Chi sa se è vera la storia della guerra dichiarata alle fave da Pitagora. Se è vera, forse venne suggerita al filosofo del rigore dalle allusioni lascive nascoste nella forma e nel nome greco della fava.
Ingredienti: 500 gr. di pasta fresca,300 gr. fave,100 gr. pancetta paesana , olio ,una cipolla,due patate, un bicchiere di vino bianco, pecorino, pepe e rucola. Lessate le due patate, fatene un puré, tagliate la cipolla a metà, la pancetta a listarelle e mettete il tutto in un tegame con l’ olio extra , fate soffriggere per circa 5 minuti a fiamma vivace, aggiungete un bicchiere di vino bianco. Appena il vino bianco svapora, aggiungete le fave sgusciate e le patate, scolate la pasta al dente e fate amalgamare il tutto, avendo avuto l’accortezza di frullare una parte dell’intingolo. Servite spargendo sul piatto pepe, pecorino e una spruzzata di rucola tagliuzzata finemente.
In cucina e a tavola consigliamo l’abbinamento con il “ Falanghina Campania” di Sannino, soprattutto perché la sua nota di mela verde, delicata e persistente, bilancia armoniosamente il sapore particolare delle fave.
Biagio Ferrara
Pitagora, il modello di ogni virtù, il vegetariano che predicava la guerra alla carne e al sangue, faceva un po’ di teatro: se ne dichiarava certo, a bassa voce, anche Aristotele . Cratilo raccontava che quando i pitagorici si imbattevano in un sempliciotto, gli squassavano il cervello prima con ragionamenti complicati e con arzigogoli e paradossi e poi con un elenco di divieti, a partire dal divieto di mangiar carne e di mangiar fave. Intellettuali di tale pasta erano una pacchia per le malelingue. Aristofonte, a sentir parlare del disprezzo che i pitagorici esibivano platealmente per il lusso e per il piacere, si incazzava di brutto: “ fanno i miserabili perché non hanno soldi – strepitava-, ma se a un pitagorico gli metti davanti la carne e il pesce, si mangia anche le dita: ne sono certo, e se mi sbaglio, voglio essere impiccato dieci volte”. Secondo Aulo Gellio, il musicologo Aristosseno, altro implacabile “iurecatore”, nel suo libro “ Su Pitagora” rivelava che il filosofo matematico mangiava non solo porcellini e teneri capretti, ma anche le fave: anzi delle fave non ne poteva fare a meno, perché aveva scoperto che sono lassative. Si può supporre che, avendo sperimentato personalmente gli effetti immediati di questo potere lassativo, Pitagora ne abbia vietato l’uso ai suoi discepoli, considerando che quegli effetti non si addicono per niente a chi, sia anche un filosofo, è chiamato a fare vita di gruppo.
Ma ammettiamo che Pitagora abbia veramente vietato ai suoi seguaci di mangiar fave: resta da capire perché se la prendesse proprio con le fave. Qualche studioso dice che era importante il divieto, non la fava: Pitagora avrebbe potuto vietare, a suo piacimento, le cipolle, la cicoria e le castagne: il suo vero obiettivo era imporre ai suoi discepoli una regola severa e abituarli all’idea che i tabù non hanno una spiegazione certa: bisogna rispettarli, e basta. Altri ritengono che le fave fossero legate alla simbologia dell’immortalità dell’anima, altri ancora che Pitagora vedesse in esse, cibo dei poveri, il segno di una cultura volgarmente “democratica”, incapace di controllare le passioni, i bassi istinti, i piaceri materiali.
Dice Aulo Gellio che le fave di Pitagora sono un grande equivoco. In greco il termine “kyamoi” indica i baccelli delle fave, ma anche i testicoli: il doppio senso ritorna in Gioacchino Belli. Del resto, nella lingua popolare e nell’italiano letterario fava è il nome anche del membro virile. Perciò, quando Pitagora e i pitagorici come Empedocle vietano di toccare i “kyamoi”, non danno consigli di corretta alimentazione, ma esortano alla castità più severa. Quando leggiamo in Tertulliano, che era fatto divieto ai pitagorici perfino di attraversare un campo di fave, pensiamo immediatamente ad un altro “campo di fave”, quello della “pacchianella” a cui il venditore ambulante della “ Rumba degli scugnizzi” rivolge il suo allusivo complimento: “ Pacchianè, chi s’ ‘o pensava ? tiene chisto campo ‘e fave”, e subito dopo, perché sia tutto chiaro, l’immenso Viviani aggiunge: “Cicchignacco ‘int’ ‘a butteglia ! “.
Splendide figure di Viviani erano le signore di Recupo che in anni lontani venivano in piazza Mercato, a Ottaviano, a vendere le fave dei loro orti, luminose di tutti i toni del verde cinabro. Continuo a chiamarla Piazza Mercato, anche se oggi porta il nome di un Papa. Ma i nomi che sono? Convenzioni. Se ci mettessimo tutti d’accordo, le fave potremmo chiamarle piselli, e i piselli chiamarli fave.
LE RICETTE DI BIAGIO



