“Il presepe è inequivocabilmente Napoli, i pastori sono rappresentazione del popolo napoletano… “U Piccirillo” viene ad essere il simbolo di una derelitta plebe che vede nella fede, forse bigotta, forse permeata di paganesimo, un riscatto alla propria reietta condizione” (Elena Sica). E così sul presepe napoletano si aprirono le taverne piene di cibo, e, quando nel 1741 sbarcò a Napoli un ministro del Sultano accompagnato da signori con abiti orientali e da animali esotici, i Magi indossarono abiti dell’Oriente e sui presepi comparvero anche cammelli e pappagalli e perfino un elefante. E perciò nella splendida mostra presepiale allestita dall’ Oratorio a Ottaviano compare anche la statuina di un elefante….
In una relazione del 1791 la Deputazione dei teatri napoletani riferì di aver saputo che da tempo in città “nei ricorrenti tempi di Natale si fanno in talune botteghe alcune macchine che con pupi mobili rappresentano i pastori e il presepe e comunemente questo spettacolo viene denominato “il presepe che se fricceca”. “Friccecarsi” è un verbo napoletano che deriva dal latino “fricare” e significa – e lo fa quasi vedere – “agitarsi, muoversi senza sosta”. Aggiungeva, l’autore della relazione, che i mobili pastori venivano costruiti da tre falegnami e che quell’anno erano stati organizzati tre presepi “che se friccicano”, alla Carità, alle Fosse del Grano e a San Nicola dei Pii Operai. Dopo una lunga pausa, “il presepe che se fricceca” tornò a muoversi sul finire dell’Ottocento, ad opera di un famoso “figuraro”, Nicola Chiurazzi, e di un abile falegname, Antonio Esposito Troise. I “pastori” che si “friccicavano” più degli altri erano, per tradizione, i venditori e i mangiatori di maccheroni: questi “pastori” raffiguravano due protagonisti assoluti della vita quotidiana a Napoli, come ci racconta Giuseppe Gorani che visitò la città negli ultimi anni del ‘700: “Un uomo del popolo va da un venditore di maccheroni, si fa dare un piatto di legno colmo di pasta ben bollente sulla quale ha aggiunto del formaggio grattugiato: prende i maccheroni con le mani, li attorciglia con un gioco di destrezza che gli stranieri sanno raramente imitare”.
I tre Magi e il loro corteo, in vesti orientali, entrarono nella scena del presepe nella seconda metà del Settecento: i “figurari”, gli artisti che costruivano “pastori” (vedi immagine in appendice), si ispirarono certamente ai 60 membri del seguito di Hacji Hussein, ministro del sovrano turco, che nel 1741 raggiunsero Napoli a bordo di due navi napoletane la “San Filippo” e “la San Carlo”: nel 1740 Hussein aveva firmato a Costantinopoli con i ministri del Re di Napoli un trattato di pace ventennale. I messi del sultano, ospitati, per due mesi, nel palazzo Mirelli di Teora sulla Riviera di Chiaia, quando comparivano in pubblico, suscitavano dovunque ammirazione. Ricco era il loro abbigliamento, fatto di ori, di argento, di stoffe preziose e di pellicce di ermellino; li accompagnavano schiavi mori e bianchi, e cavalli splendidamente bardati, cammelli, dromedari, pappagalli e anche un elefante, dono del sultano a Carlo di Borbone. Questo elefante fu poi definitivamente alloggiato nel parco della Reggia di Portici. E un elefante abilmente “lavorato” è protagonista in uno dei “presepi” della splendida mostra con cui il Priore, dott. Annunziata,e i membri della Congrega dell’Oratorio hanno acceso una luce viva di raffinatezza e di amore per il nostro territorio nella Festa ottavianese: e di questo vanno intensamente ringraziati. Il pittore Giuseppe Bonito (immagine in appendice) ebbe l’incarico di ritrarre gli ospiti: ed egli riservò una particolare attenzione, che fu di esempio anche per i “figurari”, ai Georgiani e alle loro donne che facevano parte del seguito di Hussein: entra così nel presepe la “georgiana”: “costei dalla pelle candida e luminosa è una sorta di ritratto della bellezza femminile in voga nel Settecento. Reca un’acconciatura alta impreziosita da un diadema adorno di perle, acconciata alla moda; le pende dal fianco, sospesa ad una catenella un “canciaro”, sorta di pugnale turco prezioso e dalla lama ricurva.” (G.Esposito). Il presepe napoletano è la storia della città.





