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Una ”eccellenza” ottavianese e vesuviana: Felice Cutolo, il musicista che studia e interpreta la “vera” musica popolare.

Ha scritto Anthony Giddens che non è vero che il mondo globale cancella le tradizioni: al contrario, le rispetta e le coltiva, a patto che se ne dimostri la vitalità. Il musicista Felice Cutolo è impegnato a realizzare un progetto straordinario: salvare i valori autentici della musica popolare e le varie forme – varie nel ritmo e nella melodia – del vesuviano “canto sul tamburo”

 

Il primo “canto sul tamburo” – “così viene chiamato dai cultori della tradizione, e non tammurriata, termine inventato dalla riproposta folk”- Felice lo ascolta “da piccolissimo”, quando i genitori lo portano a vedere il palio che si teneva durante la festa di San Michele. Successivamente, nel quartiere Avini di Terzigno, dove abitano i nonni materni, Felice conosce una forma arcaica di quel tipo di canto. Mi spiega che nel Vesuviano e nella pianura nolana non esiste un modello univoco, che le variazioni toccano la danza, la melodia e il ritmo, e che tra Ottaviano e Terzigno sopravvive una forma antichissima di ballo e di canto sul tamburo, una forma che “non può essere eseguita da persone estranee alla comunità, perché la ritmica vocale si nutre di quella “cadenza” del dialetto che è tipica degli abitanti del territorio”.

A venti anni, una domenica pomeriggio, in parrocchia, Felice prende in mano il tamburo, perché sente la voglia di “riprodurre quella ritmica cruda, asincrona e complessa” che aveva accompagnato gli anni dell’infanzia. Tra il 2005 e il 2006 si confronta, fatalmente, con i suonatori di Somma Vesuviana, il cui “canto sul tamburo” attinge un prevalente valore rituale dal culto della Madonna di Castello e, inoltre, viene accompagnato dalla fisarmonica. Con gli amici sommesi il musicista ottavianese sperimenta il “folk revival”, “che non ha nulla a che vedere con la musica della tradizione”, perché è musica da palco e da spettacolo, mentre la musica della tradizione accompagna il rito, il lavoro, la vita domestica.

Felice Cutolo, laureato in Storia contemporanea presso la Federico II, collabora oggi con alcuni gruppi folk della Campania e di altre regioni: in passato ha collaborato con “’a perteca” di Pino Iove, con Pasquale Ambrosio – “Pascale ‘e Mesollino”-, e con il gruppo contadino della Zabatta, con la grande artista salentina Cinzia Villani, con “la paranza r’’o lione” di Scafati. Nel 2008 ha fondato, con altri due artisti vesuviani, il gruppo “Rareca antica”, per riproporre i canti tradizionali dei contadini del Vesuvio; nel 2012, con 50 giovani provenienti da tutto il Sud, ha partecipato all’ “Europhonie”, la manifestazione di Strasburgo che richiama da tutti i continenti i musicisti di Word Music. Nel 2009 Felice incontra due musicisti pugliesi, che sono anche ricercatori, e insieme fondano il gruppo “Contraggiro”, con l’intento di coniugare la tradizione autentica e il revival, di rispettare “le suonate così come sono state rilevate nei rituali e nella dimensione domestica, e di portare sul palco, quando è possibile, gli stessi detentori della tradizione”.

Dico a Felice che mi piace il rigore filologico con cui esplora il paesaggio della musica popolare, devastato dalle leggi del mercato, dalla superficialità e dall’ignoranza di molti musicisti e anche di qualche studioso, che amano colorare la verità della storia con tinte vivaci. “Questa mia esperienza- mi spiega Felice – la vivo da musicista e da ricercatore. Non potrei distinguere i due ruoli. Durante la “serata” di fine anno che va in scena nella congrega di San Giovanni non faccio altro che raccontare queste due esperienze, traducendo in musica quella di musicista, e in parole l’esperienza della ricerca. Come musicista, il mio intento è quello di dimostrare che la musica popolare non è musica incolta; e perciò devo sostenere il mio intento con ricerche sul campo, indagando la cultura immateriale delle comunità contadine dell’Italia del Sud secondo i principi indicati da Ernesto De Martino e da Diego Carpitella.”.

“Perché non citi anche Roberto De Simone?” gli domando, provocatorio. E lui, senza batter ciglio: “Le ricerche di De Simone sono preziose sotto l’aspetto musicale, ma dal punto di vista dell’etnografia hanno prodotto solo confusione e imprecisione.”. Ricordo, d’istinto, la memorabile serata in cui Francesco D’ Ascoli presentò, a Napoli, il suo “Dizionario etimologico” della lingua napoletana e a qualche spocchioso linguista di città ricordò, con la sua inimitabile ironia, che c’era chi aveva osato scrivere vocabolari di lingua napoletana senza aver mai letto né Di Giacomo, né Ferdinando Russo, né G.B. Basile. Il giudizio di Felice mi conforta: a Ottaviano ci sono ancora giovani affascinati dal coraggio della conoscenza.Coraggio e metodo: Felice prima mi ricorda che nessun membro della Nuova Compagnia di Canto Popolare è mai entrato nella casa di un vecchio, a interrogarlo, e poi mi racconta delle sue notti trascorse a registrare musica presso i Santuari di Madonna dell’Arco e di Materdomini, poiché “regola fondamentale della ricerca antropologica è far parte della comunità su cui si conduce l’indagine, è partecipare ai riti come osservatore attivo”.

Mentre Felice parla, penso al patrimonio di musica popolare che accompagnava a Ottaviano i riti di San Michele e la festa della Madonna di Montevergine, e che in pochi anni si è dissolto, senza lasciare né traccia, né testimonianza, per la nostra riprovevole indifferenza, per la nostra colpevole ignoranza. Tuttavia, nell’area Ottaviano – San Giuseppe- Terzigno Felice è riuscito a registrare canti di lavoro, lamenti funebri e “lunghissime cantate sul tamburo”. E’ riuscito, soprattutto, a trasformare in consapevole ricerca e in espressione artistica la “conoscenza sensibile” dei suoni che hanno accompagnato la sua infanzia e la sua adolescenza, e che egli riesce ancora a percepire nei ritmi di ciò che resta della civiltà contadina e della cultura “domestica” dei ceti popolari.

Felice Cutolo sta costruendo, con la sua intelligenza e con la sua passione, una storia culturale di valore altissimo. Anthony Giddens ha scritto che non è vero che la società globale cancella le tradizioni: al contrario, le conserva e le tutela, a patto che qualcuno ne dimostri la vitalità. Mi auguro che le istituzioni sostengano in ogni modo lo straordinario progetto del musicista ottavianese: non lo chiede lui, lo chiedono la cultura e la storia del Vesuviano.

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