seconda metà del XIX secolo. ‘A capa ‘e Napule è oggi custodita all’interno di Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, da dove continua, o almeno si spera, a vegliare sulle sorti della città partenopea.
La vera statua “parlante” di Napoli resta, in ogni caso, il Gigante di Palazzo, un’antica scultura pagana, ampiamente mutilata, raffigurante Giove Capitolino, rinvenuta a Cuma nel Seicento e oggi collocata al Museo Archeologico Nazionale. Il Gigante fu esposto per lungo tempo, ricostruiti gli arti, su un basamento che dava verso Piazza Plebiscito, allora Largo di Palazzo, e fu, nei secoli, esattamente ciò che Pasquino fu per Roma e il Gobbo di Rialto fu per Venezia. Su questa statua venivano esposte infatti le numerose satire, anche mille al giorno, che in versi o in prosa si burlavano delle autorità e del governo. A nulla servirono le taglie offerte dai sovrani per catturare gli autori o le sentinelle messe di guardia a impedire l’affissione di foglietti e la lettura degli irriverenti scritti; il Gigante riusciva sempre, in qualche modo, a far sentire la sua voce e a far parlare di sé.
Con l’avvento dei giornali, queste statue smisero di “parlare” e quei primitivi social network poterono ritornare, nel corso del Novecento, alla loro primaria funzione di semplici decorazioni scultoree. Molte di queste restano ancora, tuttavia, vere e proprie icone cittadine, come la Statua del Nilo, o ‘O cuorpo ‘e Napule, un’antica raffigurazione della divinità Nilo, personificazione del principale fiume egiziano, opera di scultori romani, rinvenuta nel Cinquecento e tuttora collocata in quella che oggi, dalla scultura stessa, prende nome di Piazzetta Nilo.
Le storie di queste statue si legano tutte indissolubilmente alla storia di Napoli. Resta famosa, ad esempio, la pasquinata apparsa sul Gigante il giorno in cui Giuseppe Bonaparte decise di rimuovere l’irriverente scultura dal suo basamento, stanco delle satire che comparivano su di essa contro di lui e contro il regime francese. Si racconta che sul busto cumano apparvero quella mattina le ultime volontà del Gigante, che si preparava a lasciare la sua secolare collocazione. Un biglietto recitava: “Lascio la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai Ministri, lo stomaco ai ciambellani, le gambe ai generali e tutto il resto a re Giuseppe”. Era evidente quale altra singolare parte la statua lasciava in eredità al sovrano. Fu impossibile, ancora una volta, identificare l’arguto autore.
(Fonte foto: Rete Internet)





