I dati sono chiari. Con l’Italia in crisi, i ragazzi napoletani subiscono un colpo troppo difficile da tollerare. La fuga aumenta sempre di più e diminuiscono le politiche per contrastare il fenomeno.
Negli anni ’70 Eduardo De Filippo, in un periodo di totale sfiducia nella crescita di Napoli, invitava i ragazzi a scappare dalla città, provando a investire i propri sacrifici fuggendo da questa zona. Quell’espressione, quel suo grido “fuitevenne!” fu fortemente criticato e additato come un’espressione negativa. Semplicemente De Filippo, sulla base anche delle sue esperienze da insegnante, amava i ragazzi napoletani, e intuì il loro profondo scoraggiamento in assenza di efficaci politiche del lavoro. Da quel tempo a oggi la società nazionale non è poi cambiata così tanto. L’evoluzione politica con i suoi alti e bassi non ha saputo bloccare il costante fenomeno della fuga dei cervelli.
Se proprio dobbiamo dirla tutta, questo problema non è mai stato solo campano, di sicuro ha interessato maggiormente il meridione, ma purtroppo la questione riguarda ormai da anni tutta l’Italia. A Napoli esistono da sempre due tipi di “evasione”, quella verso il nord Italia, e quella verso l’estero, anche se negli ultimi anni, essendoci nell’aria un clima di crisi nazionale, i giovani in fuga scelgono direttamente di espatriare in città dell’Europa, senza limitarsi alla sistemazione nel nord Italia, nella speranza così, di avere qualche opportunità in più di successo. Il brain drain campano, ovvero la fuga dei migliori cervelli della nostra zona, è la manifestazione di un rapporto diventato troppo critico tra giovani e lavoro, una di quelle lacune strutturali con cui convive la nostra comunità.
Renato Dulbecco, storico biologo e medico italiano, premio Nobel per la medicina, così definì, qualche anno fa, il problema della fuga dei cervelli, la definizione è tutt’oggi attualissima: “A cosa è dovuta la fuga dei cervelli dall’Italia? Per forza, mancano buone possibilità di lavoro. Per fare ricerca serve un ambiente di lavoro creativo, con mezzi adeguati. In Italia le strutture così sono poche. Se un ricercatore ha la fortuna di entrarci può continuare benissimo a vivere qui. Ma siccome la maggior parte resta fuori, se vogliono fare ricerca queste persone devono andare all’estero. La cosa triste è che poi ci rimangono” [Renato Dulbecco, Newton, 1 maggio 1998].
I brillanti laureati italiani sentono il peso delle scarse risorse disponibili e decidono di andare via. Il prezzo altissimo dei sacrifici dovuti oggi dalla crisi nazionale è uno dei motivi che alimenta sempre di più, la volontà di espatriare. Questa scelta, negli ultimi tempi, si sta diffondendo maggiormente nella nostra regione: Il fenomeno coinvolge ragazzi diplomati e laureati, diciannovemila per la precisione, che dal 2011 al 2012 hanno abbandonato la nostra regione in cerca di fortuna. Più o meno una trentina di ragazzi al giorno dell’hinterland napoletano che nell’ultimo paio d’anni hanno deciso di andare via. E’ questo il triste dato annunciato giorni fa da Enza Sanseverino, responsabile per le politiche del lavoro della segreteria regionale della Cgil. In più, il 26% di giovani coppie e giovani lavoratori è impossibilitato ad arrivare a fine mese e spesso si rivolge alla Caritas.
I motivi per cui viene abbandonata questa regione li conosciamo bene purtroppo. Non ci sono prospettive di carriera, c’è una carenza di tecnologie e laboratori, la meritocrazia viene sostituita fin troppo spesso dalle raccomandazioni. Qui la questione non si limita alla fuga dei ragazzi scolasticamente preparati, ma interessa anche i giovani che non intendono fare particolari carriere ma che semplicemente vorrebbero poter essere impiegati in strutture lavorative, con lo scopo di ottenere un’indipendenza e uno stile di vita quantomeno accettabile. Il lavoro è un lusso di pochi, e a Napoli diventa sempre più un sogno, anche per chi si laurea con il massimo dei voti. Sulla scia di questo pessimismo ritorna a farsi vivo il vampiro più pericoloso di tutti (purtroppo nelle riflessioni di questa rubrica ci torna spesso), la camorra.
Essendo assenti politiche serie di ritenzione, in altre parole politiche volte a potenziare determinati settori in modo da contrastare le perdite o incrementare la produttività, la camorra ha l’appetibile opportunità di finanziare l’imprenditoria giovanile con "sovvenzioni alternative" che fungono da colpo di mannaia alla già disastrosa situazione economica di questi giovani ragazzi. Il danno è anche culturale: chi lascia la Campania interrompe, purtroppo, anche la crescita di questo territorio già malandato, non permettendogli di crescere. Non permettendogli di imparare cose nuove, né di ampliare le prospettive di miglioramento.
La colpa, al di là di qualunquistici giudizi, non è di questi ragazzi, che dovrebbero sicuramente essere d’aiuto all’economia e alla cultura di appartenenza, ma che allo stesso tempo sono totalmente impossibilitati a farlo, in assenza delle minime garanzie di sussistenza e dell’aiuto delle strutture governative. Il tempo nuovo, quello che chiunque attende, quello della stabilità, dovrà inevitabilmente fare i conti con quegli scienziati, quei ricercatori, quei professionisti di tanti settori, che hanno deciso di portare la crescita culturale ed economica altrove, poiché qui non c’era alcuna possibilità di essere gratificati in qualche modo.
Un’emergenza campana, l’ennesima, ma anche un disagio nazionale, come Caparezza canta nella sua “Goodbye Malinconia” fotografando con una sdrammatizzante ironia la fuga dei cervelli: “E pensare che per Dante questo era il bel paese là dove ‘l sì sona. Per pagare le spese bastava un diploma, non fare la star o l’icona né buttarsi in politica con i curricula presi da Staller Ilona. Nemmeno il caffè sa più di caffè, ma sa di caffè di Sindona. E poi se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti! Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti!”.
(Fonte foto: Rete Internet)


