Un restauro necessario, il video del “M5S”, e un progetto: far sì che tutti conoscano i tesori d’arte dei luoghi in cui abitano. La novità di un ciclo pittorico che con fondate ragioni si attribuisce a Domenico Antonio Vaccaro. VIDEO
“La città murata” di Somma è fonte di una suggestione molteplice, è una linea di emozioni che si snoda lungo la strada. Si cammina in una selva di segni: si accende, improvviso, il ricordo delle splendide pagine che Raffaele D’ Avino, Bruno Masulli e Giorgio Cocozza hanno scritto su questo luogo, le parole lette si incarnano in colori, in forme di pietra, in scorci, gli stili si sovrappongono, e perdono in parte il senso primo, e si arricchiscono di altri sensi: questo è il destino dei luoghi che la storia ha trasformato in musei a cielo aperto. Nei musei che stanno al chiuso in ogni sala trovi solo opere dello stesso periodo, segnate dallo stesso stile: e invece sarebbe necessario, anche lì, mescolare, ordinare le opere per “salti” temporali, poichè nessuno crede più che la storia proceda, senza deviare e senza pentimenti, lungo una linea retta.
Nella “città murata” e nella Chiesa dell’ “insigne Collegiata” ci sono tutte le storie: i segni degli angioini e degli aragonesi, i patrimoni dei nobili, la potenza di un’istituzione ecclesiastica che, tra l’altro, gestì per lungo tempo la “privativa della neve” del territorio di Somma: che era un “affare” di grande rilievo sociale e economico. Ci sono la fatica e la devozione degli umili, i privilegi del clero, la complicata attività della “insigne” Chiesa attenta alla tutela dei suoi beni terreni e nello stesso tempo vigile sugli “arcana” del suo magistero: i matrimoni, i battesimi, la benedizione del raccolto, il San Michele che protegge il popolo devoto dal fuoco del vulcano, dagli ardori della siccità, dalle fiamme dell’inferno. Il San Michele della Collegiata, che ricorda un San Michele di Solimena, impugna la lancia, mentre in altri quadri l’ Arcangelo è armato ora di spada, ora di folgori: è probabile – la prudenza è suggerita dalle incertezze delle attribuzioni – che lo stesso Solimena abbia dotato l’Arcangelo ora dell’uno, ora dell’altro strumento di offesa. Mi permetto di dire che il variare dell’arma dipende non tanto da un capriccio pittorico degli artisti, quanto dalle funzioni e dai valori simbolici che essi vogliono attribuire a San Michele. Lo stesso discorso vale anche per la posizione e per le “facce” dei diavoli travolti dalla giusta ira dell’ Arcangelo.
Certi luoghi sono libri di storia di cui solo pochi privilegiati possiedono la chiave di lettura: sarebbe necessario, oggi più di ieri, che a tutti gli “esclusi” venisse garantito il diritto di leggere, agevolmente, i valori e i “significati” dei territori in cui sono nati, da cui hanno preso i princìpi del linguaggio, e perciò i sentimenti e i modi di pensare. Anche i silenzi dovrebbero essere illustrati e spiegati, perchè da figlio di un sommese che amava il silenzio dico che anche dei silenzi della “città murata” è fatto l’animo di un sommese. E mi pare che vada in questa direzione il “video” che il M5S di Somma ha dedicato alla Cripta, collegata alla “insigne” Collegiata, della ” Confraternita del Pio e Laical Monte della Morte e Pietà”.
La Cripta è un susseguirsi di spazi che si incurvano sotto le volte e lungo gli archi: il progetto di restauro, che è l’obiettivo del “M5S”, dovrebbe sottolineare il ritmo di questo intreccio di linee che divergono, poichè esso non solo sollecita la percezione del movimento, ma “apre” gli spazi: ed è già questa una novità rispetto ad altre cripte “cimiteriali”, in cui la presenza della morte suggerisce spazi chiusi e linee architettoniche che si muovono verso il basso, a concentrare il buio, a suggerire un senso di oppressione. Nella Cripta sommese l’evoluzione dell’ultimo barocco nelle forme eleganti del “rocaille” – i cartigli, le volute, la conchiglia simbolo dell’ Acqua da cui nasce la vita – non è solo un riflesso meccanico degli indirizzi dell’epoca, ma è la sintesi di un programma che mira a esorcizzare la presenza ossessiva della morte, lasciandole solo lo spazio dei tradizionali moniti del “memento mori” e di un “monocromo” con la scena rituale della implacabile Falce che si abbatte sugli umili e sui potenti.
Il resto è colore e dinamismo. L’attribuzione dell’ intero ciclo pittorico a Domenico Antonio Vaccaro trova la sua giustificazione proprio nei modi con cui l’artista, memore della lezione di Mattia Preti, mette nella scena la tensione di movimenti ora concordi, ora antagonisti, che mai si esauriscono all’interno del disegno, ma dirigono l’attenzione dello spettatore oltre il contorno: in pochi quadri del primo Settecento si trova la convulsione dei moti divergenti che il Vaccaro costruì nel “Meleagro uccide il cinghiale” della collezione Riechers. Nella Cripta sommese la scena pittorica è, secondo la lezione di Preti, spazio teatrale aperto, in cui chi guarda è invitato a entrare: e l’invito viene fatto con accorte soluzioni prospettiche: il ruolo di contrasto assegnato alle figure in secondo piano; la relazione dinamica tra i toni di rosso e quelli d’azzurro; l’apostolo che dalla tavola dell’Ultima Cena si volge verso di noi; l’inclinazione della croce nel “fresco” del Cristo caduto, in cui pare che ci sia qualche riferimento alla “Caduta” di van Dyck della collezione Devonshire.
Nella Cripta c’è un tesoro di valori artistici e di significati culturali, che è necessario restituire al patrimonio collettivo, alla riflessione di tutti: anche perchè questo era l’obiettivo primo di chi commissionò il ciclo e dell’artista che lo progettò e lo eseguì. La infinita storia dei modi con cui i Vesuviani si sono confrontati con la Morte si arricchisce di un nuovo, affascinante capitolo.
(>Fonte foto: Facebook)

