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sabato, Novembre 27, 2021

Vermeer, il genio che dipingeva il tempo fermo, l’attimo che sta….

Jan Vermeer (1632- 1675), uno dei Maestri assoluti nella storia della pittura, dipinse tra il 1660 e il 1661 “La lattaia “ ( olio su tela, cm. 45,5 x 41), forse il documento più alto della sua capacità di cogliere l’attimo, il tempo che per un momento si ferma sullo “stare” delle cose e delle persone. Al servizio di questa sua “poetica” egli metteva il supporto della “camera oscura” e una tecnica di prodigiosa raffinatezza, che gli permise di creare, in questo quadro, la suggestione del movimento “vero” del rivolo di latte.

 

Gilles Aillaud ha definito la grandezza di Vermeer con una chiarezza, una profondità e una capacità di sintesi insuperate. “Vermeer dipinge l’apparenza di quanto di più apparente esista: la vita domestica quieta e sempre uguale. Ciò che egli dipinge è il tempo. Non il tempo di Proust, che scorre in infiniti meandri scontrandosi con ogni cosa, ma il tempo fondamentale e immobile della presenza, delle cose che durano”. Le cose, gli oggetti: nei quadri di Rembrandt hanno un significato nascosto, fanno parte di una scena; in quelli di Vermeer rappresentano solo la concretezza materiale della realtà, chiamata a sottolineare, per contrasto, l’attimo fuggente, che è il vero tema della rappresentazione pittorica, libera da ogni interesse per “la penetrazione psicologica” delle persone. Vermeer  mette la “lattaia” al centro della scena, la “inquadra” da distanza ravvicinata, proprio per mostrarci che ella è tutta concentrata solo nel gesto del versare il latte: la “bocca” nera del vaso da cui “scende” il liquido bianco è il vero centro del quadro, lungo la diagonale che va dall’angolo alto della finestra all’angolo in basso a destra, e separa la luce dall’ombra. La gerla e il secchio di rame appesi al muro e tenuti da chiodi dipinti con magistrali colpi di pennello, lo scaldino in basso a destra, il cestino con il pane, i pezzi di pane posati sulla tovaglia, il boccale per la birra e il recipiente di terracotta in cui la fantesca versa il latte svolgono tre funzioni: contribuiscono a suggerire l’idea di una scena realistica, rendono più intensa la tessitura cromatica dell’opera caratterizzata dai caldi e “quieti” colori di terra, sottolineano con un sapiente gioco di corrispondenze lo “stare” della donna, che ci viene confermato dall’ impassibile rotondità del volto e dal giallo ossido di piombo del corpetto, un giallo steso a velature su una base di “terra di Colonia”, che lo rende più luminoso. Eppure, in questa scena “immobile”si avverte  la tensione del movimento: la rivelano le pieghe delle maniche, del grembiule, della veste, del panno sul tavolo, l’intreccio della gerla appesa al muro e del cestino del pane, e, soprattutto la stesura del colore. Veermer stende le velature del giallo e dell’azzurro su una base di terra, ma la superficie dello strato di colori non è liscia, non è levigata: la superficie, trattata con piccoli pennelli dal pelo ruvido, si increspa e si corruga vedi immagine in appendice), e dice all’osservatore che sotto di essa le cose e le carni sono mosse da impulsi di vitalità. E per rendere più immediata la suggestione di questa vitalità che viene da dentro e sta per manifestarsi Vermeer inventa la tecnica del “puntinismo”: la luce cade sulle forme in densi strati di colore su cui si posano, in fila, puntini di bianco di piombo: e, diceva Edgar Snow, che grazie a questi puntini sapientemente distribuiti, pare che sul tavolo ci sia pane “vero”, di cui possiamo toccare la crosta e sentire, di questa crosta, la ruvidezza. E il filo di latte si muove. Veramente. L’effetto, percepito con immediatezza da chi osserva il quadro “dal vivo”, al Rijksmuseum di Amsterdam, Vermeer lo realizza dipingendo il rivolo come un filo sottile che fluisce, con qualche intoppo, da una densa “macchia” di bianco stesa sull’orlo della bocca del recipiente: ma la causa prima di questo magico effetto è il contrasto immediato tra il bianco del latte e il nero della “bocca” , un nero in cui vibrano strisce di vermiglione e di azzurrite: insomma, un nero che si muove e imprime movimento al latte che fluisce. Vermeer usava la “camera oscura”, una cassetta in cui erano disposti specchi e lenti che riflettevano l’immagine e la proiettavano, rimpicciolita, su una superficie piatta: da questa l’artista traeva un disegno preciso. Il genio olandese fu autore di pochi quadri: il suo nome è legato alla più incredibile storia di falsi e di falsari del sec. XX. Una storia che merita di essere raccontata.

 

 

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