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Ballata dell’odio e dell’amore

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L’ultimo film di De la Iglesia distribuito in Italia è anche una delle opere più “esagerate” del geniale regista spagnolo.

Un soldato vestito da clown all’assalto dell’esercito nemico. Un uomo che si sfigura il volto con l’acido e un ferro da stiro per dare inizio alla sua vendetta. Un ciccione sgradevole che si aggira nudo per i boschi nutrendosi di cinghiali.

E così via. Potremmo continuare all’infinito ad elencare le immagini folli di cui è costellato l’ultimo film di De la Iglesia, decisamente uno dei più bizzarri registi contemporanei. Dopo gli ottimi La Comunidad (2000), Crimen Perfecto (2004) e Oxford Murders (2008), con la Ballata dell’odio e dell’amore (Balada triste de trompeta il titolo originale) lo spagnolo sembra voler accentuare la materia esagerata di cui è fatto il suo cinema. La consueta ironia nera viene travolta da una serie di trovate che potrebbero riempire dieci film diversi, in un’overdose creativa ricercata con insistenza. Se la gestione dell’emotività e dello humour avevano reso dei meccanismi quasi perfetti la grottesca recita di gruppo de La Comunidad e il divertentissimo Crimen Perfecto, permettendo ad entrambi tra un’esagerazione e l’altra di mostrare la meschinità dell’animo umano, questa impossibile “balada triste” rompe ogni misura, si nutre e si compiace della sua stessa carica trash.

Il lato ridicolo dell’uomo e delle sue azioni esce da una messinscena improbabile. Proviamo a mettere ordine in un film sregolato. Il prologo è un piccolo capolavoro dell’assurdo. Durante la guerra civile spagnola, l’esercito repubblicano irrompe in un circo e arruola chiunque capiti sotto mano. Dopo un assalto tragicomico, un clown viene fatto prigioniero e le sue uniche parole al figlio in visita saranno l’invito a vendicarsi. I toni grigi della fotografia e la tragedia della guerra, bilanciati dal clima farsesco dato dai personaggi, portano la violenza sul ridicolo. La pesantezza della guerra civile spagnola scivola nella satira sulla stupidità dell’agire umano.

Questa parte contiene anche l’elemento psicologico alla base del film: segnato dalla violenza, il figlio del clown – mai stato davvero bambino – non potrà mai far divertire gli altri bambini. Il suo destino da “pagliaccio triste” (nel circo, la spalla amara del clown divertente) è segnato. Anni dopo, ritroviamo proprio in un circo il ragazzo cresciuto. Timido e introverso, è diventato il compagno di scena di un clown tanto divertente durante gli spettacoli quanto spaccone nella realtà. I due pagliacci, opposti sia nell’arte sia nel carattere, si fronteggeranno a colpi di assurdità per l’amore di un’acrobata.

Pur nella cornice unitaria di uno humour nerissimo, la ballata di De la Iglesia esplora molti altri campi. Parte come un ritratto surreale della miseria della guerra civile spagnola e prosegue con una storia d’amore tra i cliché grotteschi del circo, per finire con un dramma (politico e personale) gonfiato da trovate inverosimili, in un clima da operetta sentimentale piena di sangue. E’ ammirevole come, in tanta bulimia creativa, la narrazione segua un percorso chiaro. Il protagonista, privato della gioia di vivere dalla Storia, porta la sua maschera triste anche sul lavoro. Il suo antagonista gioca su versanti opposti: divertente per i bambini, fa il bullo nella vita. L’amore per una donna farà uscire la pelle viva sotto le maschere dei due personaggi.

Per De la Iglesia sono gli impulsi primordiali a costituire il lato autentico (e misero) dell’uomo. Guidati dall’istinto del possesso della donna desiderata, entrambi mostreranno il loro vero aspetto. Ed è un volto orribile, sfigurato, rappresentato anche visivamente dai deturpamenti a cui i due protagonisti vanno incontro. Un volto non umano che, con la sua bruttezza talmente esagerata da essere macchiettistica, diventa il simbolo della vittoria degli istinti sulle costruzioni sociali e individuali.

La Ballata dell’odio e dell’amore è un film magnificamente imperfetto, sgrammaticato in molti passaggi narrativi e psicologici. Il livello storico (la guerra civile) e quello privato (la storia d’amore) si accavallano in modo disordinato, mentre col passare dei minuti la camera indugia sempre più compiaciuta sui corpi sgraziati e maciullati. Tuttavia, è un’opera dal fascino oscuro innegabile che, sulla scia della migliore tradizione letteraria e cinematografica spagnola, diluisce in uno scenario farsesco delle riflessioni amarissime sull’essere umano. La crudeltà assoluta di De la Iglesia sta nel mostrarci con il suo sguardo tragicomico l’uomo nudo, ripugnante, vittima delle passioni che fanno uscire quanto di mostruoso c’è alla base di ciascuno.

L’umanità non è nient’altro che un covo di esseri pronti a qualsiasi bassezza per l’appagamento degli istinti basilari. Ed è un’umanità alla quale viene negata anche la “grandezza” del Male, poiché tutti, chi più chi meno, finiamo per essere irrimediabilmente ridicoli.
Regia di Alex De la Iglesia, con Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia
Genere: grottesco/drammatico
Durata: 110 minuti
Uscita nelle sale: 8 novembre 2012
Voto 7/10
(Fonte foto: Rete Internet)

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