Depositate in Parlamento centocinquantamila firme contro le aperture domenicali dei negozi. Il cardinale di Milano Angelo Scola: “La perdita del senso festivo della domenica è uno non degli ultimi motivi per cui l’Europa è stanca”.
Centocinquantamila no alle aperture domenicali. La campagna "Libera la domenica", promossa da Confesercenti e Federstrade, e sostenuta dalla CEI e da tante altre associazioni del mondo cattolico e sindacale, ha raggiunto il suo primo traguardo.
Tantissime firme, depositate in Parlamento, per restituire alle Regioni il potere di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali. E soprattutto la necessità di adattarli alle esigenze territoriali, aprendo la domenica solo se necessario. L’apertura dei negozi la domenica ha tolto tempo al riposo, alla famiglia, alla cura dello spirito. Per questo le associazioni del commercio e il mondo cattolico si sono mobilitate, perché si torni a considerare la domenica il giorno della festa e degli affetti e non un altro semplice giorno di lavoro. La proposta ha anche un altro obiettivo: consentire, chiudendo alla domenica, alle piccole botteghe di vicinato di sopravvivere. Impossibile per i piccoli esercizi delle città, difatti, competere con la turnazione dei grandi centri commerciali e con l’aumento dei costi dovuto ai dipendenti che lavorano nei festivi.
Va restituito il valore alla domenica e a tutti qui momenti della vita diversi dal lavoro. Il presidente di Confesercenti, Marco Venturi ha detto: “L’esistenza è fatta di tanti momenti diversi: la famiglia, il lavoro, gli amici, la religione, la città in cui vivi”, che vanno coltivati e salvaguardati. E al dibattito per far tornare la domenica un giorno di festa non ha fatto mancare sostegno il cardinale di Milano Angelo Scola. Tema attuale e particolarmente legato a Milano, che è un po’ la capitale dei consumi, dello shopping, dell’attività lavorativa febbrile. Il problema, in altri termini, secondo Scola siamo noi e non i negozi. Ha parlato, in un recente convegno, della festa come “provocazione a ritrovare una vita a misura d’uomo”.
Ha lanciato un appello a chi decide su lavoro e riposo, orari di aperture e chiusure: “L’urgenza del momento presente della politica italiana non trascuri questi aspetti”. “Il riposo non può non avere una dimensione relazionale e sociale. Non ha senso che in una famiglia il padre riposi la domenica, la madre il giovedì e il figlio il venerdì. Non sarebbe un segno di civiltà” ha osservato l’arcivescovo di Milano. E ancora: “Da qui l’istanza di poter riposare in famiglia”. “Liberare la domenica è un impegno giusto e un’impresa giusta” ha detto Scola. “Si può studiare come farlo” ha aggiunto, citando i casi del Libano e di Israele. Il rispetto del sabato in Israele è universalmente noto, meno lo è il dibattito per aggiungere anche la domenica come giorno di riposo.
Nella gran parte del Libano, compresa Beirut, il riposo è tradizionalmente stabilito nei giorni di sabato e domenica. “La caduta nel generico del week end” e “la perdita del senso festivo della domenica” è “uno non degli ultimi motivi per cui l’Europa è stanca”. Il cardinale è cioè convinto che “la stanchezza dell’Europa” sia collegata anche alla mancanza di equilibrio tra i diversi aspetti della vita: ”Sulla santificazione della festa, sul riposo, è in gioco il senso della vita nella sua globalità. La vita non è riducibile a una sola dimensione. Ci sono dimensioni costitutive dell’esistenza di ciascuno di noi che vanno sempre tenute presenti. Io di solito nella vita di tutti i giorni ne identifico tre: gli affetti, il lavoro e il riposo”. Come spiega la grande tradizione benedettina, non solo lavoro: “L’uomo deve saper ritmare il tempo con l’ora et labora, prega e lavora”.
E il riposo ritma questi aspetti, dà loro la possibilità di esistere in armonia. Scola ha sottolineato, inoltre, la differenza tra la festa e il week end. Ricorda la tradizione cristiana dell’Europa: «Per noi la festa trae la sua fisionomia dalla parola Domenica, Dominica dies, il giorno del Signore, e ha come primo riferimento l’apertura a Dio”. Un senso profondo e totalizzante, come ricorda la vicenda dei martiri di Abilene citata dall’arcivescovo: quarantanove cristiani guidati da Saturnino che all’inizio del IV secolo preferirono morire piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore. La riflessione è ampia e apertissima per il futuro, sul piano ecclesiale, sociale, culturale e politico.
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