Il 26 maggio si è chiusa una bellissima edizione del Festival di Cannes, con tanti film da segnare sull’agenda per le prossime settimane. Unico rammarico l’assenza di premi per La Grande Bellezza di Sorrentino.
Ci avevamo sperato e un po’ creduto. Dopo gli applausi in sale e le recensioni entusiaste della critica internazionale, La Grande Bellezza di Sorrentino sembrava poter realmente competere per la Palma d’Oro al miglior film, coronando un lungo flirt che in questi anni ha unito la rassegna francese al regista italiano (già vincitore del Premio della Giuria per Il Divo nel 2008).
Ad un certo punto sembrava possibile anche il colpaccio di Toni Servillo come miglior attore ai danni del favoritissimo Michael Douglas (Behind the Candelabra), ma entrambi sono rimasti a mani vuote. Nonostante le dichiarazioni di basso profilo e le recensioni contrastanti della critica nostrana – che in sostanza non è riuscita a liberarsi dai fantasmi delle atmosfere felliniane del film di Sorrentino – La Grande Bellezza si è piazzato tra i favoriti già all’indomani della proiezione. Tuttavia la Palma è andata a La Vie d’Adèle del regista tunisino Abdellatif Bechiche, conosciuto dal pubblico italiano per il bellissimo Cous Cous premiato a Venezia nel 2008.
La decisione finale della giuria è stata poco “sofferta”, soprattutto perché il film ha avuto come principale fan il presidente Spielberg. La Vie d’Adèle è un racconto di formazione amorosa che Kechiche gira con la solita abilità nel ritrarre le trasformazioni, fisiche e mentali, dei suoi personaggi (in particolare femminili). Si tratta di un film forte, non tanto per l’amore omosessuale che ha al centro, quanto per la sua fisicità. E’ anche possibile che il dibattito francese sui matrimoni omosessuali e la relativa legge abbia aumentato la visibilità di un’opera che, in ogni caso, ha meritato il riconoscimento.
Gli altri premi significativi hanno preso quasi tutti la strada degli Stati Uniti o dell’Asia. Il Grand Prix speciale della Giuria ha premiato Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, ispirato alla vita del cantante Dave van Ronk e ambientato nella New York degli anni Sessanta. Bruce Dern (Nebraska) e Bérénice Bejo (Le Passé) si sono aggiudicati i riconoscimenti per le interpretazioni. Il Premio della Giuria è andato al giapponese Soshite Chicchi Ni Naru di Hirokazu Kore-Eda; per la sceneggiatura è stata premiata l’iper-violenza di A Touch of Sin del cinese Jia Zhang-ke, che con Still Life aveva già trionfato a Venezia nel 2006. Uno dei riconoscimenti più discussi è stato il Premio per la Regia al messicano Amat Escalante per Heli, film crudo sulla violenza della società messicana, giudicato da molti troppo compiaciuto e privo di un’analisi in profondità di un mondo complesso come il Messico contemporaneo.
Questa edizione del 2013 si è rivelata comunque una delle migliori degli ultimi anni. Il livello medio dei film presentati è stato molto alto e i premi hanno rispecchiato i valori in gara. L’unica delusione – non per nazionalismo – riguarda proprio l’assenza di premi per La Grande Bellezza, che a detta di molti critici presenti a Cannes avrebbe meritato almeno il Premio alla regia o un premio speciale. Piccola nota a margine: il lato glamour della manifestazione è stato monopolizzato dal cast e dalla presentazione de Il Grande Gatsby di Luhrmann, con tanto di revival del costume anni Venti tra divi e starlette che hanno affollato la Croisette.
Al film, non in concorso, è stata affidata l’apertura del Festival; nonostante la grande attesa e la pubblicità martellante degli ultimi mesi – con tanto di misteriosi slittamenti dell’uscita del film – le reazioni di pubblico e critica sono state decisamente tiepide, per non dire peggio. Come spesso succede, tanto rumore per nulla.
(Fonte foto: Rete Internet)





