Breve storia di uno strano furto.“La chiesa di Noenen” e “La spiaggia di Scheveningen” sono opere del primo periodo:Van Gogh avverte ancora l’influenza di Millet, di Maris e di Israels. La camorra si interessa di arte già nella seconda metà dell’Ottocento.
Scrive Andreas Bluhm: “L’incredibile fortuna postuma di Van Gogh riesce ancora oggi a meravigliare in egual misura sia i profani che gli intenditori d’arte”. Come profano confesso che Van Gogh non mi piace: la sua pittura registra umori e convulsioni con una immediatezza sospetta. La retorica della verità. Un docente di storia dell’arte – un intenditore -, che ebbi come collega in Toscana e che della pittura dell’olandese era un nemico dichiarato una volta mi disse: “La sua fortuna postuma è stata costruita all’inizio del sec.XX da una congrega di galleristi e di mercanti d’arte onnipotenti che avevano individuato in lui il soggetto dell’affare del secolo. C’erano tutti gli ingredienti per “costruire” il mito: Van Gogh ha prodotto poche opere – e questo è il dato essenziale -, in vita ha venduto un solo quadro, ha vissuto un’esistenza infelice, ha impastato con questa infelicità la sua tavolozza, è morto tragicamente, non c’è un momento della sua vita, non c’è pennellata, non c’è tratto di matita da cui non prorompa un grido.”. Il Novecento teatrale non desiderava altro: e i mercanti,i critici e gli organizzatori di mostre, trasformando in opere d’arte sedie, orinatoi e barattoli con feci d’artista, hanno dimostrato per tutto il secolo di che cosa fossero capaci. Fu uno scherzo per loro fare in modo che nel 1990 il ritratto del dottor Gachet, il medico che curò Van Gogh, venisse venduto per 82 milioni di dollari: per non parlare della storia dei “Girasoli”.
I due quadri trovati a Castellammare di Stabia, in casa di un camorrista, “La chiesa di Noenen” (cm. 41×32) e “La spiaggia di Scheveningen prima della tempesta” (cm.34X51) vennero portati via, nel dicembre del 2002, dal Museo Van Gogh. La polizia olandese non è mai riuscita a ricostruire la dinamica del furto. Si pensò che i ladri fossero scesi nella sala n.2 del Museo dal lucernario del tetto del primo piano, e che avessero portato via solo i due piccoli “pezzi” perché non erano attrezzati per un bottino più grande. La polizia non trovò impronte: i ladri lasciarono dietro di sé una scala, una vetrata rotta, una Opel Vectra abbandonata lungo l’autostrada che da Amsterdam porta ad ovest, la certezza che il sistema d’allarme non aveva funzionato, e un vagone di dubbi. Perché dallo stesso Museo erano stati trafugati, nel 1991, venti quadri, che i ladri furono costretti, per l’intervento rapidissimo della polizia, ad abbandonare nel parco dell’edificio. Nel 2002 John Leighton, il direttore del Museo Van Gogh, cercò di salvare ciò che restava del mito dell’efficienza olandese aprendo al pubblico le sale il giorno stesso del furto. Ai giornalisti confermò che le opere custodite nel Museo non erano coperte da assicurazione: il che suggerì amari e ironici commenti a Enrico Castelnuovo e a Vittorio Sgarbi. Dissero i due studiosi che chi aveva commissionato il furto o era un cretino, o era un genio. Sgarbi propendeva per il genio: non riusciva a immaginare che ladri e mandanti non sapessero che le opere di Van Gogh, per di più esposte in un Museo, possono essere vendute solo a uno di quei collezionisti “neri” che vogliono provare l’emozione di tenere in casa un capolavoro, e la folle vanità di poter dire: “E’ solo mio”.
Il “pentito” che ha permesso alla polizia italiana di trovare i due quadri forse svelerà anche come essi da Amsterdam sono arrivati a Castellammare di Stabia, nella villa di Raffaele Imperiale, detto” Lelluccio Ferrarelle”, che oggi vive, forse, a Dubai e che la magistratura italiana accusa di essere un boss del narcotraffico (Corriere del Mezzogiorno, 1/10). In passato l’Imperiale ha gestito in Olanda un coffee shop, “un locale in cui sono ammesse le droghe leggere”. E’ probabile che qui egli abbia conosciuto i ladri dei due Van Gogh: è poco probabile che abbia versato per i due quadri cento milioni di euro, come dice qualche giornalista. “L’evoluzione artistica di Gomorra” – è il titolo dell’articolo di Antonio Fiore (Corriere del Mezzogiorno, 1/10)- non incomincia oggi: incominciò almeno un secolo fa: se con il termine “Gomorra” ci riferiamo non alle paranze e alle combriccole dei delinquenti da strada, ma ai livelli alti del sistema, ai camorristi “eleganti” che già alla fine dell’Ottocento cercavano, in ogni modo, di mettere le mani sui quadri e sugli oggetti d’arte rubati nelle chiese e nelle case private e si contendevano le opere di Domenico Morelli, di De Nittis e i disegni di Gemito. E’ una storia poco nota, che va scritta. Può darsi che le opere d’arte servano alla camorra come “liquidità a portata di mano” – è la tesi di Roberto Saviano -, ma non si può escludere che l’acquisto dei van Gogh sia stato dettato anche dalle ragioni dell’amore per l’arte.
Nel 2002 al giornalista che gli chiedeva quale fosse il valore dei due quadri rubati Enrico Castelnuovo rispose diplomaticamente che erano opere del primo periodo e che il loro valore era prima di tutto storico: “La spiaggia di Scheveningen prima della tempesta” è la sola opera che Van Gogh realizzò durante la sua permanenza all’ Aja, e alla chiesa di Noenen è legata l’attività del padre che fu pastore protestante. Certamente non sono capolavori. La versione attuale del quadro con la chiesa (foto in appendice) è la rielaborazione di una prima versione, svelata dalla radiografia, in cui davanti all’edificio c’è una sola figura, un contadino che si muove da sinistra a destra con la zappa in spalla. Ritiene Ronald De Leeuw che il pittore modificò la prima immagine perché si accorse che era troppo evidente il riferimento al quadro di Millet con la chiesa di Gréville. Nell’altra opera, quella della spiaggia di Scheveningen, che apre l’articolo, la resa delle onde agitate richiama chiaramente i modelli di Jacob Maris e di Joseph Israels.
Ora le due opere torneranno al loro posto. Gli olandesi, abilissimi mercanti, sfrutteranno a fondo l’occasione. Prevedo che i due quadri diventeranno i pezzi più noti del Museo van Gogh: sono stati 14 anni in casa di un camorrista, e questa storia accenderà la curiosità dei visitatori, e li spingerà a cercar di capire se e come l’avventura abbia modificato i loro colori e le loro forme. In quei due quadri cosa vedevano gli occhi di “Lelluccio Ferrarelle”?







